muro-progetto viale della stazione

Rientrando da un breve soggiorno fuori città, sceso dal treno alla stazione di Forlì, mi sono tornati in mente i concetti espressi dal filosofo Niklas Luhmann il quale riteneva che le antiche porte di accesso alle città fortificate medioevali oggi esistono ancora ma sono state sostituite dalle stazioni ferroviarie, dai porti e dagli aeroporti. Oggi ho avuto la percezione che il concetto possa essere condivisibile anche perché essendo tornato a casa a piedi dalla stazione, ho provato l’esperienza di chi arriva in treno a Forlì e passeggia per raggiungere la sua meta. Conosco abbastanza bene la mia città, ma cercando di fare un salto quantico temporale, sono tornato ai tempi della mia tesi di laurea, quando ho iniziato a scoprirla avendo come tema la sua forma urbana e, in particolare, il suo asse di ribaltamento quale fulcro della sua espansione che è rappresentato proprio dal Viale della Libertà che oggi, in parte, ho percorso a piedi.

Così, costeggiando il lato destro del viale, sono passato a fianco di quello che è rimasto del muro che segnava il confine fra la ditta Ettore Benini, impresa fondata nel 1898 fra le prime a credere nella validità del cemento armato, e il suddetto viale.
Circa un decennio fa il muro era integro, lo ricordo bene, anche se degradato, poi, nel complessivo progetto dei “Portici”, qualcuno ha deciso di demolirne una parte e restaurarne un’altra. Il muro, però, nella sua completezza, era parte integrante del progetto dell’intero viale perché voluto e realizzato per occultare al visitatore che arrivasse in treno a Forlì l’area del Cantiere Benini e, non a caso, fu progettato con particolare cura e perizia. Le prove sono contenute nelle tavole originali e tutta la documentazione è depositata all’Archivio di Stato (di cui si pubblica un estratto della prospettiva); il progetto è datato maggio 1931, a firma del Cav. Ettore Benini in persona, in cui si notano i dettagli compositivi, le riquadrature, la scansione dei pieni e dei vuoti e le finiture di coronamento.

Facile constatare che in fase esecutiva decisero di valorizzare maggiormente la soluzione d’angolo realizzando un altro accesso, sovrastato, nel portale, dalla scritta Ettore Benini (fotografie del tempo dimostrano che la scritta era chiara su fondo scuro, diversamente da come è stata restaurata, ma questo è un dettaglio).
Per quanto sopra, ho sempre pensato che la parziale demolizione del rimasto muro sia stata una mutilazione antistorica e lontana dai crismi dettati dalle regole del restauro ma, tant’è, oggi il fatto è irrimediabile, e credo si sia perso un piccolo pezzo di storia del Viale.
Al di là che ciò possa essere essere condiviso o meno, oggi, passeggiando, ho constatato che la demolizione di buona parte del citato muro rende evidente uno scenario di incompiutezza e di abbandono perché nell’intero isolato si respira aria di trascuratezza dovuta al fatto che i lavori non si sono compiuti e l’intero progetto non ha raggiunto gli obbiettivi immaginati nell’idea generatrice che lo ha poi voluto e creato.
Col senno di poi, constatati i fatti, sarebbe forse stato meglio mantenere l’intero muro per far sì che l’eventuale “viaggiatore errante” entrando dalla “nuova porta della città” incontri il triste biglietto da visita che è, oggi, il progetto dell’area dei Portici con il suo muro mutilato.

Giancarlo Gatta

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Forlivese (1965), architetto, laureatosi all’Università degli Studi di Firenze con una tesi su "Piani urbani e forma della città - Forlì e la realizzazione di viale della Libertà", rivelando, già allora, il suo vivo interesse verso gli sviluppi dell’architettura contemporanea dalle avanguardie ai giorni nostri. Docente a contratto per oltre dieci anni all’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, affianca all’attività, ormai ultraventennale, di libero professionista, quella di ricercatore storico nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Ha contribuito alle seguenti pubblicazioni: Laura Tartari, "Gli oltre sette secoli degli Orfanotrofi di Forlì. Storia e memoria di una realtà locale (1999)"; Ulisse Tramonti e Maria Cristina Gori (a cura di), "Palazzo Morattini un tesoro nascosto (2006)"; di quest’ultimo edificio ha curato il progetto di restauro, relativo al piano nobile. Nell’ambito dell’attività di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione ha progettato e coordinato il recupero della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì, lavoro che gli è valso la Menzione d’Onore alla “Festa dell’Architettura Forlì-Cesena 2014”, organizzata dall’Ordine degli Architetti della provincia forlivese. Su tale intervento di restauro ha pubblicato anche il volume "Il restauro della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì (2015)" con introduzione curata dal prof. arch. Giorgio Muratore dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Nel 2017 ha curato e pubblicato con Franco D’Emilio il volume "Predappio al tempo del Duce - Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni", raccolta di immagini, recentemente riconosciuta dallo Stato di interesse storico nazionale. Il 2018 lo vede pubblicare il volume "Predappio. Il racconto di un progetto compiuto, 1813 - 1943", che rappresenta lo studio analitico-documentale della nascita e sviluppo del nuovo centro urbano pedemontano, per come oggi possiamo visitarlo.