colonna ospitalità bertinoro

“O Brettinoro, ché non fuggi via…”; così apriva il capoverso della terzina scritta dal sommo poeta nel XIV canto del Purgatorio allorché incontrò Guido del Duca e Rinieri da Calboli nella seconda cornice degli invidiosi, sorpresi a parlottare fra loro.
La citata località è poi risultata rinomata e conosciuta tanto da essere frequentata anche da numerosi stranieri; da Bertinoro si godono paesaggi e viste meravigliose così da meritare l’appellativo di “Terrazzo della Romagna” come, anche, la “Città del Vino” ma, soprattutto, “Città dell’Ospitalità”. Infatti, la leggenda narra che i bertinoresi fossero così ospitali da “litigarsi” i pellegrini che vi giungevano tanto da dover ricorre a un espediente per metter fine a questa querelle e Guido del Duca, giudice dal 1212 al 1218 a Bertinoro, e Arrigo Mainardi decisero di erigere una colonna nella centrale piazza del paese con dodici anelli corrispondenti alle famiglie nobili che al tempo l’abitavano; così, il pellegrino che vi giungeva e legava il suo bastone o la sua cavalcatura ad un anello della colonna, veniva ospitato dalla famiglia che rappresentata.

La colonna è divenuta, così, nei secoli, il simbolo stesso di Bertinoro e tuttora ne rappresenta l’icona più evidente essendo presente nel gonfalone comunale e si è meritata diversi appellativi quali “Colonna degli Anelli”, “Colonna delle Anelle” e, più corretto, “Colonna dell’Ospitalità” visto che il motto del comune è hospitalitatis monumentum.
Avvicinandoci ai giorni nostri, nell’immaginario collettivo forse poetico il pensare che la colonna oggi presente sia la stessa posata nel medioevo ma, nei fatti, non è così.

Alcuni affermano che l’originaria colonna fu rimossa nel 1570, senza però citare la fonte ma, tant’è, effettivamente, immagini fotografiche dei primi del ‘900 confermano la sua mancata presenza. A conferma della sua precedente esistenza vi erano poche e frammentarie fonti documentali fra le quali una tela del pittore forlivese Antonio Zambianchi che verso la metà del ‘700 fu invitato dal Governatore e dal Consiglio degli Anziani a decorare la Sala della Fama del trecentesco Palazzo Ordelaffi, sede comunale, ritraendo sei tele celebrative della memoria storica di Bertinoro. Prova delle sua esistenza risiedevano, anche, nella tradizione popolare oltre a cenni di poeti e prosatori come anche in stemmi e sigilli ma il fatto che non ci fosse più ne mise in dubbio la veridicità storica tanto da rischiare di perdersi nel dimenticatoio.

Fu un illustre studioso, Paolo Amaducci, bertinorese allievo a Bologna del Carducci, noto per i suoi studi danteschi anche fuori della Romagna oltre ai contributi su Guido del Duca che né ricostruì una preziosa biografica, che trovò documenti d’archivio tali da confermare l’esistenza della famosa colonna come anche le sue fattezze.
Così, il 5 settembre 1926, alla presenza delle autorità, dei politici, dello stesso Amaducci, oratore principale, e una folta presenza di pubblico, fu inaugurata la ricostruita colonna “dov’era e com’era” e da allora a Bertinoro si festeggia la ricorrenza settembrina rimembrando la nota ospitalità romagnola.
Altre opere modificarono l’immagine della piazza bertinorese che nel 1934 vide il restauro del trecentesco Palazzo Ordelaffi modificandone le fattezze estetiche, assieme alla torre dell’orologio, per riportarlo a remote vestigia trecentesche, come lo possiamo ammirare anche ai giorni nostri.

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Forlivese (1965), architetto, laureatosi all’Università degli Studi di Firenze con una tesi su "Piani urbani e forma della città - Forlì e la realizzazione di viale della Libertà", rivelando, già allora, il suo vivo interesse verso gli sviluppi dell’architettura contemporanea dalle avanguardie ai giorni nostri. Docente a contratto per oltre dieci anni all’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, affianca all’attività, ormai ultraventennale, di libero professionista, quella di ricercatore storico nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Ha contribuito alle seguenti pubblicazioni: Laura Tartari, "Gli oltre sette secoli degli Orfanotrofi di Forlì. Storia e memoria di una realtà locale (1999)"; Ulisse Tramonti e Maria Cristina Gori (a cura di), "Palazzo Morattini un tesoro nascosto (2006)"; di quest’ultimo edificio ha curato il progetto di restauro, relativo al piano nobile. Nell’ambito dell’attività di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione ha progettato e coordinato il recupero della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì, lavoro che gli è valso la Menzione d’Onore alla “Festa dell’Architettura Forlì-Cesena 2014”, organizzata dall’Ordine degli Architetti della provincia forlivese. Su tale intervento di restauro ha pubblicato anche il volume "Il restauro della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì (2015)" con introduzione curata dal prof. arch. Giorgio Muratore dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Nel 2017 ha curato e pubblicato con Franco D’Emilio il volume "Predappio al tempo del Duce - Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni", raccolta di immagini, recentemente riconosciuta dallo Stato di interesse storico nazionale. Il 2018 lo vede pubblicare il volume "Predappio. Il racconto di un progetto compiuto, 1813 - 1943", che rappresenta lo studio analitico-documentale della nascita e sviluppo del nuovo centro urbano pedemontano, per come oggi possiamo visitarlo.