Campus-Università-Forlì

Giuseppe Creazzo, procuratore capo della Repubblica di Firenze, è stato il protagonista dell’incontro organizzato dal Centro Studi Melandri dal titolo “Ricostruire la sovranità … per sradicare le mafie”, svoltosi al Campus universitario di Forlì. L’incontro, che fa parte del ciclo “Alla ricerca della sovranità perduta”, è stato organizzato dal Centro studi Melandri, con il patrocinio del Campus Unibo di Forlì aveva come obiettivo una profonda riflessione sulle nuove forme di contrasto alla criminalità organizzata. Durante l’incontro il procuratore Creazzo si è concentrato sulle nuove forme di presenza mafiose, particolarmente attiva al centro/nord Italia (Emilia Romagna, Piemonte, Liguria e Lombardia, in particolare).

Secondo il magistrato, in questi territori “la criminalità organizzata ha interesse a mimetizzarsi socialmente e economicamente. Scoprire l’attività di organizzazioni mafiose non è semplice, ma negli ultimi anni l’attività sta acquisendo maggiore efficacia”. “La mafia nel nord – ha chiarito – non spara, non fa attentati, o almeno cerca di evitare. Alla mafia del nord interessa investire denaro e quindi non compie azioni eclatanti. Tutt’altro. Ha interesse a mimetizzarsi socialmente e economicamente. Scoprire l’attività di organizzazioni mafiose non è semplice, ma negli ultimi anni l’attività sta acquisendo maggiore efficacia, mentre al sud per la mafia la priorità resta il controllo del territorio, al nord è il controllo dell’economia, usando prestanome incensurati e attività legali, oppure il controllo di pacchetti di voti, acquisiti – con metodi ricattatori o violenti – sia nelle comunità di emigrati meridionali al Nord che fra quegli strati sociali “indigeni” venuti in contatto con la consorteria criminale. Per comprendere il potere di ingerenza mafiosa rispetto alle dinamiche elettorali, si pensi alle recenti dimissioni del Governatore della Val D’Aosta e di un assessore regionale piemontese per avvisi di garanzia legati a scambio elettorale politico-mafioso“.

Il Nord – ha proseguito – è una terra dove le organizzazioni criminali portano volentieri i propri capitali perché gli investimenti qui rendono e perché fino a non molti anni orsono riuscivano a mimetizzarsi con maggiore facilità. Ricordatevi invece che il processo Aemilia è stato il secondo processo più corposo in Italia per la lotta alla mafia e che Reggio Emilia è un epicentro importantissimo per gli affari delle ’ndrine, anche se qui la mafia è nascosta, non visibile. Se ne parla pochissimo, anche perchè la popolazione stenta a credere che la mafia sia presente al Nord“.

Da sottolineare infine – ha rimarcato il procuratore – che solo l’Italia in Europa ha una reale legislazione antimafia. Gli altri Paesi non prevedono neppure il reato di associazione mafiosa e questo è un grave deficit che la mafia, ovviamente, utilizza a suo favore”.
Ha presentato l’intervento del procuratore Creazzo il professor Salvatore Vassallo, docente dell’Università di Bologna-Campus di Forlì e direttore dell’Istituto Cattaneo. È seguito il dibattito, a cui sono intervenuti il Domenico Guzzo, storico e ricercatore e Antonio Giannelli, vice prefetto. Guzzo, in particolare, ha commentato l’intervento di Creazzo facendo riferimento alla celebre frase di Sciascia sulla “risalita della linea della palma”, nella quale si diceva che “Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma…“. Così la mafia sta risalendo verso Nord, da tempo.

La mafia cui si riferiva Sciascia – ha spiegato Guzzo – era Cosa Nostra. Oggi invece è la Ndrangheta calabrese, che fino a vent’anni fa continuava ad essere considerata una mafia “minore” (chiusa nel piccolo mondo pastorale del mezzogiorno più profondo), a rappresentare la più importante organizzazione mafiosa al mondo, grazie soprattutto al controllo dello spaccio internazionale di droghe pesanti“.

L’altro concetto che vorrei sottolineare – ha proseguito – è relativo all’alterità, un concetto sociologico che descrive il sentimento di distacco, anche morale, nei confronti dello Stato, percepito come assente, che le genti sottoposte alla continua vessazione mafiosa finiscono per sviluppare in quei territori ove le cosche riescono ad imporre un controllo totale del territorio. Se al Nord, questo fenomeno di “alterità” è per ora quasi assente – e ciò rappresenta ancora un fondamentale anticorpo democratico – restano comunque i problemi della forte sottovalutazione della minaccia mafiosa e della sostanziale impreparazione sociale nel fronteggiare l’espansione dei clan in queste che sono le zone più ricche e benestanti del Paese. Serve sana informazione, divulgazione e formazione per continuare a mantenere una “diga civile” contro l’avanzata mafiosa: anche questo fa parte del recupero di una piena sovranità nazionale“.