Mercoledì 23 gennaio, all’abbazia di S. Andrea (la Badia) di Dovadola, l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, ha ricordato Benedetta Bianchi Porro recentemente proclamata Beata da Papa Francesco. L’ha fatto pronunciando un’omelia piena di profonde riflessioni alla luce della fede e del Vangelo. Un intervento di grande attualità per un dialogo profondamente culturale fra credenti e non credenti, in pratica fra uomini e donne del nostro tempo, giovani compresi.

Siccome lo stesso mons. Zuppi è stato molto solerte e cortese ad inviarmi il testo del suo discorso, lo metto a disposizione dei lettori di 4live.it, non prima di rammentare che Benedetta nacque l’8 agosto 1936. A tre mesi si ammalò di poliomielite dalla quale guarì, pur rimanendo minata nel fisico. A dispetto delle condizioni di salute, s’iscrisse alla facoltà di Fisica dell’Università degli Studi di Milano, ma dopo un mese passò a quella di Medicina. Proprio questi suoi studi le permisero, nel 1957, di riconoscere da sola la natura della malattia che l’aveva intanto resa cieca e progressivamente sorda: neurofibromatosi diffusa o morbo di Recklinghausen.

La vicinanza degli amici le permise di uscire a poco a poco dal dolore. Due volte pellegrina a Lourdes, scoprì in quel luogo la propria autentica vocazione: lottare e vivere in maniera serena la malattia. Attorno a lei si radunarono amici e sconosciuti, mentre con le sue lettere raggiunse molti cuori. Morì nella sua casa di Sirmione alle 10,40 del 23 gennaio 1964, a ventisette anni, con un «Grazie» come ultima parola. Dal 22 marzo 1969 le sue spoglie mortali riposano nella chiesa della badia di Sant’Andrea a Dovadola. È stata dichiarata Venerabile il 23 dicembre 1993. Il 7 novembre 2018 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto relativo a un miracolo ottenuto per intercessione di Benedetta, la cui beatificazione è stata fissata a sabato 14 settembre 2019, nella cattedrale di Forlì.

Ed è proprio ricordando la morte di Benedetta e l’atto di Papa Francesco che ha fatto riferimento mons. Zuppi iniziando l’omelia dicendo che “Oggi ricordiamo con una gioia particolare l’anniversario della nascita al cielo di Benedetta. La scelta di Papa Francesco di dichiararla beata ci offre un significato ancora più profondo della sua memoria così cara e allarga il nostro cuore, unendoci a tutta la Chiesa e in particolare a questa sua Chiesa di Forli-Bertinoro della quale ella è figlia. È gioia condividere la sua vita, farla nostra, sentirsi suoi familiari, come avviene nella comunione. La santità è come l’amore vero: non invecchia. Sento la grazia della sua vita che è stata un dono interamente offerto a Dio e agli altri, di una testimone umile e grande, santa della porta accanto e umanità straordinaria, debole e fortissima, giovane e saggia, isolata dalla malattia e in comunione con tanti, sofferente e radiosa nella gioia. Come tutte le grazie ci chiede di rivestirci anche noi dello stesso amore di Dio che lei ha vissuto, diventandone come lei un riflesso. Questa è la santità, che è circolare e tutti noi siamo santi, chiamati a seguirlo, non padroni o servi, ma amati e adottati a figli. La storia della Chiesa è sempre una storia di santità, tutta umana, scandalosamente umana perché noi cercheremmo la santità in una realtà totalmente altra mentre Gesù ce la rende manifesta proprio nella nostra umanità. La santità non è la perfezione ipocrita dei farisei, che nascondono il peccato senza vincerlo come i sepolcri imbiancati, che non credono alla grazia ma ai loro meriti, che curano le apparenze e vedono il male solo negli altri, condannando il peccatore insieme al peccato. La perfezione di Gesù è il suo amore. Rinneghiamo l’orgoglio e la paura e seguiamo, per amore, prendendo la nostra croce Colui che per primo dona tutto se stesso. Non perderemo il nostro io, ma lo troviamo!

Benedetta ci aiuta a capire quello che Papa Francesco ha chiesto a tutti con l’Evangelii Gaudium: essere sempre nella gioia. Infatti (EG 6) “La gioia non si vive allo stesso modo in tutte le tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto”. Ecco la grandezza di Benedetta, che ha sperimentato tanto la terribile durezza della vita e non si è arresa perché piena della luce che l’ha illuminata. La gioia del cristiano non c’è quando le cose vanno bene ma quando tutto sembra inutile e perduto, quando la vita è così pesante che sembra non vi sia significato alla vita stessa. La tenera forza di Benedetta ci fa vergognare anche di tanti vittimismi e ci ricorda come solo vivendo per l’Altro, che è Dio e per gli altri che scopriamo prossimo, possiamo rimarginare la nostra ferita e le nostre tenebre diventano un meriggio. Benedetta aiutava tutti sempre e lo ha fatto fino alla fine, a chiunque chiedeva aiuto, come racconta la mamma. “Non c’è fine in quello che si deve fare e si deve sempre dare agli altri”. Aiutava, cieca, un ragazzo in difficoltà, Roberto, pieno di malinconie e disperazioni. “Dare amore anche quando sembra impossibile”. “Voglio sacrificarmi per tutti gli uomini”. “Solo per amore prendo la croce e seguo”, diceva, e la sua vita è il vero commento al Vangelo di oggi.

“La carità é abitare negli altri”, scriveva. Non è solo un’affermazione suggestiva, ma, come disse il cardinale Biffi, è teologica: Dio prende dimora in noi, rimane, noi in Lui e Lui in noi. ”La misericordia è vivere nel dolore degli altri”, disse. Il cristiano non cerca la sofferenza, non la ama, ma non scappa, ha misericordia e non smette di amare. Ecco la sua santità, così concreta e umana in una grande sofferenza fisica e interiore, che sono sempre un naufragio e vuole dimostrare l’inutilità della vita. Benedetta ci dimostra esattamente il contrario. La vita ha sempre un valore immenso. “La mia barca è fragile, le mie vele sono squarciate dal fulmine, i remi spezzati; e la corrente mi trascinano lontano. Mi agito e lotto vanamente, perché non voglio trovare dolore dove spero ancora possa esservi pace: non ho fiducia sufficiente in me e negli altri”, scriveva. Mi ha colpito la bellezza e la profondità delle sue lettere, intrise tutte di profondo amore e sofferta umanità, che rivelano la banalità della nostra comunicazione digitale, così intensa e continua ma anche così spesso così povera di vita e profondità. Benedetta era libera dalla prigionia del male sentendo tanto amore e donandolo.

A sua madre che le regala un uccellino in gabbia osservando: «È come te», lei risponde: «No, io, mamma, non sono mai stata tanto libera come da quando sono immobile qui.» “Sto cercando di uscire da un periodo tanto, immensamente difficile. A volte soffro bestialmente, vorrei finisse. Sono in certi istanti sbalestrata, senza sostegno, come in una scala traballante senza appoggio, vagando e non riuscendo più a salire. Eppure lo voglio. Mi sento sola eppure Lo chiamo”. Le sue parole sono come un salmo e tutta la sua vita è un salmo pieno di amore, di dolore, anche di angoscia e di speranza. “Assetata sono corsa a farmi confortare da Lui. L’ho risentito. Con Lui mi sento di camminare lontano: in capo al mondo se Lui vorrà”. La sua era una comunione intima con Gesù, con la sua croce e con la luce della Resurrezione.

Papa Francesco nella sua esortazione Gaudete et Exultate proprio sulla santità ci chiede di riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. (GE 14) La santità di Benedetta è quella della beatitudine di coloro che sono nel pianto, perché saranno consolati e danno consolazione. (GE 75). L’uomo del mondo, l’uomo isolato e prigioniero delle sue paure, ignora la sofferenza, guarda dall’altra parte, fugge quando ci sono problemi di malattia o di dolore. E ignorare o, peggio, usare la sofferenza per dimostrare o ottenere qualcosa, è disumano e pericoloso. L’indifferenza si rivolta contro perché in realtà tutti siamo deboli e bisognosi di amore.

Il nostro mondo non vuole piangere: preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle, nasconderle. La lezione dolce e umile di benedetta è che al mistero del male si risponde sempre con l’unica forza di Dio e dell’uomo, che è l’amore. E’ la sua sapienza di vita: “Non so cosa darei per tornare indietro di tre anni quando ancora sentivo tutto: non sappiamo mai apprezzare quello che abbiamo” “Prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora, ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini. Ho trovato che Dio esiste ed è Amore, Fedeltà, Gioia, Fortezza, fino alla consumazione dei secoli. La vita è breve; passa velocemente. Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con Lui, per giungere in Patria”. Ecco la santità di Benedetta, che non si è arresa al male, che ha cercato il cielo e ha vissuto con tanto amore sulla terra. Non è il benessere, ma l’amore che vince il male. Benedetta lo ha sentito e vissuto con tanta intensità e ci aiuta a capirlo ancora oggi. “Tutto è grazia, tutto è bene, tutto va a gloria di Dio”. “Dio sa trarre il bene anche dal nostro male” “Tutto è grazia, anche il male”. Per questo poteva dire: “Che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili).

Grazie è stata la sua ultima parola. Grazie Benedetta, sorella dolce e fortissima, che ci aiuti ad essere umani nelle avversità, che ci liberi dalle paure perché forti, fortissimi dell’unica forza capace di sconfiggere il male, che è l’amore. Sei una stella luminosa che riflette la luce di Dio, ci fai guardare in alto e a non arrenderci mai al male. Sei del Paradiso perché ti sei fatta amare da Dio e hai amato con tutta te stessa. Grazie della tua santità che ci aiuta ad essere santi, che ci fa accorgere di quanto l’amore è nostro e di Dio, divino e umano, della terra e del cielo. Tutto concorre al bene e tu hai preso la tua pesante croce e ci indichi che solo andando dietro a Cristo abbiamo la vita e che nella vita di oggi inizia quella che non finisce”.

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.