“Òsta però! Zirudèli in dialèt”: dare linfa al dialetto romagnolo

0

Verrà presentato domenica 12 gennaio, alle ore 15,00, nella Sala Anziani al Centro“, San Vittore di Cesena, il nuovo libro del poeta cesenate Giuliano Biguzzi “Un pògn ad zirudèli”. Il testo di presentazione della raccolta di componimenti in dialetto romagnolo è stato curato da Gabriele Zelli, cultore di storia locale, che si riporta di seguito.

Òsta però! Zirudèli in dialèt
Un libro di zirudèle, anzi un pugno di componimenti poetici in dialetto romagnolo da assaporare come caramelle, magari al gusto di menta peperita, come sostiene l’autore, oppure di gusti diversi a secondo del susseguire della vita con le gioie e i dolori del caso. Di sicuro non si tratta di “dismarì”, ovvero cose di poco conto, che sono proposte al lettore così come scaturite dall’estro di Giuliano Biguzzi per raccontare la vita di tutti i giorni.
Ogni volta che viene dato alle stampe un volume scritto nel vernacolo romagnolo, prima ancora di entrare nel merito dei contenuti della pubblicazione, immediatamente si pensa alla sorte del nostro dialetto e dei dialetti in generale. Su questo argomento sono sempre più numerose le riflessioni e le prese di posizione. Molti insistono sulla tesi che i dialetti hanno un futuro incerto nonostante diversi decenni fa fossero la lingua madre per gran parte degli italiani. Non a caso nel corso delle iniziative programmate per ricordare il centenario della Prima Guerra Mondiale, tutte svolte fra il 2015 e il 2018, è stato rilevato come i soldati al fronte generalmente non si capivano tra di loro perché abituati a parlare i dialetti delle regioni di provenienza e spesso non capivano gli ordini in italiano impartiti dagli ufficiali. Un tema questo trattato, con ironia, anche da Biguzzi con la zirudèla “Mo va int…”: “A źdot èn, int i suldé / a m truvét un pó so-csè, / a n saveva l’itagliēn / parchè a s era un cuntadēn. / a cnusèt un dla Pargaia / ēnca lo sota la naja / l era şlet int la paróla, / l’éva fat si èn ad scóla! / U m scrivev’al cartulini / cun tēnt bèli parulini / da fè cólp cun la muroşa / ch’la s santiva urguglioşa / d’avé scelt un ragazin / acsè źovan, acsè fanin. / Cvand che a ca, pr’una licēnza / la scuprét la mi ignurēnza / a n saveva se che dì / metm a rid o se rugì. / Lè pr’alé in che mamēnt / a m scuşet: “Mo…a n eva tèmp!” / “Sēnt’al alà! Fiól d’un bducióş! / E t vréb lès e mi muróş?!” / L’a m mandét a che paeş / ‘l’a s mitét cun un rumneş”.

Oggi a cento anni di distanza la situazione è totalmente diversa con la televisione che entrando in ogni casa ha livellato, non sempre verso l’alto, la conoscenza comune degli italiani. Sta di fatto che mentre sono sempre meno coloro che lo parlano, attorno al dialetto della nostra Romagna si è sviluppato un interesse da parte di letterati, poeti, intellettuali, critici, semplici cultori, dicitori, associazioni, compagnie teatrali, tanto che sono decuplicati gli appuntamenti pubblici con il romagnolo al centro della scena, così come il numero di coloro che partecipano a questi eventi.

Poeti romagnoli, sempre più spesso, vengono inseriti in antologie pubblicate a livello nazionale o in raccolte di poesie, mentre illustri precursori, nonché affermati poeti, come Raffaello Baldini e Tonino Guerra, per citare i due più conosciuti, sono diventati veri casi letterari con i loro testi pubblicati da editori di primaria importanza. Ultimamente poi è esploso un nuovo fenomeno sui social network le cui dimensioni non si riescono a quantificare: sempre più nascono siti che si prefiggono di riscoprire fatti e persone del passato, di far conoscere peculiarità del presente, che utilizzano in modo costante il dialetto, o le inflessioni dialettali. Non possiamo sapere quale evoluzione avrà tutto ciò, né possiamo pensare ad un avvicinamento dei giovani, essendo loro la stragrande maggioranza che fa uso di Facebook, Twitter e Internet, al dialetto. Però tutto questo rinvia a una data ancor più remota i funerali del nostro e degli altri dialetti, perché ci sono “invenzioni” che attraverso il web ottengono un successo e una diffusione un tempo inimmaginabili. Ne è una prova il riscontro che stanno ottenendo i divertenti video pubblicati sul canale YouTube dall’Istituto Friedrich Schürr per promuovere il dialetto, soprattutto tra i giovani.

La scrittura sotto forma di zirudèla sicuramente aiuta su questa strada perché è molto accattivante e perché il componimento ha nella quasi totalità dei casi un fine sostanzialmente allegro, divertente, a volte anche boccaccesco.
La “zirudèla” è un componimento poetico in ottonari a rima baciata generalmente in chiave satirica (“Basta arvì un vucabuléri / par savê ch’ l’è in utunéri / cun la rima ch’ l’è baséda, / sinò l’è…’na grân bujéda”, così scrise Mario Vespignani, indimenticabile poeta dialettale forlivese in un componimento dedicato proprio alla zirudela). Ma cosa significa “zirudella o girondella”? Secondo Aldo Spallicci deriverebbe da “Acsè Rudël” il grande poeta trovadorico del ‘700 francese, secondo Alfredo Panzini è un componimento poetico del ‘700 bolognese dedicato alla “Zia Rotella”. A mio giudizio per capire la derivazione del nome occorre risalire agli antichi trovadori o trovieri che declamavano le loro poesie nelle piazze accompagnandosi con la gironda, un antico strumento musicale a manovella a tre o più corde. Forse è questo il motivo principale del termine ghirondella o girondella in dialetto “zirudëla o zirundëla”, che ha rappresentato la vera espressione della poesia popolare romagnola. In Romagna, in diversi, si sono distinti durante il secolo scorso nell’arte della composizione di “zirudelle”: da Giustiniano Villa di San Clemente (Rimini) a Massimo Bartoli di Bagnacavallo, da Giovanni Montalti (Bruchin) di Cesena ai fratelli Ugo e Masì Piazza di Faenza, da Eugenio Pazzini di Verucchio ai forlivesi: Giuseppe Pinza, detto “E’ mat ad Pénza”, Dario Paganelli, Luigi Benelli, detto “Gigì ‘d Savador”.

Attraverso la zirudèla si possono lanciare anche denuncie sociali mettendo in risalto la situazione in cui si trovano i cittadini e indicando delle soluzioni ironiche, come Biguzzi indica ne “Al soliti lamentéli” quando conclude così: “Sgnur, puret, tót i s lamēnta: / csa s pól fè par tót sta źēnta? / Bjinch ó rós, ó aranzun / d’agiustéla i n è stè bun / a sperēm cmè ogni burdèl / ch’ ugl’a fèga Bab Nadel!”
Un testo e concetti che fanno venire alla mente il detto romagnolo “E me c’sa sója, la sërva d’ Zòfoli? (E io cosa sono, la serva di Zoffoli?); detto ampiamente diffuso, dal bolognese a oltre San Marino, che pare derivi da una situazione reale però di origini incerte, data anche l’ampia diffusione del cognome Zoffoli nell’area romagnola, che non permette indagini mirate. Ha almeno due versioni; in una si parla di una sprovveduta serva, o cameriera, di un’osteria con incarico anche di “intrattenere“ gli ospiti con prestazioni personali. In un’altra invece si parla della serva di un padrone col quale doveva giocare a carte ogni sera, perdendo regolarmente e dove la posta era la sua paga, per cui lavorava gratis. In ogni caso è la reazione di chi intravede una possibilità di raggiro o di sopraffazione ai suoi danni da parte di chi intende approfittare della posizione debole dell’altro.

Attraverso la zirudèla si possono anche mettere in evidenza le occasioni perse da una persona, da un città o dall’intera collettività come “Ucasion persa”, riferita alla visita di Papa Francesco a Cesena con la città blindata tanto che la città era deserta: “…sól d in piaza fēna a e Dom / l’era pin ad confuşion / e pansè che par Cişēna / sarebstè una vidrēna / fès avdej tót cvuant d’acórd / cun ste Pèpa che va fòrt, / che e batèca i guvernint / e i católich ch’i n fa gnint, / Prit e
Vescual trop alìgar / che i póza, póch ad pigar. / A j ò dmand: ad cvel ch’l’à dét, / s’èl stè fat? J è stè tót zét!”.
Si possono raccontare anche le nuove passioni per le tecnologie moderne e il seguire i corsi per approfondire e apprenderne al meglio i segreti, che come scrive Biguzzi: “…. E problema par num véc / l’è l’inglesi ch’u j n è parec / paruloni nóvi ad paca / che a n capés – porca vigliaca – / ma però un pó ala volta / la paura a l’ò risólta / e a t dirò che i progrés / i s ved źa che i fiurés”. D’altra parte nessuno vuole essere piu uno che “l’è vnu d’in che spèca i balén (venuto da dove spiccano i baleni). Un modo di dire di chi si trova spaesato, di provenienza montanara e frastornato dalle diavolerie del mondo moderno, col quale trova difficoltà a rapportarsi. Per molti cittadini, i baleni nascono scherzosamente dalle cime delle montagne: come per l’Olimpo, da dove Giove lanciava i propri strali.

Si può ricordare la grande nevicata del 2012, paragonata a quella che paralizzò la Romagna nel 1929. Biguzzi lo fa con la zirudèla che ha come titolo “Nivon”, testo che fa venire in mente una scena di “Amarcord”, straordinario film di Federico Fellini uscito nel 1973, quando nella scena si vede uno dei personaggi, che si trova poco fuori dalla porta del suo negozio nella piazza principale del paese, che prende al volo con un dito un fiocco di neve mentre sta iniziando a nevicare, se lo porta in bocca, lo assapora e poi esclama: “Questa l’à nà ataca!… ed infatti il giorno dopo (febbraio 1929) Rimini e la Romagna furono sommerse da un metro e ottanta centimetri di neve.

Qualche mese fa ha iniziato a circolare un testo in dialetto romagnolo che qui riporto per concludere. Si tratta dell’elaborazione del “Sistema metrico decimale romagnolo” attraverso il quale possiamo apprezzare l’unicità, la complessità e la straordinarietà del nostro vernacolo, così come ne dà dimostrazione anche Giuliano Biguzzi con questo libro. Il simpatico elenco delle unità di misura della nostra terra mi viene costantemente richiesto durante le iniziative dedicate alla Romagna e ai romagnoli e ritengo che anche i lettori di questo volume possano apprezzarlo:
Unità di misura più piccola del sistema metrico decimale romagnolo: gnint! Che equivale a zero.

Poi, un cichinì, dìs cichinì i fa un bisinì,
dìs bisinì i fa un pizgòt,
dìs pizgòt i fa un pògn,
dìs pògn i fa una zèmna,
dìs zèmman al fa una spòrta,
dìs spòrt al fa un sàc,
dìs sèc i fa una cariòla,
dìs cariòl al fa una baròza,
dìs baròzy i fa un tréno e
dis tréno i fa un strabigul.