diga di ridracoli

«Bene ha fatto il WWF a mettere in evidenza, in concomitanza con la giornata mondiale dell’acqua, i progetti di Romagna acque, già sommariamente e parzialmente esposti dal suo presidente in una intervista del dicembre scorso e ci auguriamo che la discussione che sembra aprirsi faccia la necessaria chiarezza su un tema assai delicato, la carenza di acqua, che richiede soluzioni diverse e più avanzate di quelle che si mettevano in campo in passato e che sembra si vogliano ripetere oggi.

Forse il clima natalizio aveva distolto l’interesse nei confronti delle opere allora ipotizzate da Bernabè ma dopo la pubblicazione delle notizie e delle osservazioni critiche espresse dal Wwf si sono levati gli scudi protettivi dei soliti sostenitori di qualunque opera purchè sia fatta di cemento e costi molto, anche se non prevista da alcuno strumento di pianificazione.
Ancora una volta si procede al di fuori ed in assenza di una pianificazione e si pretende che la Spa che gestisce le fonti idropotabili della Romagna faccia autonomamente il programma delle opere e le realizzi, secondo suoi obiettivi che ci permettiamo di non condividere.

Sono passati più di 30 anni da quando l’acquedotto di Romagna è in funzione e negli anni sono aumentati i consumi, l’acqua distribuita e quindi gli introiti dell’azienda.
Sono anche più di trenta anni che si conoscono i problemi riguardanti la scarsità di acqua e più recentemente è entrata prepotentemente in campo anche la riduzione delle precipitazioni tanto che si sono registrate ben 4 crisi idriche.
In tutto questo lungo periodo però non è stata messa in atto una sola azione di carattere strutturale per ridurre i consumi idrici, risparmiare la risorsa acqua e promuoverne il riuso.
Fa male al cuore, passando da via Correcchio, vedere migliaia di metri cubi di acqua provenienti dal depuratore sversarsi nel Ronco senza che se ne preveda il riuso. E questo succede a Cesena, Rimini, e per tutti gli altri depuratori. Opportunamente trattata potrebbe sostituire l’acqua dei pozzi e del CER impiagata in agricoltura.

Anche in questo caso si sarebbe da tempo dovuta mettere in campo la politica delle 3 R trattandosi di una risorsa sempre più scarsa e preziosa, il cui approvvigionamento ha enormi implicazioni in campo ambientale visti i delicati sistemi in cui va ad operare.
Con scarsa lungimiranza si insiste lungo la strada già trattata 50 anni fa: costruiamo dighe, progettiamo invasi.
I Verdi invece, ancora una volta, chiedono che sia la pianificazione, promossa da un soggetto terzo e democraticamente eletto, fatta a scala regionale, a individuare il modo in cui si deve far fronte alla nuova situazione, sottoponendo i piani alla VAS, Valutazione Ambientale Strategica (come chiede la legge) e alla partecipazione popolare, sottraendo le decisioni ad un soggetto, Romagna Acque, in palese ed evidente conflitto di interesse.
Infatti come può un soggetto che vende l’acqua (e più ne vende più aumentano i suoi introiti) a impegnarsi per ridurre la quantità di risorsa che mette sul mercato?

La Spa ritiene che questa sia la sua missione, “produrre“ (e vendere) l’acqua, mostrando l’impressionante deficit di cultura ambientale che da sempre la connota. L’azienda infatti agendo con spirito di impresa definisce la propria attività come “produzione di acqua” incapace di rendersi conto che l’acqua al massimo si può solo raccogliere mentre al sua “produzione” appartiene ai cicli della natura che gli uomini stanno influenzando negativamente.

Purtroppo in questi anni la mistica di Ridracoli e il contorno di racconti che l’hanno accompagnata con i quali si sono contrapposti gli ambientalisti e i Verdi al Consorzio acque prima e a Romagna acque poi ha fatto dimenticare i fatti principali e le ragioni fondanti la contrapposizione: anche la diga nacque al di fuori della pianificazione regionale che aveva indicato nel CER in realizzazione lo strumento più economico ed efficace per dare da bere ai Comuni della Romagna.

Così come motivo di conflitto fu l’allargamento dei numero dei Comuni serviti e le enormi previsioni di consumi pro capite sul modello americano, 450 litri/abitante /giorno che erano alla base della scelta delle opere da realizzare che prima previdero la captazione del Fiumicello a cui avrebbe dovuto seguire quella del Rabbi e poi ancora una diga sul Savio.
Sarebbe servita allora una pianificazione degna di questo nome e non l’esercizio muscolare del proprio peso politico che doveva costantemente, a suon di feste, salsicciate, fontane zampillanti e son e lumière, confermare la scelta di un modello che nel giro di tre decenni, anche di fronte a mutate condizioni climatiche, mostra tutti i suoi limiti.

Ci chiediamo a cosa serva la proprietà pubblica dell’acqua, come nel caso della Società delle Fonti se questa si muove come una qualunque società privata che cerca di scrollarsi di dosso ogni condizionamento (la pianificazione) ogni suo controllo (la VAS) rifuggendo da ogni impegno realmente di tipo sociale ed ecologico insieme, non tenendo in alcun conto la politica delle 3R sopra ricordata, che dovrebbe oggi essere al centro delle sue azioni.
Romagna acque ha affidato dunque alla DICAM il compito di progettare i futuri interventi: gli ambientalisti conoscono bene questo soggetto dell’Università di Bologna, lo hanno visto all’opera sugli inceneritori e non ne hanno affatto apprezzato l’operato, troppo “confermativo” delle opzioni del committente.

E contemporaneamente (in questo l’unica somiglianza con l’operato dei carrozzoni pubblici) si inventa una nuova società di progettazione fatta insieme con la Sapir, che si occupa del porto di Ravenna, assorbendone il personale che evidentemente, dopo avere manomesso le piallasse per la costruzione delle nuove banchine non ha granchè da fare e peserebbe sul bilancio dell’ente portuale: meglio rifilarlo a Romagna acque che, dimentica di Alpina e della sua fallimentare vicenda, è pronta a d accettare tutto quello che i ravennati propongono.
Romagna acque tratta questioni ambientali e tutta la documentazione riguardante i suoi atti, i suoi progetti ecc. dovrebbe essere disponibile alla consultazione, lo dispone la legge che obbliga che tutto ciò che riguarda l’ambiente deve essere a disposizione del pubblico e invece ci si deve accontentare di quel poco che si legge nel sito o delle interviste del presidente…

Quindi ci si deve limitare al piano pluriennale degli investimenti che abbiamo letto attentamente tutto: a parte le dichiarazioni riguardanti la scarsità di acqua e la necessità di cercare altre fonti non c’è nulla, non ci sono le dighe piccole o grandi dell’intervista di Bernabè del dicembre scorso, c’è l’incarico al Dicam e null’altro: un po’ poco perché si possa disporre degli elementi che consentano una discussione democratica di questioni che non possono essere lasciate alla solo distratta valutazione di una assemblea di sindaci, più attenti alle questioni che attengono ai rapporti politici e al peso delle rispettive federazioni che al resto».

Federazione dei Verdi di Forlì-Cesena