Lapide-a-Modigliana

Termina a Modigliana il nostro racconto sulla Trafila Garibaldina nel Forlivese. La ricostruzione storica e la mappatura dei percorsi è stata pubblicata, nel 2011, nel volume “Sentiero Garibaldi”, curato da Giorgio Assirelli e Orazio Moretti per il Club Alpino Italiano, Sezione di Forlì.
In questo ultimo itinerario si lasciano le valli del fiume Montone e si raggiungono quelle del torrente Tramazzo. Da San Ruffillo la strada attraversa proprio il primo fiume e risale sulla statale Tosco-Romagnola in località Il Casone. Si prende la strada verso destra (Dovadola) e dopo poche decine di metri si incontra sulla destra una chiesetta con un vecchio Cipresso sul retro. È quello che chiamano il Cipresso di Garibaldi. Si arriva poco dopo al bivio per la strada, a sinistra, del Monte Trebbio che porta a Modigliana.

Si sale lungamente per la strada asfaltata che presenta in alcuni punti una pendenza del 12% fino al valico di Monte Trebbio dove c’è il Monumento al Ciclista realizzato negli anni Settanta del Novecento perché la strada è stata percorsa più volte dal Giro d’Italia e perché metà costate di ciclisti. Siamo a metà circa della tappa. Ora la strada è tutta in discesa e si vedono già le valli attorno a Modigliana. Si scende e dopo circa un chilometro, su una curva, si incontra una prima lapide posata a ricordo del passaggio di Garibaldi. È una stele in marmo bianco attorniata da un boschetto di cipressi. Si prosegue e dopo altri 2,200 km si incontra una seconda lapide. È in una curva molto chiusa e nascosta da un guard rail, che la rende quasi invisibile. Il luogo è però facilmente riconoscibile per la presenza di una roverella di notevoli dimensioni. L’albero è censito fra gli alberi protetti dell’Emilia Romagna. Il colore nero delle lettere della lapide è ormai scomparso e per leggere la scritta occorre avvicinarsi molto, superando il guard rail. Il luogo non è certo invitante per la sosta e la visita alla lapide, la strada non ha aree di sosta e la presenza della curva, quasi cieca, non facilita certo le cose.

Si prosegue e la strada poco prima di raggiungere Modigliana regala diversi scorci panoramici sul paese, il borgo antico e la rocca, alta sullo sperone marnoso arenaceo. La strada entra in paese nella sua parte orientale. Si prende via Adriano Casadei che conduce, poco dopo, alla via Don Giovanni Verità e al ponte che supera il torrente Tramazzo. Passato il ponte si devia a sinistra verso la medievale Piazza Pretorio (seguire le indicazioni), centro dell’antico borgo vecchio, dove si può ammirare la chiesa di San Rocco nella quale ogni mattina celebrava la messa don Giovanni Verità.

Raggiunta la bella piazza ci si deve soffermare il tempo necessario per scoprire i suoi angoli nascosti e suggestivi, spingendosi anche un po’ più in là, lungo le stradine e gli archi, si scende sulla via Lattanzio Vaiani e alla successiva piazzetta si imbocca via Nazario Sauro dove, in fondo si vede la “Tribuna” (XVI secolo), singolare edificio con torrione circolare, due campanili e un’edicola contenente la statua della Madonna con Bambino. Superata la porta e il ponte che valica di nuovo il Tramazzo si giunge sullo slargo di via Silvestro Lega, si gira a sinistra e la si percorre fino al suo termine. Siamo ora nella via principale di Modigliana: via Giuseppe Garibaldi, dove l’itinerario termina di fronte alla casa museo di Don Giovanni Verità. La casa si trova poco oltre il Municipio, sulla parte opposta della strada. È stretta e soffocata dalle altre costruzioni, ben più consistenti ed imponenti.

Il percorso nella storia
Anastasio Tassinari, nella mattinata del 21 agosto, si reca a Modigliana per concordare con Don Giovanni Verità il luogo e l’ora della consegna del Generale la sera stessa. Dopo aver deciso assieme i particolari della consegna, il Tassinari torna a Dovadola e organizza, per quella notte stessa ed in gran segreto, il viaggio dei due fuggiaschi da Monte Aguto al Monte Trebbio, luogo convenuto per il passaggio delle consegne.
Vengono inviate a Domenico Gualdi le istruzioni per accompagnare i due “ospiti” a valle. Nella serata, su due cavalli, accompagnati dal Gualdi e dal colono Luigi Cavallucci, scendono fino a San Ruffillo. Cavallucci riporta indietro i due cavalli e i tre proseguono a piedi, attraversano il fiume Montone quasi asciutto, giungendo fino al podere Rio Villa, dove, dopo aver salutato Domenico Gualdi, salgono sul calesse di Anastasio Tassinari.
Una tradizione orale, non suffragata da documenti scritti, narra del cipresso sul quale sarebbe salito Garibaldi per scrutare i dintorni. L’intervento del Ministro Alberto Ronchey nel 1992 bloccò l’ipotesi di abbattimento dello storico cipresso qualora fosse stato approvato il progetto di ampliamento e adeguamento della Statale 67 che ancora si può osservare vicino ad un oratorio lungo la Statale, all’inizio della Strada del Trebbio.

Prima di mezzanotte arrivano al luogo, appena dopo il Passo del Trebbio sulla strada per Modigliana, dove li aspettava da due ore sotto la pioggia battente Don Giovanni Verità. Il prete modiglianese era uscito di casa la sera all’Ave Maria armato di schioppo con la scusa, ottima per un cacciatore appassionato come lui, di andare alla “cantata delle starne”, in altre parole ad una battuta di caccia notturna alle starne.
La lapide del 1949 ricorda l’incontro: QUESTO MARMO / STA FRA UN CREPUSCOLO E UN’AURORA / FRA ROMA REPUBBLICANA / ALLORA ALLOR CADUTA / E LA RISORGENTE ITALIA / DI CALATAFIMI E DEL VOLTURNO / PER VIRTÙ / DI DON G. VERITÀ / CHE QUI / SOTTRAENDO A MORTE G. GARIBALDI / SALVÒ / LA LIBERTÀ E L’INDIPENDENZA / D’ITALIA / 21 – VIII – 1949.
Garibaldi, diversi anni dopo ricordando quei giorni, scrive nelle sue Memorie Autobiografiche: “Un Anastasio tra gli altri ci accolse e ci custodì in una sua casa dei monti. Poi un prete! Vero angelo custode del proscritto, ci cercò, ci trovò e ci condusse in casa sua a Modigliana.”

Pietro Zama, in Giovanni Verità – Prete Garibaldino, così presenta l’incontro: “Don Giovanni non può più attendere [al rumore di un calesse che si avvicina], e dà il segnale convenuto. Ed ecco: una voce interroga dall’oscurità:
– Siete voi, don Giovanni? –
– Sì, sono io! –
Il calesse è quasi fermo. Anastasio Tassinari è sceso, e procede ancora un poco. Adesso è sopraggiunto anche Don Giovanni; e tutti sono fermi. Garibaldi discende dalla vettura, e poi aiuta a discendere anche Leggero. Anastasio presenta Don Giovanni al Generale ed al suo aiutante: si trattiene ancora con essi qualche minuto, poi si accomiata, volge il cavallo, e risale. In vetta al Trebbio, oltre la svolta, avrebbe incontrato un suo servo che gli avrebbe fatto compagnia nel ritorno. Il suo compito era finito, ed era finito bene. Ora toccava a Don Verità.”

I tre cominciano la discesa verso Modigliana lungo la strada provinciale. Un’altra lapide sotto una grande quercia, in una delle tante curve della strada, oltre un guardrail, a 4 km da Modigliana, ci ricorda quella notte: FUGGIASCHI E BRACCATI / DAI NEMICI DELLA LIBERTÀ / E DELL’INDIPENDENZA ITALIANA / NELLA NOTTE / FRA IL 20 E IL 21 AGOSTO 1849 / SOTTO QUESTE QUERCE / SOSTARONO / PER BREVE RIPOSO / GIUSEPPE GARIBALDI / CULIOLO DETTO “LEGGERO” / E DON GIOVANNI VERITÀ / PRIMA DI TROVARE ASILO / E SALVEZZA / TRA I PATRIOTI DI MODIGLIANA / MODIGLIANA 29 – IX – 1973.

Purtroppo anche in questa lapide la data è sbagliata. Si tratta della notte tra il 21 e il 22 agosto. Presso il Ponte de’ Ciechi la piccola comitiva abbandona, sotto la guida sicura di Don Giovanni, la strada e prende la scorciatoia dei Casetti, entrando poi nel podere Moreta, per varcare il torrente.
La leggenda del guado dei due fuggiaschi sulle spalle del prete è molto romantica, ma non ha alcun fondamento storico. Don Giovanni nelle sue memorie non ne parla mai. E Garibaldi, che di acque era molto esperto, non è tipo da farsi impressionare da un rigagnolo qualunque.

Molti anni dopo, nel marzo 1941, scoppia, forse per pensare a qualcosa di più leggero, “la polemica sul guado modiglianese”. Sulla “modesta questione” Piero Zama scrive l’8 marzo sul Corriere Padano: “che chi si rechi a Modigliana e, scendendo dal Trebbio, segua passo passo, sul posto, il possibile itinerario di quella notte, non riesce a trovare il … guado. Ossia non trova il luogo dove si possa ragionevolmente calare nel torrente sia esso il Tramazzo, o sia esso, più valle, il Marzeno”. Anche Michele Campana, capo redattore dello stesso giornale, il 20 marzo 1941, in un lungo articolo scrive fra l’altro: “Sull’itinerario, seguito da don Verità e dai due profughi, il generale Garibaldi e il capitano Leggiero, si sono stampate e dette una quantità di inesattezze prima di tutto perché a scriverle furono sempre scrittori non modiglianesi, sommariamente informati sui luoghi; e poi perché il salvataggio diede luogo a violente diatribe in paese, essendosi alcuni patrioti vantati di una collaborazione, smentita nel modo più deciso dal prete; e tutti vollero far passare l’Eroe dal loro orto o dalla loro casa. […] lo ho sempre pensato che i tre, varcato il torrente Ibola, passarono sotto la Roccaccia, raggiunsero le Partacce, rivalicarono il ponticello della Colombarina oppure se l’acqua non era molta, perché d’agosto anche se piove per quattro ore una fiumana grossa non può venire in quei torrenti, passarono dalle Portacce il Tramazzo sulle pietre a passetto e presero per la strada di Roncadello, salendo il piazzale dove ora è il monumento a Don Giovanni Verità e di lì, senza pericolo, raggiunsero la via che si chiamava “Dietro gli Orti”; e così, camminando in un itinerario deserto e che non poteva destare sospetti, raggiunsero la casa ospitale del prete salvatore.

Questo è l’unico itinerario logico e preciso … per evitare il più possibile di essere veduti! […]
Come è sorta in me la convinzione di questo itinerario a cui non ha mai fatto cenno nessuno e che pure è il più facile ed il più logico?
Mio padre Lorenzo fu, dalla sua giovinezza fino alla morte di don Giovanni, il cappellano di fiducia ed ebbe con lui spesso frequenza. Mio padre che non si occupò mai di diatribe paesane, ogni volta che con lui ebbi a transitare sul ponticello della Colombarina sul Tramazzo (ponticello ricostruito due volte da mio padre stesso) mi soleva indicare le acque del torrente ed esclamare: – Ricordati che di qui passò Garibaldi. […] “… quanto io ho cercato di spiegare e che forse sarà compreso soltanto da quei miei concittadini, che conoscono bene i luoghi. E questi escludono assolutamente la leggenda del falso episodio del guado a spalla”.

La lettera di Ugo Oriani, figlio del più famoso Alfredo, pubblicata il 25 marzo 1941 ed il successivo articolo di Renato Zanelli del 27 marzo sullo stesso quotidiano, Corriere Padano, non sembrano avere argomenti convincenti.
Ugo difende a spada tratta la tesi di suo padre, il guado del torrente con Garibaldi sulle spalle del prete, esposta nel libro “Fino a Dogali”, tesi senza alcun intento storico ma di pura esaltazione del gesto di Don Verità. Renato Zanelli il 27 marzo rimanda alla “veridicità della tradizione” senza portare a sostegno delle vere prove del fatto.
I fuggiaschi risalgono a Modigliana vecchia, arrivando alla vecchia porta detta “la Portaccia”, attraversano il Tramazzo. Salgono in paese e lungo la via “Dietro gli Orti” giungono nell’orto dietro la casa di don Giovanni dove, in assoluto segreto e senza che nessuno se ne accorga, possono di nuovo riposare fino alla notte del 22, pronti a riprendere la fuga verso la Liguria sotto la guida del “prete garibaldino”.

Della permanenza di Garibaldi e del suo compagno in casa Verità gli uomini del “Buon Governo” a Modigliana non ne avranno il minimo sentore. Natale Graziani scrive che “all’Archivio di Stato di Firenze non si è trovata la minima traccia di segnalazione”.
Garibaldi annota: “Stemmo un par di giorni in casa di Don Giovanni, proprio nel suo paese di Modigliana, ove la stima e l’affetto di cui godeva generalmente servivan di palladio all’ospitale suo domicilio. Fummo condotti poi dallo stesso a traverso l’Appennino, col divisamento di seguirne le vette, per passare negli stati sardi”.

Da Genova, in data 7 settembre 1849, Garibaldi, per rassicurare che l’impresa è terminata bene, spedirà un biglietto a Don Verità col testo convenuto: “Dil.mo Amico, m’incarica il nostro Lorenzo farvi avvertito che le due balle di seta sono giunte a salvamento – G. Battista Grimaldi”.
Diverse lapidi rimangono a testimonianza del pur breve soggiorno dell’Eroe nella città di Silvestro Lega, il quale realizzerà quel magnifico ritratto di Garibaldi, assieme ad altri capolavori come Gli Ultimi Momenti di Giuseppe Mazzini ed il Ritratto di don Giovanni Verità. Modigliana custodisce gelosamente i tre capolavori.

Sulla facciata della casa di Don Giovanni Verità, ora Museo “Don Giovanni Verità”:
A destra: IL POPOLO DI MODIGLIANA ESULTANTE / RICORDA AL PIÙ TARDI NEPOTI / CHE NELL’ANNO FORTUNOSO 1849 / CADUTA ROMA / DALLA RABBIA AUSTRIACA PERSEGUITATO / RIPOSÒ IN QUESTA UMILE CASA / SICURO ALLA FEDE / DEL CANONICO GIOVANNI VERITÀ / GIUSEPPE GARIBALDI / CUI PREMENTE LA GRATITUDINE / VINTO L’AUSTRIACO / DUE LUSTRI DOPO L’OTTAVO DI OTTOBRE / NOVELLAMENTE OSPITE / RIABBRACCIAVA L’AMICO.
A sinistra: PERCHÉ / I SUOI CONCITTADINI RICORDINO / CHE / IN QUESTA MODESTA DIMORA / SICURO ASILO DI PERSEGUITATI PATRIOTI / CONDUSSE LA SUA OPEROSA ESISTENZA / COME UOMO COME ITALIANO COME SACERDOTE / DON GIOVANNI VERITÀ / NEL DÌ 3 DICEMBRE 1885 IL MUNICIPIO / .Q.M.P.

