Nel ricordo della famiglia Matatia la tutela della memoria forlivese

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Sono trascorsi quasi dieci anni dallo svolgimento di “Stelle gialle a Forlì. Storie di perseguitati ebrei”, la mostra documentaria, da me ideata e curata c/o l’Archivio di Stato di Forlì dal 3 ottobre 2010 al 29 gennaio 2011, eppure quell’iniziativa, come in questi giorni mi hanno testimoniato diverse persone nell’imminenza della Giornata della Memoria, è ancora viva nel ricordo degli studiosi e dei cittadini che la visitarono numerosi, spesso con emozione.

Per la prima volta la persecuzione antiebraica a Forlì usciva, infatti, fuori dalla nicchia ovattata della ricerca storica per rivelarsi ad un pubblico più vasto attraverso l’oggettività incontestabile dei documenti, emanati dalla stessa amministrazione fascista persecutrice.
Con quella iniziativa l’Archivio di Stato di Forlì rinnovava l’impegno istituzionale per la valorizzazione del proprio patrimonio archivistico e perseguiva questo fine con l’intento di dimostrare come, pure a Forlì, si fosse attuata la politica razzista fascista, dunque, come anche il territorio forlivese, quale luogo di svolgimento, ricadesse nella estesa e legittima, condanna etica, morale e storica della persecuzione antiebraica, attuata dal regime.

Intento questo, in verità, facile perché supportato dall’evidenza di un carteggio amministrativo della Prefettura e, in parte minore, della Questura di Forlì, entrambi correnti tra il 1939 ed il 1944 e utili a negare, pure nella Romagna forlivese come altrove, appigli al revisionismo storico oppure altrettanto utili a confutare l’opinione della costrizione dell’Italia ad una politica razzista in conseguenza dell’alleanza con la Germania nazista o, ancora, a rifiutare l’illogica, riduttiva conclusione che, in fondo, la persecuzione antiebraica italiana, compresa quella forlivese, sia stata “più contenuta”, con meno vittime, per la naturale inclinazione al bene dello stereotipo che vuole l’italiano bonaccione e tollerante.
Non possiamo dimenticare, in proposito, quale sia stata la condotta italiana nella Guerra d’Africa tra il 1935 e il ’36 o nella penisola balcanica durante la II^ Guerra Mondiale: tutt’altro che “italiani brava gente”!

Né possiamo ignorare sul filo della ricerca storica come Mussolini sia stato antisemita già nella sua militanza socialista, anche in linea con una marcata diffidenza della sinistra verso il mondo ebraico, e, poi, sia divenuto convinto, razzista sin dal Discorso dell’Ascensione del 1927: un peccato di gioventù coltivato sino alle estreme conseguenze.
La mostra “Stelle gialle a Forlì”, pur se allestita con pochi mezzi, risultò di particolare e convincente effetto comunicativo, dimostrando concretamente come pure sul territorio forlivese si fosse provveduto con rigore al censimento degli ebrei, alla confisca dei loro beni, alla loro esclusione dalla vita sociale ed economica e, ancora, al loro lavoro coatto, alla loro deportazione, infine all’eccidio di alcuni di loro.
Sempre dai documenti i forlivesi appresero come non fossero mancati collaborazionisti, delatori e zelanti, implacabili servitori dello Stato, come il famigerato prefetto Oscar Uccelli: tutti a caccia di ebrei!

Tanti sguardi, quasi increduli, si soffermarono su un documento esposto della Questura di Forlì circa l’Albergo Commercio in c.so Diaz, utilizzato, così nel testo, “a campo di concentramento provvisorio degli ebrei di questa Provincia.”; dunque l’usuale immagine di campi con baracche, filo spinato, torrette di guardia, vigili cani lupo e inquietanti camini fumanti si rimodulava nelle quiete stanze di un albergo di provincia della Romagna “solatia, dolce paese”.

