stand gastronomico

Avete idea dei permessi, dei controlli, delle verifiche tecniche che oggi occorrono per aprire un’attività nel settore della ristorazione?
Che sia un ristorante o una più casalinga trattoria oppure un chiosco di profumata piadina farcita o, ancora, una pizzeria dalle tante fragranze, l’aspirante gestore deve far sì che la sua licenza commerciale risponda innanzitutto a determinati requisiti: l’idoneità complessiva, strutturale e sanitaria, dei locali d’esercizio, ivi compresa la disponibilità di servizi di toilette; il rapporto volumetrico tra gli spazi di consumo e il numero di tavoli e/o clienti possibili; l’idoneità di sana costituzione fisica del personale di cucina e di servizio; la rispondenza di tutto l’esercizio a norme di sicurezza, prevenzione e antincendio.

Forse manca ancora qualcosa, eppure il ristoratore, pur di realizzare la sua attività, si piega a tutti questi controlli, certo che tutto valga il suo proposito di offrire un servizio di qualità, magari anche legato alla tradizione enogastronomica del suo territorio.
Pensate, però, la delusione di ogni gestore nel constatare che tanto brigare per uffici non vale assolutamente o pesa solo in minima parte per tutto quell’abusivismo che nel campo dell’enogastronomia viene esercitato dal mondo della politica: partiti, sindacati e associazioni disparate, dalle Pro Loco locali ai sodalizi culturali agli irriducibili, vetusti partigiani, tutti si tuffano nella ristorazione, non sempre a prezzi vantaggiosi o perlomeno rispondenti alla qualità del cibo, per trarne guadagni utili a sopperire ai costi delle loro attività.

Non c’è occasione che sfugga a questi abusivi, coperti dalla complicità di Comuni, autorità sanitarie e dall’omertà di chi vede, sente, ma non fiata.
Ovunque, sulla neve delle settimane bianche come nelle serate afose agostane e, in Romagna, dalla riviera all’appennino alle piane assolate, gli improvvisati, discutibili ristoratori della politica sono sempre pronti, quasi in agguato, a rifilarti, seduto scomodamente su una panca sotto un maleodorante tendone, cibo da caserma in piatti di plastica, vino spillato non si sa da dove, sicuri di rimbambirti, intanto, con la solita, gracidante orchestrina.
Ma nel caso dei ristoranti, delle trattorie, delle piadinerie e delle pizzerie della politica maneggiona quali sono i margini della sicurezza, dell’igiene, della salubrità dei servizi offerti?

Chi garantisce la legittimità di volontari che dalla cucina al servizio ai tavoli toccano, portano cibi senza un preventivo controllo della loro idoneità sanitaria a tale impiego.
E, scusate la finezza, ma all’occorrenza dove corre a cagare o pisciare l’incauto cliente?
Altro motivo insopportabile di questo totale o sicuramente parziale abusivismo della ristorazione è l’evidente evasione fiscale: mettetevi vicino ad una cassa di queste feste mangerecce della politica e vedrete con quanta facilità il ruffiano cassiere, che fotte e sorride, o la pettoruta cassiera di felliniana memoria si dimentichino ogni tanto di digitare l’incasso.

Sarà un caso? Da destra a sinistra tutta la politica si improvvisa maldestra trattoria, spesso con lo stesso piatto, magari rivisitato secondo il proprio colore: si passa così dallo spaghetto all’arrabbiata dei disfatti compagni postcomunisti a quello nostalgico, cameratesco al nero di seppia o allo spaghetto al pesto verde repubblicano o, ancora, a quello bianco, mantecato ai formaggi, che ogni sapore amalgama come nella tradizione centrista cattolica.
Eppoi, c’è la salamella che unisce nel fumo disperso della cucina misto a quello del dubbio sangiovese che intorbida i pensieri.
Cibi e vino che provengono di solito da fornitori compiacenti a prezzi stracciati.
Che si può pretendere!

Tutte queste feste enogastronomiche della politica producono un danno consistente ai bravi ristoratori del territorio, penso con affetto a quelli romagnoli, nuocciono gravemente alla tradizione di qualità e creatività della cucina locale, sovrappongono all’identità dei nostri paesi iniziative fuori luogo, ormai anacronistiche.
Sarebbe molto più sensato che, ad esempio, da Forlì a Cesenatico a Predappio a S. Sofia si favorisse la sinergia tra i Comuni e i ristoratori locali per restituire davvero una giusta immagine di tradizione, sapori e ospitalità, come è giusto che sia per la valorizzazione turistica delle nostre terre.

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66enne di origini liguri ma forlivese d'adozione, funzionario scientifico del ministero per i Beni culturali per più di trent'anni. Ha scritto insieme a Paolo Poponessi il libro "La terra del duce. L'era fascista nella Romagna forlivese 1922-1940" e con Giancarlo Gatta il volume "Predappio al tempo del duce. Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni".