Gildo Cortesi

Proseguo la pubblicazione della testimonianza inedita di Gildo Cortesi (Forlì 1916-2009) che racconta i giorni della liberazione dal campo di concentramento nazista e quelli immediatamente successivi (la prima parte è stata inserita su 4live.it il 26 gennaio 2019 ndr).
Cortesi (la foto è degli anni Novanta) rimase nel lager di Aken-Elbe per circa nove mesi essendo stato preso dai tedeschi a Forlì nell’agosto 1944, all’uscita dal lavoro. Fu liberato nell’aprile del 1945 dai soldati americani.

Il racconto di Cortesi, scritto a 50 anni di distanza dai fatti narrati, è stato conservato dal figlio Giorgio, a cui si deve la decisione di divulgarlo, riprende dal momento in cui agli ex prigionieri fu concessa “libertà d’azione ma solo per 24 ore” per procurarsi cibo e vestiario.
“Berlino era distante circa 150 chilometri e l’avanzata delle truppe americane sarebbe stata inarrestabile perché i soldati tedeschi erano stretti in una morsa che si stava stringendo sempre più. Sentivamo in noi la fine di un incubo che ci riportava la serenità smarrita in quei lunghi mesi di sofferenza psichica e morale e gli avvenimenti di quel giorno eccezionale stravolgevano le preoccupazioni vissute in mondo che ci aveva sopraffatto e reso impotenti. Sembrava quasi di uscire da un sogno profondo e senza fine. Era una realtà nuova che si affacciava improvvisamente davanti a noi scampati ad una prevedibile morte e al centro di una tremenda guerra distruttiva.

Debbo dire che quel giorno i nostri pensieri furono più brevi di quanto scrivo, perché le nostre azioni spontanee, approfittando del momento favorevole, ci spinsero ad agire da incoscienti al solo scopo di accaparrarci un po’ di generi alimentari utili soprattutto alla sopravvivenza futura.
Ci buttammo dietro la colonna militare che stava per entrare in paese. Incuranti del pericolo ci inoltrammo nei fossati laterali della strada camminando con la schiena abbassata per non farci vedere, mentre attorno a noi fischiavano le granate lanciate dai cannoni e mortai tedeschi che cercavano di colpire i carri armati e i militari alleati della colonna che si allungava lungo la strada di fianco a noi. Era veramente assurdo dopo essere stati liberati mettere in pericolo la vita dimenticandosi di essere in mezzo a una battaglia che ancora imperversa nella nostra località; ma non sapevamo resistere alla fame. Aken-Elbe distava sei chilometri e le cucine con i magazzini degli alimentari erano un paio di chilometri prima; era quella la nostra meta e vi giungemmo in massa mentre i soldati entravano in paese. Fra tanta parapiglia per impossessarsi di quel che si trovava anch’io riuscii a procurarmi un po’ di patate di zucchero e carote che misi nel mio sacco di juta che portavo sempre con me a tracolla. Poi dovemmo rientrare nel campo per passarvi la notte.

Intanto erano arrivati alcuni ufficiali americani per darci disposizioni utili per l’organizzazione e il censimento dei deportati presenti e per suddividerci in guppi a seconda della nazionalità. Fu nominato un capo per ogni squadra dando la preferenza a chi conosceva la lingua inglese. Ci venne comunicato che, non appena fosse ultimato il rastrellamento nel paese previsto per il il giorno dopo, potevamo andare con libertà di azione, solo per 24 ore, nel centro di Aken per poi rientrare tutti ai nostri posti nelle baracche non più sorvegliate, ovviamente, dai poliziotti tedeschi, fuggiti ancor prima dell’arrivo delle truppe alleate.

Il giorno dopo sarebbe stato un giorno veramente diverso! Nessuno dormì quella notte trascorsa fra canti ed inni alla gioia che durarono fino all’alba senza interruzione.
Fin dalle prime luci dell’alba seguente cominciò la marcia dei nostri gruppi che con passo veloce aveva una sola direzione: la via che portava ad Aken. I più rapidi entrarono nei cortili delle case per impossessarsi di carretti, carriole e biciclette con gli abitanti rinchiusi nelle loro case con le porte sprangate. Essi guardavano esterrefatti dalle finestre l’ondata di quegli stranieri lasciati liberi che invadeva le loro proprietà e trafugava ogni cosa che servisse a recuperare, almeno in parte, quello che gli era stato proibito durante i lunghi mesi di forzata prigionia. Ricorderò sempre quei volti che esprimevano odio e paura mentre assistevano al saccheggio dei negozi dopo aver infranto le vetrine da nostre squadre di scalmanati che erano alla ricerca di ogni tipo di merce.