A Don Giovanni Verità furono negati i funerali religiosi. Morì il 26 novembre 1885, circondato dall’affetto immenso delle persone non solo del suo paese.
Pietro Zama così ricorda il funerale: “… il 3 dicembre, nel pomeriggio, il grande corteo, quale la piccola città non aveva mai veduto, si mosse con la salma da quella dimora, e si diresse al pubblico cimitero. Venti labari municipali, rappresentanze di associazioni, più di ottanta bandiere, cinquemila persone, nove concerti musicali. E le campane tacevano”.
Nel 1906, Modigliana erigeva al prete garibaldino il monumento con le parole del suo testamento, oltre al testo delle famose lettere di Garibaldi: A DON GIOVANNI VERITÀ / LA DEMOCRAZIA / 1906.
Seconda faccia della base: APOSTOLO DELLA LIBERTÀ FATE UDIRE LA VOSTRA VOCE POTENTE / AI GIOVANI DELL’ITALIA CENTRALE … DITE CHE NON CI / FACCIANO COMBATTERE SOLI / CONTRO I PAPALI E I BORBONICI / GENOVA 3 MAGGIO 1860 G. GARIBALDI.
Quarta faccia della base: CREDO NELLA RELIGIONE DI CRISTO NON IN QUELLA / CHE È STATA DETURPATA DAL MONDO E DAI SUOI MINISTRI /13 NOVEMBRE 1885 GIOVANNI VERITÀ.

A distanza di anni Garibaldi, mai tenero con la Chiesa ufficiale, ricorda Don Giovanni Verità con sincerità vera e profondo affetto: “Il padre Giovanni Verità di Modigliana era il vero sacerdote del Cristo, e qui per Cristo m’intendo l’uomo virtuoso e il legislatore, non quel Cristo fatto Dio dai preti e che se ne servono per coprire l’oscenità e la fallacia della loro esistenza. Il padre Giovanni Verità, dacché un perseguitato dai preti per amore d’Italia si avvicinava a codeste contrade, era fatto suo il proteggerlo, il nutrirlo e farlo condurre, o condurlo lui stesso, al sicuro dalle persecuzioni. Egli avea salvato così a centinaia i Romagnoli proscritti che si rifugiavano sul territorio toscano. Condannati dall’inesorabile rabbia del clero, essi procuravano di passare in Toscana, il cui governo, se non buono, era almeno men scellerato di quello dei preti.
Le proscrizioni poi, tra quelle sventurate e coraggiose popolazioni, erano frequenti, ed ovunque nelle mie peregrinazioni avevo incontrati Romagnoli proscritti, da tutti avevo inteso benedire il nome del veramente pio sacerdote”.

Numerose sono le lettere che il Generale scrive a Don Giovanni Verità negli anni seguenti e tutte molto affettuose e riconoscenti come, ad esempio, le due seguenti: “Mio carissimo Verità, La vostra lettera gentile mi ha commosso! E come potrei io scordare la mia guida, il mio benefattore del 49. Io ricambio di cuore gli auguri e sono sempre vostro: Caprera, 6 gennaio 1874”.
“Mio caro Verità, Ricambio col cuore i felici auguri. Non sto bene. Ma ricordo sempre con affetto Voi cui devo la vita. Sempre vostro: Caprera, 16 gennaio 1878”.
L’antivigilia della partenza da Quarto per la spedizione dei Mille, mentre impartisce ordini e dà disposizioni, Garibaldi si ricorda di Don Giovanni e, prima di partire, gli invia questa bellissima lettera, da molti considerata come il manifesto della Spedizione dei Mille:
“Genova, 3 maggio 1860
Mio caro amico, vero apostolo della libertà fate udire la voce vostra potente ai giovani borghesi dell’Italia Centrale e dite loro che non ci lascino combattere soli contro i papali e contro i borbonici. Vado per il mezzogiorno – non consigliai il moto della Sicilia – ma giacché combattono bisogna aiutarli.
Il grido di guerra sarà sempre Italia e Vittorio Emanuele.
Vostro per la vita G. Garibaldi”.

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.