ascolto-a-distanza-orecchie

“Siamo tutt’orecchi!” Questo, da destra a sinistra, pare lo slogan trasversale, quindi comune che percorre tutte le forze politiche in campo alle prossime elezioni amministrative del 26 maggio.
“L’ascolto”, come da tutti viene definita questa disponibilità ad incontrare e a prestare orecchio alla voce degli elettori, può avere, però, due diversi fini: da una parte, infatti, può significare la volontà di raccogliere spunti, suggerimenti, anche critici, per il proprio programma elettorale e questo mi pare utile sia per le opposizioni, sinora fuori dal governo amministrativo, sia per chi avesse già positivamente governato città e paesi; dall’altra, può rappresentare solo l’ipocrita ammissione, ammantata da un teatrale “mea culpa”, per dire agli elettori: – Finora non vi abbiamo mai ascoltato ed abbiamo fatto sempre di testa nostra, adesso, invece, vi ascoltiamo e ci comporteremo di conseguenza -.

Ecco, in quel “ci comporteremo di conseguenza” sta tutta l’ambiguità truffaldina di buona parte della politica! Quest’ultima evenienza è il caso di tutte le maggioranze, di destra o di sinistra, che hanno fallito nei governi cittadini, ma nel caso della Romagna coincide, soprattutto, con la caduta della credibilità politica, prima ancora umana e culturale, di una sinistra variegata, al pari di un gelato al fiele, da tanta opacità, tante zone d’ombra, tanti comportamenti egoistici e affaristici, tanti personalismi e protagonismi, degni solo dei “personaggetti” del governatore campano De Luca.

In questa considerazione, li cito per la loro efficacia esemplificativa, rientrano i casi di Forlì e Predappio, entrambi flop di una sinistra arrogante, quindi meritevoli della disaffezione dei cittadini, degli elettori: basta ripercorrere la vita amministrativa di entrambe le giunte e rievocarne alcune notizie di cronaca, pure giudiziaria; ancora di più serve non dimenticarsi delle rispettive contraddizioni tra il dire e il fare dinanzi ai loro concittadini; infine, non può tralasciarsi un certo atteggiamento dei due sindaci uscenti, quello, perlopiù, indispettito nel caso del primo cittadino forlivese, quello, chissà perché, tanto podestarile nel caso del primo cittadino predappiese. Entrambi hanno fallito!

Entrambi sono scivolati sul pattume sotto l’ira sacramentante di cittadini, costretti al ruolo di “monnezzari”. Al suo esordio l’attuale, ancora per poco, sindaco di Forlì voleva rilanciare, far volare la sua città, invece, ironia della sorte, ha subito la chiusura dell’aeroporto ed è rimasto ingloriosamente a terra; l’altro, il borgomastro predappiese ha giocato tutto su congressi, convegni, anche con la partecipazione di qualche patetico “movimento per la bellezza”, ha ossessionato tutti con la storia della ex Casa del Fascio, mai eredità fascista fu per lui così provvidenziale, non ha fatto mancare il suo sostegno alla promozione del sangiovese locale. Per il resto niente, assolutamente niente, desolatamente niente.

I due candidati sindaci predappiesi li conosco già: uno, Gianni Flamigni, assessore partecipe e corresponsabile della giunta uscente, è l’estremo salvagente di un centrosinistra predappiese che ha solo cambiato simbolo e nome, da “Predappio Bene Comune” a “GenerAzioni in Comune”, ma è rimasto in sostanza lo stesso dell’esperienza frassinetiana; l’altro, Roberto Canali, cittadino indiscutibile e già in passato consigliere comunale, si candida per lo schieramento di centrodestra.

Tra i due corre una netta differenza che segnala il maggior valore di uno solo: Canali in una sua intervista ha dichiarato che in prossimità dell’impegno elettorale, quindi del confronto con gli elettori, sente la necessità di aggiornarsi, studiare la materia amministrativa: questa sì è davvero una bella lezione di umiltà, di voglia concreta, seria per un impegno all’altezza delle aspettative della sua Predappio!

L’altro fa solo propaganda alla propria candidatura, contando sul trascorso, acquiescente mandato da assessore, svolto con assordante silenzio. Non conoscevo, invece, i due candidati sindaci principali di Forlì, Giorgio Calderoni per il centrosinistra e Gian Luca Zattini per il centrodestra, per questo sono andato ad ascoltarli in due rispettive manifestazioni, sempre mi sono seduto il più appartato possibile e con la mano destra dalla fronte a coprirmi gli occhi, certo non nel vezzo di una posa riflessiva, ma solo per non guardare i due oratori e non farmi influenzare dalla fisiognomica dei due protagonisti: insomma, questa volta volevo essere soltanto “tutt’orecchi” ai loro interventi e alle loro risposte ai cittadini.

Poi, solo alla fine, in entrambi i casi ho guardato i due: sul volto di Calderoni un mezzo sorrisino stentato e di circostanza al pubblico, sul viso di Zattini la piena cordialità di un sorriso che ripagava anche chi tra il pubblico era stato critico nei suoi confronti.
Non ho avuto dubbi e così lo dico, pure con scaramanzia, perché all’interessato sia di sprone sino alla fine della sua lunga campagna elettorale: – Zattini è davvero il meno peggio, è più concreto, pragmatico, coi piedi per terra -.

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69enne di origini liguri ma forlivese d'adozione, funzionario scientifico del ministero per i Beni culturali per più di trent'anni. Ha scritto insieme a Paolo Poponessi il libro "La terra del duce. L'era fascista nella Romagna forlivese 1922-1940" e con Giancarlo Gatta il volume "Predappio al tempo del duce. Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni".