Concorso

Vittorio Sgarbi, la sorella Elisabetta ed altri ancora, si sono scagliati contro il progetto vincitore del concorso bandito dal Comune di Ferrara per la creazione di un nuovo corpo di fabbrica da realizzarsi nel giardino attiguo al famoso Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Alcuni media descrivono il progetto come “ampliamento” del palazzo creando così inevitabili ambiguità e Sgarbi, cavalcando l’onda, ha promosso una petizione on-line per far sì che il concorso non abbia seguito; le sue argomentazioni muovono dal fatto che “… il più importante edificio della Addizione erculea, sta per essere aggredito, nella sua perfezione, da un progetto di «ampliamento»… su cui si era già espressa «Italia Nostra»…”.

La polemica divampa e, inevitabilmente, ciò crea due contrapposti schieramenti ovvero chi difende il progetto perché ritenuto corretto, non lesivo, e, comunque, frutto di un regolare concorso internazionale che ha visto la partecipazione di 70 gruppi, posizione che condivido, e, all’opposto, chi sostiene, con tanto di raccolta di firme sul web, che l’intervento non si deve fare. I firmatari dell’appello promosso dallo Sgarbi sono circa 1.500 e, fra questi, tanti nomi illustri e conosciuti e tanti anonimi e sconosciuti ma ciò che suscita stupore è proprio il “chi” ha sottoscritto l’appello che porta alla domanda che molti di noi, architetti addetti ai lavori, ci poniamo: ma di architettura possono veramente parlare tutti e tutti dare o esprimere giudizi?

La risposta è chiaramente sì, tutti possono parlare di architettura e dare giudizi come tutti sono allenatori, medici, pittori, urbanisti, musicisti e, insomma, pare proprio che la tuttologia diverrà, a breve, una vera e propria scienza. Perché si sa, bastano pochi click e tutti sanno cos’è stata la “Addizione erculea”, tutti conoscono l’architetto che progettò il Palazzo dei Diamanti, Biagio Rossetti, tutti conoscono le modifiche apportate al palazzo dai primi del 1500, quando fu completato, ad oggi, e, ancora, tutti conoscono i danni subiti nei bombardamenti del gennaio e giugno del 1944, e, ancora, tutti conoscono il bando di concorso, tutti conoscono il raggruppamento di professionisti che ha vinto e, quindi, tutti possono giudicare, appellare, scongiurare, inveire, sottoscrivere e condividere perché forti di una dichiarata “competenza” in materia.

La dimostrazione di ciò viene leggendo l’elenco dei firmatari l’appello di Sgarbi visto che fra i circa duecento citati, perché noti, dei 1.500 firmatari dell’appello, ci sono una decina di storici dell’arte, alcuni soprintendenti e ex soprintendenti, e una quindicina di architetti, ovvero più o meno una trentina di persone che, a mio avviso, potrebbero avere voce in capitolo ma sui restanti, cantanti, attori, registi, sindaci, professori, che sono la stragrande maggioranza, esprimo le mie più vive perplessità sul fatto che abbiano titolo e competenza nell’esprimere un giudizio compiuto sul concorso e sul progetto vincitore. Ripeto, tutti hanno diritto ad esprimere giudizi ma, se mi è consentito, schierarsi dalla parte di Sgarbi che muove le sue critiche sul solo principio che un edificio storico, nel caso il Palazzo dei Diamanti, non può essere toccato in nessun modo è a dir poco imbarazzante.

In primis sta il fatto che il concorso è stato bandito seguendo tutti i crismi del caso ovvero avendo tutte le necessarie autorizzazioni compresa quella della Soprintendenza, forse la più importante; a seguire, il fatto che il palazzo non viene in realtà toccato perché il progetto prevede la realizzazione di un corpo di fabbrica staccato, molto minimale, di ridotte dimensioni e, anche, smontabile essendo previsto con una struttura in acciaio e vetro. Forse si possono esprimere giudizi sul progetto che può piacere o non può piacere ma invocare l’annullamento del concorso ovvero ritenere che l’ente banditore, la commissione giudicatrice* e i progettisti vincitori siano tutti degli emeriti imbecilli è inaccettabile, vergognoso e particolarmente offensivo per l’intera categoria degli architetti.

Si aggiunge, poi, che anche l’Ordine degli Architetti di Ferrara, testate giornalistiche del settore, il Consiglio Nazionale degli Architetti, altri Ordini e innumerevoli colleghi abbiano preso le difese del concorso, rende evidente che la posizione assunta da Sgarbi è ridicola e fuori luogo. Nel ridicolo, però, ci finisce anche l’intera Italia perché in tutto il mondo, da sempre, si mette mano a tutto e tutte le nostre città e gli edifici che le costituiscono sono il risultato di continue stratificazioni, modifiche, aggiunte, demolizioni e chi più ne ha più ne metta. Affermare, oggi, nel 2019, che nel giardino nel retro del Palazzo dei Diamanti, non si debba realizzare un’opera ritenuta necessaria al miglior funzionamento della struttura espositiva è, a mio modesto avviso, una posizione anacronistica, anti storica e, quindi, inaccettabile.

Vero è che a breve a Ferrara ci saranno le elezioni amministrative e sicuramente l’evidenza mediatica del fatto potrebbe portare consensi, forse, e altissima visibilità ma le regole vanno rispettate perché se il concorso ha seguito un percorso corretto, ripeto, deve avere corso, ma in Italia, si sa, siamo tutti architetti, ingegneri, allenatori, medici, etc… e sembra che tutto possa essere sempre rivisto da tutti perché la dignità e il rispetto delle professioni, dei titoli e dei ruoli sono andati persi da tempo.

*(La commissione era presieduta da Maria Luisa Pacelli, dirigente del servizio Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e composta dall’architetto Giorgio Cozzolino, dirigente della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini e già dirigente per le Soprintendenze di Napoli, delle Marche, delle province di Parma e Piacenza, oltre all’architetto Alfonso Femia, di chiara fama, socio fondatore dello studio 5+1AA, oggi Alfonso Femia Atelier(s) AF517 e già professore di Progettazione architettonica presso le Facoltà di Genova e Ferrara).

Giancarlo Gatta

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Forlivese (1965), architetto, laureatosi all’Università degli Studi di Firenze con una tesi su "Piani urbani e forma della città - Forlì e la realizzazione di viale della Libertà", rivelando, già allora, il suo vivo interesse verso gli sviluppi dell’architettura contemporanea dalle avanguardie ai giorni nostri. Docente a contratto per oltre dieci anni all’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena, affianca all’attività, ormai ultraventennale, di libero professionista, quella di ricercatore storico nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Ha contribuito alle seguenti pubblicazioni: Laura Tartari, "Gli oltre sette secoli degli Orfanotrofi di Forlì. Storia e memoria di una realtà locale (1999)"; Ulisse Tramonti e Maria Cristina Gori (a cura di), "Palazzo Morattini un tesoro nascosto (2006)"; di quest’ultimo edificio ha curato il progetto di restauro, relativo al piano nobile. Nell’ambito dell’attività di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione ha progettato e coordinato il recupero della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì, lavoro che gli è valso la Menzione d’Onore alla “Festa dell’Architettura Forlì-Cesena 2014”, organizzata dall’Ordine degli Architetti della provincia forlivese. Su tale intervento di restauro ha pubblicato anche il volume "Il restauro della ex Casa del Fascio a Pievequinta di Forlì (2015)" con introduzione curata dal prof. arch. Giorgio Muratore dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Nel 2017 ha curato e pubblicato con Franco D’Emilio il volume "Predappio al tempo del Duce - Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni", raccolta di immagini, recentemente riconosciuta dallo Stato di interesse storico nazionale. Il 2018 lo vede pubblicare il volume "Predappio. Il racconto di un progetto compiuto, 1813 - 1943", che rappresenta lo studio analitico-documentale della nascita e sviluppo del nuovo centro urbano pedemontano, per come oggi possiamo visitarlo.