Insomma, un “archivio della vergogna” che, considerando l’art. 7 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, 17 luglio 1998, specificherei senza esitazione un “archivio di crimini contro l’umanità”, compiuti a Forlì dall’amministrazione fascista.
Ora la memoria di questo tragico passato resta per Forlì un dovere morale e civile, soprattutto un impegno per contrastare la tendenza a rimuovere la “storia più scomoda”.
Comunque avvenga, le vergogne, le colpe storiche, individuali e collettive che siano, possono temporaneamente, anche se per lungo tempo, nascondersi, ma mai rimuoversi interamente per sempre. Ciò è stato riconfermato dal caso assai discusso di Gaetano Azzariti che, nonostante le gravi responsabilità quale presidente del Tribunale fascista della razza, nel 1957 divenne presidente della Corte Costituzionale, organo fondamentale della repubblica democratica: questo grazie al “bucato”, diciamo così, del suo “cursus honorum” sia con l’opportuna pulitura delle fonti documentarie che lo riguardavano sia con la protezione ambigua, ma interessata del comunista Palmiro Togliatti che dal ’45 al ’46 lo volle suo collaboratore durante l’incarico di Ministro di grazia e giustizia
Alla fine, però, pur se dopo 70 anni, la verità è emersa in tutta la sua evidenza: spesso, quanto si sottrae ad un archivio ricompare, anche integralmente, nelle copie per conoscenza di un altro fondo archivistico.

Oggi la memoria documentaria sulla persecuzione degli ebrei nella Romagna forlivese consiste dei tre cospicui faldoni del fondo denominato “Persecuzione antiebraica”.
Queste tre unità archivistiche furono costituite agli inizi degli anni ’50 in sede prefettizia con l’estrazione dall’Archivio Riservato del Gabinetto di Prefettura di Forlì (1924-1948) di tutti i documenti agli atti, riguardanti ebrei nel periodo 1937-1948: solo nel 1961, questi documenti furono versati all’Archivio di Stato di Forlì, poi tra il 1987 ed il 1998 divennero via via consultabili per decorrenza dei 50 anni dalla loro data, fatta eccezione di quelli attinenti a questioni personali tutelate, consultabili solo 70 anni dalla loro data, quindi tra il 2007 ed il prossimo 2018.
Circa 70 fascicoli, intestati ad ebrei, italiani e stranieri, residenti o dimoranti in Romagna, documentano vicende personali dolorose sotto il maglio della pedante, inesorabile burocrazia applicativa delle leggi razziali.

Certamente sulla persecuzione antiebraica nel forlivese manca ancora la documentazione degli archivi storici delle banche locali, coinvolte nel sequestro e nella gestione dei beni ebraici, una su tutte la Cassa dei Risparmi di Forlì; manca il contributo degli archivi delle compagnie assicurative; inesplorati restano gli archivi parrocchiali e delle Curie Vescovili della Romagna, utili anche per comprendere le abiure della religione ebraica, frequenti già agli inizi degli ’30, come ad esempio quella pubblica del 1930 nella Chiesa dei Cappucinini di Forlì.
Al momento si pone un evidente problema di salvaguardia dell’integrità delle carte di questo fondo archivistico: l’usura per la frequente consultazione ed una modalità di conservazione non del tutto idonea danneggiano sensibilmente i documenti custoditi, molti dei quali su veline, particolarmente fragili.
Considerata pure la piccola mole documentaria, sarebbe auspicabile realizzarne la digitalizzazione, eliminando la consultazione degli originali, per questo è necessario un progetto apposito, realizzabile con la sinergia, anche finanziaria, di soggetti pubblici e privati, capace di coinvolgere le Istituzioni Locali, l’Università, il mondo dei giovani e del volontariato.

Contro ogni rigurgito razzista il fondo Persecuzione antiebraica, in deposito all’Archivio di Stato di Forlì, dovrà sempre conoscersi e studiarsi come richiamo ai valori umani e morali, soprattutto alla vigilanza contro la cultura del pressapochismo, della distrazione, dell’indifferenza, del rottamare e bruciare tutto rapidamente.
Solo così e qui concludo, potrà evitarsi che si ripeta ancora quanto riferito da Luisa Coen, amata insegnante forlivese, circa Goffredo Coppola, Magnifico Rettore felsineo nel 1944: “Mi sono laureata a Bologna. Uno dei miei professori era fra i più grandi archeologi di tutti i tempi, e mi ha insegnato ad amare la cultura classica, l’archeologia, il bellissimo mondo greco. Questo professore fece parte di uno dei tribunali che condannava gli studenti (quelli ai quali lui doveva insegnare) alla deportazione e alla morte.”

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69enne di origini liguri ma forlivese d'adozione, funzionario scientifico del ministero per i Beni culturali per più di trent'anni. Ha scritto insieme a Paolo Poponessi il libro "La terra del duce. L'era fascista nella Romagna forlivese 1922-1940" e con Giancarlo Gatta il volume "Predappio al tempo del duce. Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni".