Fulcieri Paulucci di Calboli al Pincio

Qualche giorno fa si è celebrato a Forlì il centenario della morte di Fulcieri Paulucci di Calboli avvenuta il 28 febbraio 1919. Personaggio noto ai forlivesi, ma non solo, perché ritenuto, dai più, un eroe nazionale. Fu, infatti, insignito della Medaglia d’oro al valor militare, conferitagli nel febbraio del 1917, perché nonostante “Ferito già due volte ed inabile alle fatiche di guerra, volle tuttavia essere sempre comandato ai più avanzati osservatori, ove compì opera utile non solo come artigliere ma anche come soldato, tutti incoraggiando ed in tutto portando il suo valido aiuto. … Ferito gravemente mentre andava per guidare i rincalzi, ebbe ancora ad esprimere parole di incitamento alla lotta, chiamandosi felice di cadere per il proprio paese. Dosso Faiti, 18 gennaio 1917.”

Le cronache narrano che divenuto invalido volle comunque rimanere al fronte e ottenne di essere incaricato come “osservatore di controbandiera” e la sua postazione avanzata era a Dosso Faiti, nel Carso (ora Slovenia goriziana). L’osservatorio fu bombardato violentemente dall’artiglieria nemica l’8 gennaio 1917 e quando si interruppero i collegamenti telefonici Fulcieri si offrì per raggiungere il Comando per chiedere rinforzi e, di notte, durante questa missione, fu colpito alla schiena da una scheggia di proiettile “shrapnel”. A seguito di questa grave ferita fu costretto a muoversi in carrozzella ma non smise dallo spendersi per i suoi ideali nella rinnovata veste di oratore che lo vide attivo in molti incontri pubblici che gli portarono ulteriore notorietà.

Due anni dopo, il triste epilogo, la mattina del 28 febbraio 1919, mentre era ricoverato nella clinica di Solsana di Saanen, nel Canton Berna.
E così Fulcieri morì giovane, a soli ventisei anni, visto che era nato a Napoli il 26 febbraio del 1893 quale figlio dell’aristocratico Raniero di Calboli, discendente di una delle più note famiglie forlivesi, e Virginia Lazari Tornielli, altra aristocratica ma torinese. Sepolto nel Pantheon al cimitero monumentale di Forlì (il suo loculo è sormontato da un busto eseguito dallo scultore Carlo Fontana), la sua memoria tornerà in auge durante il periodo fascista più per uno stano intreccio di parentele e amicizie che non perché riconosciuto quale eroe degli eroi. Va prima ricordato che Benito Mussolini ebbe modo di incontrare Fulcieri mentre era ricoverato al padiglione Zonda di Milano causa le ferite da decubito e dove era stato mesi addietro, nel febbraio, il futuro dittatore anch’egli ferito sul Carso durante un’esercitazione. Nell’occasione, il direttore de “Il Popolo d’Italia” chiese a Fulcieri un contributo per il suo giornale che pubblicò l’8 novembre 1917 col titolo: Resistenza. Il monito di un eroe.

Quando, nel ’22, Mussolini divenne Primo Ministro fra i tanti provvedimenti ci fu anche quello di richiamare in servizio il padre di Fulcieri, Raniero Paulucci de Calboli, per incaricarlo quale ambasciatore in Spagna e confermò, nel ruolo di Capo di Gabinetto al dicastero degli Esteri, il giovane Giacomo Barone Russo, originario di Caltagirone. I due, però, non erano estranei fra loro ma parenti perché Giacomo Barone Russo aveva sposato, nel gennaio del 1920, la figlia di Raniero Paulucci di Calboli, Camilla, sorella dell’eroe Fulcieri, di un anno più giovane (1894).

Non a caso, il 15 aprile 1923, giorno del primo ritorno ai luoghi natii nella veste di Primo Ministro, Mussolini, accompagnato da Roma da una piccola delegazione fra cui anche Giacomo Barone Russo, pranzò a Forlì a casa del suocero Raniero, in via Piero Maroncelli, nell’edificio che sarà poi trasformato nella Casa del Mutilato.
Nel 1924, il neonato Liceo Scientifico forlivese, venne intitolato proprio a Fulcieri Paulucci di Calboli (tuttora ne mantiene il nome) anche per la lauta sovvenzione del padre Raniero e nel 1925 la titolazione delle Legazione italiana a Berna, Svizzera, dove sempre il padre era stato Rappresentante diplomatico dal 1913 al 1919.

Una sorta di esternazione dell’eroe verrà celebrata, a imperatura memoria, nel 1926 quando avvenne l’inaugurazione dell’erma di Fulcieri nel giardino del Pincio a Roma; a presenziare l’evento i familiari, il padre Raniero e la moglie Virginia, il Marchese Giacomo Barone Paulucci de’ Calboli (così il cognome dal 1924) con la moglie Camilla oltre alla madre dell’altra medaglia d’oro Enrico Toti, poi anche rappresentanti del Governo, delle due Camere, delle Legazioni straniere, di mutilati e combattenti e il discorso fu tenuto da Italo Balbo “… rievocando la santità della figura dell’Eroe.”. Va ricordato che il busto fu scolpito dal genovese Giovanni Prini, artista che trasferitosi a Roma aprirà la sua casa-studio su via Nomentana agli esponenti più giovani delle vita culturale della capitale tra cui Duilio Cambellotti, Umberto Boccioni, Cipriano Efisio Oppo, Sibilla Aleramo, Gino Severini, Ettore Ximenes, Antonio Maraini e Giacomo Balla, dei quali fu fonte di ispirazione.

A titolo di cronaca si riporta parte della didascalia da cui sono tratte le immagini pubblicate: “Una nuova e gloriosa figura d’italiano è entrata al Pincio, in quel Viale delle Magnolie che per iniziativa del Governatorato di Roma è stato destinato ad accogliere i ricordi dei martiri e degli eroi della grande guerra: il busto di Fulcieri Paulucci di Calboli si erge ora in faccia a quello di Filippo Corridoni…”. Facile constatare l’incertezza se sia corretto il “… de’ Calboli” o “… di Calboli” e la perplessità, almeno da parte mia, permane.

(in bianco e nero le immagini del 1926 e a colori l’erma oggi)

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Forlivese (1965), architetto, laureatosi all’Università degli Studi di Firenze con una tesi su "Piani urbani e forma della città - Forlì e la realizzazione di viale della Libertà", rivelando, già allora, il suo vivo interesse verso gli sviluppi dell’architettura contemporanea dalle avanguardie ai giorni nostri. Docente a contratto per oltre dieci anni all’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, affianca all’attività, ormai ultraventennale, di libero professionista, quella di ricercatore storico nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Ha contribuito alle seguenti pubblicazioni: Laura Tartari, "Gli oltre sette secoli degli Orfanotrofi di Forlì. Storia e memoria di una realtà locale (1999)"; Ulisse Tramonti e Maria Cristina Gori (a cura di), "Palazzo Morattini un tesoro nascosto (2006)"; di quest’ultimo edificio ha curato il progetto di restauro, relativo al piano nobile. Nell’ambito dell’attività di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione ha progettato e coordinato il recupero della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì, lavoro che gli è valso la Menzione d’Onore alla “Festa dell’Architettura Forlì-Cesena 2014”, organizzata dall’Ordine degli Architetti della provincia forlivese. Su tale intervento di restauro ha pubblicato anche il volume "Il restauro della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì (2015)" con introduzione curata dal prof. arch. Giorgio Muratore dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Nel 2017 ha curato e pubblicato con Franco D’Emilio il volume "Predappio al tempo del Duce - Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni", raccolta di immagini, recentemente riconosciuta dallo Stato di interesse storico nazionale. Il 2018 lo vede pubblicare il volume "Predappio. Il racconto di un progetto compiuto, 1813 - 1943", che rappresenta lo studio analitico-documentale della nascita e sviluppo del nuovo centro urbano pedemontano, per come oggi possiamo visitarlo.