Milan-di-Sacchi

Trent’anni fa circa scendeva in campo una delle squadre più forti di tutti i tempi, a livello Italia, europeo e mondiale. Era il Milan di Sacchi, capace di asfaltare chiunque lungo il proprio cammino, che si trattasse di farlo dentro o al di fuori dei confini italici, poco cambiava. Una squadra straordinaria, caratterizzata da due elementi: un’innovazione tattica che avrebbe stravolto il modo di pensare e vedere il calcio da lì in avanti, ma soprattutto rappresentata quasi esclusivamente da italiani, eccezion fatta per quei tre magici olandesi.

Dal portiere alla difesa, Maldini e Baresi, a centrocampo Ancelotti ed Evani ma tanti altri: un club italiano al centro del mondo, con quasi solo italiani. Diametralmente opposta la situazione vent’anni dopo circa, quando l’Inter avrebbe vinto la sua terza Champions League, l’ultima per una squadra italiana ancora oggi, senza nessun italiano in campo se non il subentrato Materazzi a pochi minuti dal termine. Un passaggio di testimone evidente di come sia cambiato il corso dei tempi, soprattutto da noi in Italia: uno studio bwin sugli ultimi 10 anni del calcio europeo lo rivela, in modo molto approfondito, abbiamo tutti i primati negativi per quanto concerne giocatori lanciati dal vivaio e nazionalità diverse presenti in rosa.

Per non parlare dei bilanci, tristemente noti ed evidenti a ben vedere quello che soprattutto le milanesi hanno combinato negli ultimi anni, ovvero poco o nulla. Cambi di società come si si cambiasse un centravanti, minutaggio ridicolo dei propri ragazzi provenienti dalle giovanili, ricerca continua del nome esotico su cui sperperare ingente danaro, spesso mal riposto.

Il caso Inter è uno dei più paradossali: il miglior settore giovanile per distacco in Italia, l’unico capace di vincere la Champions per giovani, eppure negli ultimi dieci anni la prima squadra sul numero totale di minuti giocati, ha visto questi impiegati solo dal 2,8% dei ragazzini della Primavera.

Il caso più anomalo e per certi versi più romantico nel Vecchio Continente è quello rappresentato dall’Atlethic Bilbao. Come noto, la squadra basca tende a far scendere in campo per politica storica societaria solo ed esclusivamente giocatori provenienti dalla propria regione: negli ultimi dieci anni hanno indossato la gloriosa maglia dell’unica squadra della Liga mai retrocessa assieme a Barcellona e Real Madrid solamente due nazionalità differenti, un dato assurdo se confrontato ad esempio con Roma e Genoa, le due squadre in assoluto che si sono viste rappresentare in campo dal maggior numero di Paesi diverti, 36 e 37 rispettivamente.

Caso simile lo si è avuto in Italia sino ad una ventina di anni fa circa, col Piacenza che faceva vestire la propria casacca solamente a giocatori italiani. Senza dover passare da un estremo all’altro, come dimostra la nefasta notte di San Siro con la Svezia 2 anni fa, occorre ritrovare le proprie tradizioni e soprattutto fiducia oltre che coraggio nel comprendere quanto il nostro sia un Paese carico e denso di talento, in ogni reparto e ad ogni latitudine. Un aspetto che, con troppa superficialità, abbiamo colpevolmente dimenticato.