Le unicità delle nostre date

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Che importanza poteva avere una data? Sapere esattamente il giorno di nascita di Napoleone, o la fine ipotetica dell’Impero Romano o conoscere gli anni della stesura della Divina Commedia o quando i bersaglieri entrarono da Porta Pia, cosa modificavano nella mia vita“?

Questo non era solo il mio pensiero, mentre assistevo o per meglio dire subivo le lezioni di storia, ma anche quello della maggioranza dei miei compagni. Riempivano queste date, queste scadenze, questi giorni importantissimi con sospiri, sbadigli, caduta di penne, bigliettini volanti e risate trattenute. Le date erano un optional non necessario e per lo più indisponente.

Certo mi piaceva ascoltare il racconto di mia mamma sulla mia nascita. Il babbo era felicissimo, dopo una bambina ero nato io, grosso ed imponente. Il nonno Macì, pieno di gioia, glielo aveva annunciato con: “Pippo, l’è ned quel che porta e barilonn“. E barilonn era una grande botte inserita in una sorta di carriola. Quando era piena d’acqua occorreva farla girare per il giardino per innaffiarne i punti più difficili da raggiungere.

Il lavoro era piuttosto pesante e quindi un maschio che si presupponeva forzuto era quello che ci voleva. Altra data significativa: primo ottobre 1954: si aprono per me le porte della scuola elementare. Furono quelli i giorni dell’apprendimento. Imparare a leggere, a scrivere, rappresentò una porta aperta verso un esterno che non conoscevo. Poi purtroppo molto presto, arrivò quella data che divise il prima dal dopo: diciotto maggio millenovecentosessanta.

A quarantotto anni mio babbo morì. Avevo dodici anni e mi resi conto che niente sarebbe stato più come prima. Mi si chiedeva di crescere, per aiutare mia mamma e il mio fratellino. Dovevo essere un valido supporto per i bisogni della famiglia. Di colpo mi sentii addosso delle responsabilità e in un soffio, con mio babbo se ne era andata per sempre l’età della spensieratezza. Sette luglio millenovecentosessantanove: varcai come impiegato avventizio il portone della Sfir: lo zuccherificio di Forlimpopoli. Senza saperlo, avrei cambiato il mio modo di vivere e avrei vissuto uno splendido e lungo periodo lavorativo.

Diciotto ottobre millenovecentosettantuno: formavo una nuova famiglia, ma questa volta, la responsabilità che mi stavo assumendo, sembrava lieve, soffice, morbida come il peso della neve di marzo grava sulle piantine del grano.

Sette maggio millenovecentosettantaquattro: nasce Federico, mio figlio. Quello fu un giorno felice anche se percorrevo un’altra responsabilità: dovevo crescere un figlio, ma la gioia superava le possibili preoccupazioni del futuro.

Trentuno dicembre duemilasette: l’ultimo mio giorno lavorativo ed inizio di una nuova esistenza. In quel momento mi sono riappropriato di un Angelo più libero, più disposto a divertirsi. Ho incontrato anche una nuova amica: la scrittura. Mai avrei immaginato che mi piacesse così tanto scrivere e che mi desse la possibilità di rivivere il tempo finora passato. Rileggendomi, le parole si trasformano in volti, situazioni, avvenimenti e di volta in volta, mi calo nell’infanzia, nel giardino, a scuola, al lavoro, in famiglia, o passeggio col mio bambino, riscoprendo le cose con i suoi occhi. Dopo tantissimi anni, ho compreso finalmente l’unicità delle date, poiché ogni cambiamento, si fissa in quel giorno, in quell’ora, in quell’anno e con la fronte corrugata, cerchiamo nella memoria quando e dove tutto iniziò o qualcosa finì.