giardino

Chissà quanto costeranno quest’anno le ciliege al chilo? Chiede una donna preoccupata: “sono il mio frutto preferito, ma sono sempre più care. Va a finire che costeranno dalle quindici ai venti euro al chilo e così arrivederci all’anno prossimo ciliegie“. Naturalmente la signora sta scherzando, ma il suo ragionamento non è privo di fondamento; in quanto la bizzarria stagionale sottopone noi tutti esserei viventi ad un rincorrere le stagioni ed a raccontarci “il bel tempo antico“. Ci vorrebbe Marcò, con i suoi alberi penso! Sono anni che non mi reco da quelle parti e mentre tanti flash mi attraversano la mente, mi avvolge la nostalgia di una piccola ricerca. Ci sarà ancora la casa di Marcò? E quei meli, quei ciliegi, quei peschi, quei peri che lui amava come figli? Approfitto di un pomeriggio sereno e con la bici inizio questa sorta di “pellegrinaggio”.

Costeggio quel che rimane della S.F.I.R. e “sempre dritto”, mi avvicino alla ferrovia. Lì, dove prima, c’era un passaggio a livello, la strada è interrotta. Con la bici però imbuco un breve sottopasso e mi trovo al di là dei binari. La vecchia via San Leonardo mi rimanda ad antichi giri con mio figlio piccolissimo. Lui era innamorato dei treni e sarebbe stato delle ore intere ad osservarli, mentre passavano veloci come cavalli di ferro. Io invece ero un po’ impaziente e avrei desiderato non impiegare tanto tempo in questa visione. Sulla sinistra imbocco via Tagliata, poi via Paganello che fuori dal traffico è utile per il passaggio degli abitanti.

A stento riconosco “la via di Marcò”, ma poi mi si presenta la sua casa, ristrutturata e divisa da una rete, forse per delimitare la proprietà dei figli e dei nipoti. I numerosi alberi da frutta non ci sono più, ma gli occhi li vedono ancora come fossero fissati in una vecchia foto. Entravamo in quell’aia e ci veniva incontro Marcò, sempre sorridente, nonostante le dure prove a cui era sottoposto. Ci manda Giovanni (mio suocero) per una cassetta di mele: ce le puoi mettere in due sporte? Certamente, intanto però venite in casa a bere un po’ di acqua fresca, un po’ di vino. E la moglie ci offriva la frutta di stagione o pane e marmellata per il bambino.

All’atto di pagare, il padrone di casa mi fermava la mano dicendo: “Am mèt a post cun Giovanni! (faremo i conti poi con Giovanni ndr). Tornate per le ciliegie! Che quest’anno, se dura così, al sarà propi boni. E per le ciliegie, a fine maggio si era lì e ci si arrampicava in quel grande ciliegio, si mangiava, si rideva e si portavano a casa quei frutti rossi che sanno di infanzia, di gioia, di allegria.

In lontananza si intravede la Marcegaglia, quella fabbrica voluta da Maraldi e che prima di essere venduta, si chiamava Forlisider. Il dietro della Marcegaglia è uno strano confine tra fabbrica e campagna. Là resiste qualche vecchio pesco, semi abbandonato, simbolo forse di un pescheto. Assieme a lui giacciono fasci di tubi in attesa di vendita e mucchi di scarti di lavorazione. Le case che rimangono sono selvagge come gli uomini, con giardini cupi ed appassionati, fiammeggianti ogni tanto di qualche grappolo di glicine, di qualche profumata rosa o candida calla. Imbocco la strada che porta a San Leonardo e giunto all’altezza del forno, riprendo la stradina che mi riporterà in paese. La casa di Marcò è ancora solida, ma nello stesso tempo come se fosse scomparsa poiché cambiando i suoi abitanti, ha mutato il suo cuore.