vendemmia del passato

Si può sostenere, senza timore d’essere smentiti, che il romagnolo ha sempre dato grande importanza al vino, sia come prodotto della terra che come compensazione alla miseria per secoli patita. Fin dall’antica Roma, infatti, la coltivazione vitivinicola ha avuto un ruolo di primo piano nell’economia famigliare e locale, per evolversi nel corso dei secoli, per qualità e quantità; tanto da arrivare, ai giorni nostri, grazie ad attente politiche aziendali e commerciali di Cantine Sociali a carattere cooperativistico da una parte, e di privati cultori ed estimatori del proprio territorio dall’altra, a commercializzare i vini e, quindi, il nome della Romagna, ormai in ogni angolo della terra. Ma, un discorso cosi sintetico pone, a chiunque abbia una pur minima cognizione storica del nostro territorio, alcuni logici interrogativi che ora proviamo ad affrontare e, possibilmente, a spiegare.

Da più parti, pubblicazioni editoriali, siti dei vari consorzi di vini o di enti che tutelano questo prodotto, spesso leggiamo che “i nostri vini” erano già famosi ai tempi dei Romani, i quali, li ritenevano tra i migliori dell’impero. La leggenda narra che il Sangiovese debba il suo nome proprio ai Romani che, per la sua vigoria, lo chiamarono “Sanguis Jovis“. Queste antiche tracce di storia sui nostri vini confermerebbero una secolare tradizione vinicola della nostra gente, questo grazie ad un clima temperato ed un terreno adatto alla coltivazione dei vitigni. Quanto c’è di vera storia e quanto di leggenda? La domanda sorge spontanea, dal momento che, secondo autorevoli voci, è necessario mettere un po’ d’ordine agli eventi. Esisteva il Sangiovese, in Romagna, ai tempi dei romani?

Domanda imbarazzante, forse offensiva per i più, ma la realtà appare, agli storici, ben diversa. Il Sangiovese, al tempo di Roma, non esisteva nella Gallia Togata Cisalpina (o VIII Regione); esistevano, però, uve autoctone. Uno dei vini più noti ricavati da queste uve, forse perché l’unico giunto fino a noi, è il “Burson” delle zone di Russi e Bagnacavallo, dalla struttura organolettica piuttosto primitiva e di non facile apprezzamento in purezza.
Non dimentichiamoci, inoltre, che duemila anni fa la Romagna era praticamente paludosa. La centuriazione romana è la chiara testimonianza dell’ “evoluzione alluvionale” del territorio; prendendo la via Emilia come decumano massimo, a monte la collina e a valle terre incerte rese fruibili solo da un intenso e programmato lavoro di bonifica con appezzamenti terrieri di 700 mt x 350 circa, o poco più. Da aggiungere, inoltre, i continui cambiamenti di corsi fluviali (ricordiamo il contenzioso sul percorso del Rubicone) testimonianza ulteriore di terre argillose con le numerose fornaci di laterizi ritrovate che fanno emergere un quadro davvero poco propenso alla vinificazione, per di più, rustica del tempo.

Solo la collina poteva offrire un terreno idoneo, e su questo si avanza un’ulteriore osservazione. La densità umana del tempo non poteva essere certamente alta o, perlomeno, adeguata alla terra disponibile, di conseguenza il vino non poteva essere così famoso al punto da divenir decantato, addirittura, con titolo divino: “Sangue di Giove”. Avrebbero dovuto coltivare solo vino per avere una quantità e qualità eccellente; il che non corrisponde a verità.

C’è un interessante libretto scritto da Beppe Sangiorgi e Giordano Zinzani, “Sangiovese vino di Romagna. Storia e tipicità di un famoso vitigno e di un grande vino”, pubblicato da Valfrido Edizioni per conto del Consorzio Vini di Romagna, che pone il vitigno e quindi il relativo vino come e sola emanazione della presenza toscana in Romagna. Affermano gli autori come solo dopo le annessioni dei comuni collinari da parte di Firenze, quindi dal 1450/1500 in poi, si ritrovano vitigni di sangiovese sul nostro territorio, all’inizio lungo le valli del Santerno e del Senio. Narrano, tra l’altro, di una sostanziale differenza di vinificazione tra i due versanti dell’Appennino tanto che i numerosi mercanti toscani quando venivano in Romagna per affari narravano di un vino “orribile”, aspro, forte, quasi acetato, in sostanza grezzo e volgare. In Romagna il vino si beveva e si beve tutt’ora in purezza, mentre a Firenze già si facevano gli assemblati; il chianti stesso raccoglie in se vitigni atti ad “ammorbidire” il gusto e renderlo signorile pur conservandone il carattere di base, appunto, del sangiovese.

Nel libro “San Martino in Strada”, edito da L’Almanacco editore nel 2018 e curato da Piero Ghetti, Marino Mambelli, Mario Proli e da chi scrive, viene riportata una notizia singolare, oltre a raccontare la storia del popolare quartiere forlivese. Si ricorda che negli anni ’50 del secolo scorso presso la locale Casa del Popolo fu “insediata” la “commissione del vino composta da anziani esperti del ‘nettare’, che decideva cosa andasse acquistato per poi essere somministrato ai clienti del locale”. La notizia è accompagnata da una straordinaria fotografia dove si vedono gli otto componenti di questo organismo in un ambiente disadorno col bicchiere di vino in mano, attorno a un tavolo sul quale campeggiano tre caraffe da un litro di cui due vuote e una a metà.

Anche Gianni Leoni, nato a Sogliano al Rubicone ora residente a Forlì, ricorda che il nonno, che gestiva un’osteria del paese, ci teneva a conoscere la qualità del vino che serviva e quello (soprattutto) della concorrenza. Racconta il nipote: “Mio nonno è sempre stato orgoglioso del suo vino, anzi lo allungava perchè “troppo” buono”. Ricordo un giorno, io bambino di 10 anni con i pantaloni ancora corti, sul sellino posteriore della Guzzi 500 Falcone, seguire le curve bianche e polverose dietro la schiena di mio nonno per andare in località “Pietra dell’Uso” sempre di Sogliano, dove dieci/quindici metri oltre la trattoria ancora presente vi era una osteria di un certo “Frazchin”. Locale più simile ad un “bettolino” che ad una vera e propria osteria e, in effetti, serviva, dall’inizio del ‘900, i minatori della miniera di lignite di Montetiffi. Mio nonno, prosegue Gianni, mi portò con se in questo viaggio di 7/8 chilometri perchè assieme a lui assaggiassi quel vino (questo aspetto, però, lo appresi anni dopo!). Ci fermammo, io praticamente non parlai (ero anche molto timido), mio nonno, invece, accennando a lavori di muratura da effettuare (è sorprendente come un tempo sapessero fare di tutto) cominciò a sorseggiare il vino offertogli, facendomelo sentire perchè era caldo e dovevo avere sete per forza! Lui non disse niente ed io nemmeno, ma ricordo ancora a distanza di 50 anni, quelle parole pronunciate a denti stretti da mio nonno mentre ci accingevamo a rimontare sul Guzzi per tornare a casa: “L’è mej e mi!”.

Questo “lavoro” di andare ad assaggiare il vino della concorrenza lo ha sempre fatto, conclude Leoni, a Pietra dell’Uso come a Bagnolo, a Montegelli come a Rontagnano per arrivare fino a Montebello di Torriana da Pacini, allora frazione di Sogliano. Per me era una scoperta costante del territorio con la gioia di essere sul “motore” col nonno per una conoscenza del sangiovese davvero unica”.

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.