lombardi foscolo

Con l’apertura al pubblico di domenica 26 maggio, dalle 15,00 alle 18,00, si conclude il service promosso dai Lions Club forlivesi e dal Leo Club che ha consentito di tenere aperto il Museo Romagnolo del Teatro. Nell’occasione, alle ore 16,30, Gabriele Zelli racconterà la storia della liuteria forlivese. Di seguito riportiamo un sunto di quanto narrerà.
Una sala del Museo Romagnolo del Teatro raccoglie strumenti musicali di vario genere appartenuti a musicisti locali o ad istituzioni musicali cittadine che nel tempo sono stati donati al Comune di Forlì anche grazie alle sollecitazioni esercitate da musicisti come Alvaro Fiorentini (1913-1996), insegnante di tromba del Liceo Musicale “Angelo Masini”, nei confronti di colleghi e famiglie degli stessi. Tra i pezzi d’interesse della collezione si citano i bocchini per strumenti a fiato prodotti dalla ditta forlivese Colletto e un autopiano a rulli di carta forati della ditta tedesca Uebel & Lechleiter, fabbricato nel 1926, attualmente non funzionante.

Una parte cospicua del fondo proviene dalla liuteria forlivese Paganini, di cui l’esponente maggiore fu Giuseppe Secondo Paganini (Forlì 1870 – Firenze 1913). Infatti nel Museo Romagnolo del Teatro non sono solo ricordate le figure di grandi cantanti come Giuseppe Siboni, Angelo Masini, Maria Farneti, Giuseppe Paganelli, Carlo Zampighi, Ines Lidelba Fronticelli Baldelli, o il ruolo avuto per la musica popolare dai Canterini di Martuzzi, ma anche chi ha prodotto strumenti musicali di ottima qualità e fattura ed è giusto riportare all’attenzione dei cittadini il lavoro di uno dei più apprezzati liutai italiani come fu Paganini, nato a Forlì il 6 gennaio 1870 da Luigi e da Serafina Gulmanelli. Fin da ragazzo iniziò a lavorare assieme al padre il quale ricavava pipe tornendo blocchetti di radica. La vendita delle pipe prodotte nei mercati cittadini e dei dintorni fu la principale fonte di reddito per l’intera famiglia. Ben presto Secondo costruì il suo primo violino, in collaborazione con il padre che aveva appreso l’arte della liuteria alla scuola del faentino Lucarini, seguendo tecniche e procedure consolidate apportando, però, modifiche sia allo spessore dei legni sia nelle arcature segnalandosi per innovazione e per un innato talento. Anche se il padre avrebbe preferito che continuasse a realizzare pipe, Secondo si dedicò allo studio di questa difficile attività. L’anno della sua consacrazione in questo campo fu il 1899 quando realizzò, su incarico del tenore Angelo Masini, il famoso “Quartetto Masini”, oggi conservato presso il Museo Romagnolo del Teatro di Palazzo Gaddi, donato al Comune di Forlì da Raul Masini Risi, nipote del tenore. Il quartetto venne provato a Siena durante un concerto di beneficenza, al termine del quale furono elogiati gli esecutori e non meno entusiastici furono gli apprezzamenti per il fabbricante dei due violini, di una viola e di un violoncello.

Tutti strumenti di autentica bellezza, giudicati perfetti per eleganza di forma, per la vernice chiara e trasparente, che sono stati restaurati nel 2009, grazie al contributo del Lions Club Forlì Host. Dopo Siena la carriera artistica di Secondo Paganini conobbe solo affermazioni di prestigio. Partecipò alle grandi esposizioni di Torino, Nizza, Gand, Monaco di Baviera e Marsiglia dove presentò perfette imitazioni dei “legni” di Giuseppe Guerneri (1968-1744) e Nicola Amati (1596-1684). Ovunque premiato con diplomi d’onore, medaglie d’oro, “croci” al merito, fino a essere nominato membro dell’Accademia degli Inventori di Parigi. Sulle ali del successo e dell’entusiasmo si recò a lavorare a Londra dove fu chiamato dalla prestigiosa liuteria “Fischer & C.”; ma, dopo pochi mesi, lo colse la nostalgia per la sua terra e per la sua famiglia e fece ritorno a casa.

Nel 1902 si trasferì a Firenze dove rimase dieci anni realizzando pezzi unici imitando quelli di altri liutai che hanno fatto la storia di questa attività: Antonio Stradivari, Giuseppe Guerneri, Nicola Amati. Un impegno che fu ripagato da ammirazione e consensi portando, di riflesso, commissioni per nuovi pezzi e richieste di riparazioni di delicatissimi strumenti di inestimabile valore; attività che gli fruttò notevoli guadagni. Non soddisfatto si recò a Genova per esaminare, il più minuziosamente possibile, i particolari del violino del Guerneri utilizzato dal celebre Nicolò Paganini. La copia che esegui fu un autentico capolavoro artistico di cui ancora oggi si parla. Morì prematuramente il 29 giugno 1913 a causa di una grave malattia.

Anche un altro liutaio forlivese merita di essere ricordato. Si tratta di Armando Barbieri (1893-1962). Iniziò dapprima a suonare il contrabbasso nell’orchestra tipica romagnola organizzata dal fratello, il popolare “Carletto” [denominata appunto “Carletto e i Fébar ad San Martên (“i fabbri di San Martino”, a dimostrazione dello spirito ironico che anima il gruppo e dal fatto che Barbieri era di San Martino in Strada, capace comunque di rivaleggiare con formazioni dalla solida reputazione come quelle di Emilio Brighi (1873-1954), nipote di Carlo Brighi (Zaclèn), e di Romolo Zanzi (1885-1952). Poi si dedicò alla liuteria dimostrando abilità nello scolpire il legno realizzando pregevoli sculture ma soprattutto, come scrisse lo storico della musica Michele Raffaelli (1927-2009) nel volume “Musica e Musicisti di Romagna”, Filograf Litografia, Forlì 1997: “Pienamente congeniale alla realizzazione di manufatti leutici (soprattutto violini), al punto da conseguire in più occasioni, sia in Italia che all’estero, significative affermazioni e riconoscimenti (in particolare nel 1937 a Cremona, in occasione della Mostra del Bicentenario Stradivariano, dove fu presente con un violino e una viola realizzati nella sua bottega)”. Non lavorò, come spesso avviene, imitando i grandi liutai della scuola cremonese, ma su modelli e ispirazione propria”.

Nel 1956 scrisse anche un “Trattato di Liuteria antica e moderna (dedicato ai giovani), uscito postumo nel 1993, opera di grande interesse divulgativo, non solo tecnico, per chi voglia intraprendere questa difficile arte.
Il suo banco e gli attrezzi di lavoro, insieme ai riconoscimenti ottenuti (tra cui cinque medaglie d’oro) sono esposti in una sala degli Istituti Culturali di Forlì, in Palazzo Merenda.
Questa nobile arte viene ancora portata avanti a Dovadola da Luigi Foscolo Lombardi. Poco distante dalla piazza centrale del paese, lungo un vicolo ad arco nel quale risuona la corsa dell’acqua di un mulino, si trova la sua bottega-laboratorio. “Ovunque trucioli e segatura, banchi da falegnameria con morse e morsetti, tantissimi attrezzi sparsi in disordine, forse per non perdere di vista un lavoro delicato di intaglio o di incollaggio oppure d’incastro od altra rifinitura”, come ebbe modo di descrivere, un anno fa, la sua “bottega” lo studioso Franco D’Emilio. “Dal soffitto pendono scheletri di viole, violini, chitarre; contro le pareti s’allineano tavole di legno musicale in attesa che il loro padrone liutaio le tagli, le lavori per trarne casse armoniche e manici; nei pochi spazi liberi gli ultimi lavori finiti: il contrabbasso pronto per un musicista tedesco; un liuto tenore, principe della musica barocca, commissionato da una signora americana; una rara “tromba marina”, strumento ad arco particolarmente in uso tra il XV ed il XVIII secolo, infine un “cister” di origine bolognese, altro strumento a pizzico”.
Nel 2017 a Foscolo Lombardi fu consegnato l’attestato di Benemerito di Dovadola dall’allora sindaco Gabriele Zelli (nella foto).