foresta di Notre Dame

Un disastro irreparabile quello occorso alla cattedrale di Notre Dame a Parigi che grazie all’intervento di esperti pompieri non è degenerato causando anche il crollo delle murature. Drammatico assistere in diretta alla furia dell’incendio e al crollo della svettante guglia, la flèche per i francesi, di cui si è salvato, malridotto, il gallo sommitale di rame che contiene tre preziose reliquie.

Le notizie corrono, rimbalzano, si aggiornano in continuazione ma ciò che è accaduto è un fatto gravissimo ed io stento molto a condividere la tesi ufficiale che sia stato un incidente. Nel 2019, in un cantiere come quello della cattedrale di Notre-Dame, sotto gli occhi dell’universo mondo, immaginare che un devastante e disastroso incendio sia divampato per un banale corto circuito è una cosa che fatico a credere.

Vero è che il legno è un materiale infiammabile ma anche vero che non basta un semplice cerino per innescare la fiamma e credo che chiunque abbia in vita sua acceso un camino o un barbeque lo sappia anche solo per esperienza diretta, diversamente non avrebbero inventato la famosa “diavolina”… Per cui, giusto per inquadrare e ripassare i fatti, va ricordato che si è carbonizzata e ridotta in cenere la quasi totalità della copertura della cattedrale di Notre-Dame che era costituita da una struttura portante lignea, molto complessa e articolata, tanto da essere soprannominata “la foresta”, formata da importanti travi di secolari querce (si narra che ne siano occorse circa 1.300).

Vero è che oltre alle travi principali, costituite dai resistenti e importanti tronchi lavorati, c’erano anche i tavolati e gli arcarecci, ma non stiamo certo parlando di pagliuzze o legnetti che s’incendiano con un nonnulla. Per questo, per sprigionare l’inferno che tutto il mondo ha visto in diretta, occorre un innesco importante e, anche, diffuso ed esteso; da qui la mia personale perplessità sul fatto che sia stato un incidente, condivisa dallo stesso architetto Philippe Villeneuve che segue i lavori di restauro della cattedrale e che conosce molto meglio di tanti altri il caso. L’estrema, troppa, velocità nel propagarsi dell’incendio, quasi eccessiva, a mio modesto parere, è il segnale che evidenzia l’anomalia sul giudizio che il tutto sia avvenuto non per un innesco casuale e puntuale ma per la precisa volontà di qualcuno. Su questo, spero di essere ampiamente smentito e immagino che la magistratura francese, o chi di dovere, indaghi approfonditamente e scientificamente per capire le cause e le ragioni dell’immane disastro così da togliermi dalla mente l’ipotesi che non si sia trattato di un dolo.

La grave perdita di una testimonianza architettonica, artistica e, anche, tecnica, di particolare valore perché unica al mondo per esser stata specificatamente studiata e realizzata per la cattedrale parigina, è aggravata dalle considerazioni di personaggi come Vittorio Sgarbi che afferma che non si è perso nulla.
Ancora peggio, però, il dopo… perché di là di costernate dichiarazioni e finte commozioni, di là da vere sofferenze silenziose e commosse, di là da infiniti post, condivisioni, testimonianze e notizie, la cosa che più mi ferisce è l’atteggiamento del “colpo di spugna”… fatalità, è successo, schow must go on, via alla ricostruzione e via alle dichiarazioni delle archi-star… Il Presidente francese Macron afferma molto frettolosamente che il tutto sarà ricostruito entro cinque anni cui si aggiunte l’immediata notizia che seguirà un concorso internazionale per proporre una nuova copertura e una nuova guglia, la nota flèche, che darà al mondiale pubblico una nuova cattedrale. Pazzesco!

La cattedrale di Notre-Dame merita molto più rispetto perché non è un monumento, è innanzitutto una chiesa che vollero i fedeli e che gli stessi contribuirono a edificare e abbellire; è un luogo di culto e va ricordato che tanta bellezza non nasce da uno spontaneismo casuale ma dal desiderio di vivere l’esperienza della fede cristiana in un luogo all’altezza del Dio che incarna.

Perciò, cosa fare ora occorrerebbe chiederlo ai fedeli, che immagino la vorrebbero ricostruita “dov’era e com’era”, e non ai miei cari colleghi che vedono già una nuova guglia in cristallo di Baccarat, come ha affermato Massimiliano Fuksas, o disquisiscono sul materiale da utilizzare per ricostruire la copertura, come fatto da Renzo Piano (non dimenticando di essersi messo a disposizione nel caso fosse necessario).
Se nel ricostruire si modificassero le precedenti fattezze, si commetterebbe il grave errore di cancellare definitivamente un pezzo della nostra storia (l’immagine pubblicata è presa dal web).

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Forlivese (1965), architetto, laureatosi all’Università degli Studi di Firenze con una tesi su "Piani urbani e forma della città - Forlì e la realizzazione di viale della Libertà", rivelando, già allora, il suo vivo interesse verso gli sviluppi dell’architettura contemporanea dalle avanguardie ai giorni nostri. Docente a contratto per oltre dieci anni all’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, affianca all’attività, ormai ultraventennale, di libero professionista, quella di ricercatore storico nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Ha contribuito alle seguenti pubblicazioni: Laura Tartari, "Gli oltre sette secoli degli Orfanotrofi di Forlì. Storia e memoria di una realtà locale (1999)"; Ulisse Tramonti e Maria Cristina Gori (a cura di), "Palazzo Morattini un tesoro nascosto (2006)"; di quest’ultimo edificio ha curato il progetto di restauro, relativo al piano nobile. Nell’ambito dell’attività di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione ha progettato e coordinato il recupero della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì, lavoro che gli è valso la Menzione d’Onore alla “Festa dell’Architettura Forlì-Cesena 2014”, organizzata dall’Ordine degli Architetti della provincia forlivese. Su tale intervento di restauro ha pubblicato anche il volume "Il restauro della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì (2015)" con introduzione curata dal prof. arch. Giorgio Muratore dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Nel 2017 ha curato e pubblicato con Franco D’Emilio il volume "Predappio al tempo del Duce - Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni", raccolta di immagini, recentemente riconosciuta dallo Stato di interesse storico nazionale. Il 2018 lo vede pubblicare il volume "Predappio. Il racconto di un progetto compiuto, 1813 - 1943", che rappresenta lo studio analitico-documentale della nascita e sviluppo del nuovo centro urbano pedemontano, per come oggi possiamo visitarlo.