Ieri, 15 marzo, in tutto il mondo si sono svolte manifestazioni per la difesa del clima e dell’ambiente, sollecitate dall’iniziativa della giovane attivista svedese Greta Thunberg.
Il problema è grave, tocca l’intera umanità, va affrontato con il cambiamento degli schemi produttivi, consumistici, culturali e comportamentali della attuale società globalizzata. Un obiettivo che, certo, impone priorità e interventi entro piani internazionali: diversamente si registrano solo provvedimenti frazionati, parziali, perlopiù a tutela degli interessi di ciascun paese inquinante.

La difesa dell’ecosistema è dunque universale, non ideologico, né di destra o di sinistra, come, invece, ieri in Italia ha voluto indebitamente significare la partecipazione della nostra, residuale e anacronistica riva sinistra politica, forse oggi più deriva, ad una manifestazione appunto trasversale senza paletti e pregiudiziali, ma, si sa, “a mancina” il narcisismo della visibilità non ha limiti.
Eppure, a volte, occorre un appello internazionale per porsi responsabilmente la soluzione di un problema che, magari, anche in piccolo, da tempo abbiamo sotto il naso, ma lo ignoriamo: solo allora tanti struzzi tra noi cavano la testa da sotto la sabbia e via ad un corteo in piazza.

Così, siamo ipocriti perché protestiamo su scala globale, ma fuggiamo da quel “bruscolino” di polvere che insieme a tantissimi altri bruscolini può accumularsi in mucchio contro l’ambiente.
E spesso non c’è neppure da andare tanto lontano per vedere dove e quanto possa superare ogni limite l’irresponsabilità di chi, come amministratore pubblico, dovrebbe farsi cura di intendere, prevenire la difesa del suolo e del territorio.
E’ il caso della recente costruzione di un edificio per civile abitazione a Predappio lungo via Adone Zoli, la strada che dal nuovo paese conduce al vecchio abitato in sommità collinare.
Un obbrobrio dell’offesa, della devastazione che l’uomo, ancora di più se nelle vesti di amministratore pubblico può, forse, consentire contro il paesaggio, il suolo, creando possibili rischi di dissesto.

Le foto testimoniano la situazione attuale: la collina retrostante è stata ampiamente sbancata in forte e rischiosa pendenza sull’edificio, poi lasciata nuda e così esposta a smottamenti per pioggia ed infiltrazioni, infine a tutt’oggi senza strumenti di contenimento sia ai suoi piedi che lungo il suo declivo e in sommità, dove solo a destra si nota una barriera lignea di tronchi.
Prima dello sbancamento il pendio della collina arrivava ancora di più a stretto ridosso delle finestre della facciata posteriore, la cui apertura riservava un’immediata, desolante visione di rovi e sterpaglie.

Non pare una bella immagine questo edificio ad appartamenti, improvvisamente come un pugno nell’occhio del residente o del turista: come non bastasse, alle ex Officine Caproni in rovina, segno dell’incuria verso la cultura e la storia del territorio, adesso si è aggiunto questo odierno azzardo, sfregio all’integrità del paesaggio.
Non mancherà sicuramente chi giudicherà questo intervento un’esagerazione strumentalizzata contro gli amministratori locali, si sa è la logica assolutoria del principio “ ce ne sono cose ben più gravi”!; né mancherà chi sosterrà che, se l’edificio è stato costruito, ciò è avvenuto nel rispetto delle norme, quindi dei requisiti previsti per i permessi di costruzione: allora è il caso di “lex dura lex” e dobbiamo tenerci questo gioiellino di costruzione con finestre vista cosa, una possibile frana?
Resta l’interrogativo quanto questa azzardata costruzione predappiese sia pienamente rispondente alle condizioni di concessione della licenza edilizia.

Qualcosa non convince, non può convincere.
Prima c’era una piccola officina il cui volume, assai minore rispetto a quello dell’odierna costruzione, certo non contrastava col pendio collinare, tanto meno ne aveva richiesto lo sbancamento: questo precedente, forse, è bastato a giustificare la nuova realizzazione?
Ogni volta che transito per via Zoli quasi cerco con curiosità se qualche incauto acquirente abiti l’edifico in questione, ma sinora non un segno di abitante e tanto vuoto desolatamente si abbina bene soltanto alla tristezza della collina offesa.

Da tempo a Predappio tutti vedono, sanno, ma tacciono, meglio non impicciarsi.
Non fiatano gli ecologisti predappiesi, magari radical chic ovvero più velleitari che sostanziali; all’oscuro di tutto restano le associazioni Italia Nostra e FAI, Fondo Anbiente Italiano, se ci sono battano un colpo!
Quell’edificio a ridosso della collina sbancata e violata è destinato ad una sola funzione, quella di un monumento alla stoltezza umana.