Anni 40 Don L. Sturzo con Benedetto Croce

Rieccomi. Di nuovo su questo giornaletto, come è stato definito da una voce isolata. Per scrivere di cosa? Come sempre di cose serie, magari venate di colorita ironia, ma sempre utili a sollecitare riflessione critica nel lettore, anche rivelando la fragilità di re o regine ovvero di potenti che si scoprano nudi. Oggi voglio parlare di intoccabili e di fascismo degli intoccabili, pure in terra di Romagna.

Andiamo per gradi: chi sono innanzitutto gli intoccabili? Nella cultura occidentale sono tutti coloro che non possono o non vogliono essere oggetto di critiche o controllo. Voglio soprattutto soffermarmi sull’intoccabilità per volontà stessa di chi si ritiene degno di questo privilegio e, dunque, voglio distinguere: da una parte, quanti intoccabili per la posizione sociale o economica o politica, quest’ultima anche con il consenso elettorale, assunta in una comunità nazionale o locale; dall’altra quanti, invece, intoccabili per l’esercizio di attività illecite, come nello splendido film “The Untouchables” di Brian De Palma del 1987.

A me premono i primi ovvero tutti coloro che si ritengono intoccabili nell’esercizio di un potere pubblico, magari ritengono addirittura che da tale esercizio derivi loro il diritto ad un’influenza vincolante sulla vita dei cittadini sottoposti al proprio potere: sono gli intoccabili peggiori perché subdoli, mistificatori della realtà e degli avvenimenti, soprattutto perché privi di una condotta pubblica e privata che conferisca loro quell’autorevolezza personale, fondamento essenziale del principio stesso di autorità, come bene ci ha insegnato il diritto romano.

Qualunque sia la loro cultura, ideologia, posizione politica, tutti gli intoccabili detentori di un’autorità senza autorevolezza mettono in atto meccanismi di prevaricazione, offesa e denigrazione della credibilità altrui, di ricorso al pubblico ludibrio degli avversari sino alla loro eliminazione fuori campo: è una condotta che rivela un’inclinazione agli stessi strumenti usati dal fascismo.

Attenzione, però, qui si tratta di una condotta personale di stampo fascista, finalizzata solo al mantenimento di interessi, privilegi personali, quindi completamente fuori da finalità pubbliche, come, invece, negli intenti del fascismo, inteso come movimento ideologico, politico e come regime di governo. Questo spiega perché da un punto di vista sociologico, in senso lato, il termine fascista sia riferibile a chiunque abbia un comportamento antidemocratico e reazionario, indipendentemente dalla sua veste pubblica, di destra o di sinistra: gli intoccabili dei nostri giorni sono ‘fascistelli’ travestiti da democratici, assai più pericolosi dei nostalgici, degli sparuti gruppi di estrema destra; sono figure boriose e tracotanti, che ovunque, pure in Romagna, pubblicamente predicano bene, ma poi razzolano male, colpendo chiunque sveli la loro condotta ipocrita.

In questo senso è attuale quanto sul fascismo, sostenuto nell’immediato secondo dopoguerra da don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare nel 1919, e da Benedetto Croce, grande del liberalismo novecentesco italiano, entrambi antifascisti, il primo, costretto all’esilio tra Londra, Parigi e New York, il secondo, autore nel 1925 con Giovanni Amendola del “Manifesto degli intellettuali antifascisti.

I nostri due, qui ritratti assieme in una foto di fine anni ‘40 nella dimora napoletana di Croce, pervennero alla stessa conclusione: il fascismo è un fenomeno, un comportamento metastorico ossia oltre la vicenda definita del regime fascista, quindi è un fenomeno umano che preesiste e persiste, è duraturo e costante nei cambiamenti del più ampio divenire della storia; il fascismo è preesistente a tanti mutamenti e avvenimenti storici, compreso il comunismo, dal quale lo distinguono le diverse origini ideologiche, ma col quale condivide l’adozione di medesimi metodi violenti di conservazione del potere.

Negli ultimi tempi ho notato diversi intoccabili romagnoli in abito democratico, ma con l’anima mediocremente ‘fascistella’: alcuni davvero patetici nel loro disappunto contro chi osi opporsi e subito pronti a gridare “va a sellarmi la mula!” per correre da un avvocato a denunciare l’incauto oppositore, proprio come don Lollò Zirafa nella splendida “La giara” di Pirandello. Peccato che, però, stavolta non sia una novella, ma una storia vera!

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66enne di origini liguri ma forlivese d'adozione, funzionario scientifico del ministero per i Beni culturali per più di trent'anni. Ha scritto insieme a Paolo Poponessi il libro "La terra del duce. L'era fascista nella Romagna forlivese 1922-1940" e con Giancarlo Gatta il volume "Predappio al tempo del duce. Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni".