Commemorazione della morte del maresciallo Domenico Amodio

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Questa mattina a Tredozio si è commemorato l’anniversario della morte di Domenico Amodio, maresciallo capo dei carabinieri, ucciso dai partigiani nella notte tra il 12 e il 13 ottobre 1943. Il sindaco Simona Vietina ha partecipato alla celebrazione, ricordando quei tragici fatti che hanno segnato la vita del paese.
L’Amministrazione comunale ritiene doveroso ricordare un episodio significativo di come la guerra privi gli uomini, tutti, dell’umanità e dei valori che sono alla base del vivere civile – ha detto il primo cittadino di Tredozio -. Riassumo brevemente lo svolgersi degli eventi per far sì che chi è a conoscenza dei fatti non dimentichi e chi non lo è possa comprendere appieno la vicenda. Il 25 luglio 1943, crollato il regime fascista, già s’era posto mano alla ricostruzione dei vari partiti politici. La guerra, sconsideratamente iniziata dalla dittatura più di tre anni prima, continuava ed era in casa, poiché gli Alleati erano sbarcati in Sicilia. La sera dell’otto settembre successivo, la radio diffuse, all’improvviso, l’annuncio dell’avvenuto armistizio tra l’Italia e gli Anglo-Americani. Ne seguì un caos enorme tra le Forze Armate, abbandonate a loro stesse, senza ordini da parte del Re né da parte del suo primo ministro Badoglio, ed esposte all’aggressione del già alleato tedesco, pronto ad attuare il piano da tempo predisposto dal quartier generale di Hitler per invadere il suolo italiano e deportare nelle nebbiose lande del nord tanti italiani“.

È in questo quadro che è iniziata la vicenda che portò all’uccisione del maresciallo Amodio. “Antonio Fabbri, coraggioso antifascista di Tredozio che per questa sua fede fu più volte perseguitato e incarcerato – ha aggiunto Vietina – aveva salutato con gioia la caduta del fascismo e una sera manifestò la sua aperta soddisfazione sotto le finestre di casa di colui che era stato il segretario del fascio locale. Ebbe uno scontro con un Carabiniere accorso per fare cessare i rumori e mentre si divincolava dalle tasche del Fabbri uscirono un paio di bombe a mano, per questo motivo Fabbri fu arrestato e portato in caserma. Intervennero don Giovannino Fabbri, parroco d’Ottignana, parente dell’arrestato ed il Commissario prefettizio di Tredozio, Vespignani, a chiedere la sua liberazione; ma il maresciallo Amodio che era fortemente richiamato e pressato da più parti, non poté sottrarsi al suo dovere e dovette trasferire Fabbri a Forlì a disposizione dell’Autorità Giudiziaria“.

A questo punto la fatalità, che tanto peso ha avuto in questa tristissima vicenda, giocò la sua prima carta. “Da alcuni giorni era entrata in vigore la terribile legge di guerra imposta dai tedeschi e così Fabbri, anziché essere giudicato dal Tribunale italiano, si trovò imputato dinanzi ad una Corte di guerra tedesca, Corte che lo giudicò applicando le pesanti disposizioni da pochi giorni imposte, addossandogli dieci anni di lavori forzati in Germania – continua il sindaco di Tredozio – L’animo ribelle di Antonio Fabbri non esitò e, ben conscio di quel che stava facendo, sputò in faccia al colonnello tedesco che presiedeva la Corte. La mattina dopo Fabbri fu fucilato alle Casermette di Forlì; egli fu il primo caduto della Resistenza in Romagna. A Tredozio, la voce popolare alla ricerca di un colpevole, non ebbe dubbi nell’attribuire immediatamente al Maresciallo Amodio l’indiretta responsabilità della morte di Antonio Fabbri, quando invece il Maresciallo aveva solamente obbedito agli ordini ai quali doveva sottostare. Fu così che nella notte tra il 12 e il 13 ottobre alcuni dei primi partigiani saliti sui monti, scesero alla Caserma di Tredozio con l’intenzione di prendere le armi e di chiedere al Maresciallo conto del suo operato. Anche qui il fato pose la sua tragica mano e, nonostante gli ordini non fossero stati quelli, il Maresciallo Amodio fu ucciso“.

Non vogliamo certo fare, qui e ora, un processo per accertare la responsabilità di qualcuno dei personaggi ricordati o di chi, stando nascosto, possa allora aver premuto sulla strada della vendetta – ha ribadito il sindaco – Ma di certo, un responsabile di quelle due uccisioni esiste, è chiaramente individuabile e si chiama guerra, la maledetta guerra che scatena la più terribile ferocia umana e che non fa credito a nessuno di coloro che sono trascinati nell’immondo suo vortice. Auspico che da questi ricordi emerga almeno una grande verità: la guerra è sempre un’immensa perdita per tutti, anche le guerre che ogni giorno siamo portati a combattere forse perchè è più facile combattere che comprendere cosa risiede alla base di ogni decisione che viene presa e la strada più facile non è quasi mai la migliore. Ecco, auspico che si possa sempre provare a comprendere abbandonando il deleterio desiderio di combattere, piuttosto spero davvero che le vittime della vicenda che oggi abbiamo ricordato possano rammentare a tutti, specialmente in momenti come quelli che stiamo vivendo, in cui la pace è violata in più parti del globo, che non si può mai immaginare il conflitto (di qualsiasi natura sia) come strumento di risoluzione delle controversie. La storia insegna che le guerre non producono vincitori, ma solo sconfitti, è quindi in momenti come questo che dobbiamo ricordare e far comprendere ai più giovani che è lasciata a noi, uomini, donne e giovani di questo nostro tempo, la responsabilità di costruire un mondo di pace, anche quotidianamente e di servire ed amare la nostra Italia, la nostra amata Patria, con tutto il nostro cuore e con tutte le nostre forze“.