Anch’io iniziai la perquisizione in alcuni uffici dove trovai delle fodere di materassi a quadrettini ancora nuove, qualche coperta, un orologio a cucù, che in seguito mi sarà trafugato, un apriscatole a forma di pesce, un paio di forbici di forma strana e così via. Poi, seguendo la marea che si dirigeva ai magazzini allineati lungo la riva del fiume navigabile Elba, posti oltre il paese, giunsi in tempo per vedere una scena davvero spettacolare e curiosa. Un gruppo di connazionali che era entrato attraverso il grande portone di uno dei magazzini stava uscendo inquadrato come un plotone militare indossando divise di pelle nera con giacche a doppio petto aventi bottoni dorati incisi con gli stemmi della Marina militare tedesca. Erano entrati con abiti logori e sdruciti e si erano trasformati in eleganti ufficiali! Guardai bene la pelle usata per quelle uniformi e posso dire (da intenditore) che si trattava di pellame di vitello nero di prima scelta. In quei magazzini, poi, c’era ogni ben di Dio, anche vestiario di marca italiana, che proveniva certamente dalle razzie effettuate nei paesi attraversati dalle truppe in guerra. Con il gruppo di amici che faceva parte della mia stessa baracca trovammo casse di carne in scatola di marca olandese. Erano confezioni da 36 pezzi. Subito ne caricai una su un carretto. Poi trovammo grosse balle di foglie di tabacco, sacchi di zucchero greggio e confezioni di pastina gluitinata. Caricammo quanto più possibile e riprendemmo la strada del ritorno al campo dandoci il cambio nello spingere il prezioso carico. Volevamo fare presto per ritornare ancora a rifornirci, prima che terminasse il permesso concessoci dal Presidio Militare americano che ora occupava la zona. E così fu. Facemmo rapidamente un altro viaggio e prendemmo ancora quello che fu possibile trovare.

Poi iniziarono gli scambi di merce, ai fumatori si offriva tabacco per avere indumenti di qualsiasi tipo. Personalmente mi procurai una giacca militare tedesca, pantaloni, stivali a mezza gamba usati, una camicia e un berretto. Anche nei giorni successivi continuò questo strano mercato di scambio ed era un vero divertimento assistere alle scene di chi cercava le scarpe da accoppiare perché, nel trambusto e nella confusione, chi aveva assaltato un negozio di calzature si era trovato in mano o una sola scarpa o due di tipo diverso.
Ci fu un amico italiano che con un vero colpo di fortuna aveva trovato oggetti d’oro in una oreficeria, un altro si era diretto dove aveva avuto la possibilità di ammirare una bicicletta da corsa nuova ed era riuscito ad impossessarsene.

Dopo qualche giorno seppi che era scomparso in sella alla bicicletta per ritornare al suo paese in Italia affrontando, coraggiosamente, oltre novecento chilometri da percorrere fra innumerevoli disagi e le strade dissestate dalla guerra ancora in corso. Seppi in quella occasione che era stato un corridore prima di essere internato in Germania. Ricordo anche un altro amico che riuscì ad impossessarsi di una tromba, anche questa vista esposta in un negozio della città di Aken. Lo sentimmo suonare come un vero professionista in quanto era stato componente della famosa Orchestra Angelini prima di essere catturato prigioniero nei pressi di Milano”.

Con queste due immagini di prigionieri di lager nazisti che ritrovano la libertà e per riprendere il proprio destino si “aggrappano” ad una bicicletta e ad una tromba termina il racconto di Gildo Cortesi. Sono due immagini che inevitabilmente hanno un collegamento con la Romagna, con Forlì e con la famiglia di Cortesi dove Gildo rientrerà affrontando un viaggio difficile, irto di pericoli. Perché la bicicletta per i romagnoli è sempre stata un piacere che, come scrisse Alfredo Oriani, “è quello stesso della libertà… andarsene ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio, senza preoccupazioni, senza servitù come in un treno. La bicicletta siamo ancora noi che vinciamo lo spazio e il tempo”.

La musica e il ballo sono stati altrettanti fattori identitari dalle nostre parti e la loro diffusione nel dopoguerra fu sinonimo di ritrovato slancio per affrontare la difficile opera di ricostruzione, tanto da far scrivere a un cronista in visita alle terme di Riolo: “Dopo pochi giorni che son qui, anche i più ammalati, per mezzo delle inalazioni di questa acqua famosa, li vedi ballare la samba, signore anziane si gettano in vorticosi valzer riuscendo a battere in sveltezza ragazze e giovanotti”.
Per questo ragazzi e ragazze non perdevano una festa da ballo per conoscersi, piacersi ed innamorarsi. Un’immagine che dovrebbe occupare gli occhi di tutti noi invece di quelle che quotidianamente si vedono e che richiamano il triste passato vissuto da Gildo Cortesi.

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.