Teatro Dovadola 4live

Sabato 8 dicembre alle ore 21,00 al Teatro Comunale di Dovadola la Compagnia Teatro delle Forchette in “Cleopatra, l’orchidea del Nilo” di Massimiliano Bolcioni. Trent’anni esatti quest’anno dal debutto assoluto di questa “Cleopatra”. Come non celebrare nuovamente l’antica regina con un ritorno sulle scene della signora e della sua corte di stravaganti personaggi.

Dopo quattro edizioni quindi, ecco arrivare questa quinta versione che diviene dopo una vita intera vissuta sulle assi di un palco la definitiva per quel che riguarda il testo nella sua anima profonda. Quando un testo nasce, vede la vita sul palco come accadde nel lontano 1987, che se ci si pensa è un secolo e un millennio fa, e viene non solo replicato ma rimesso alla luce ogni volta per 30 anni, finisce che rende determinati personaggi autentici, autonomi per drammaturgia, perché assumono caratteri e peculiarità alle volte di chi li ha interpretati nel tempo, senza mai essere uguale una volta all’altra. Si può dire tranquillamente per “Cleopatra” che la nostra regina, la sua parte nascosta definita Cassandra, il cuoco bizzarro Apollodoro il nemico amico Ottaviano esistano veramente fuori dal palco, e proprio con loro, nascosti tra le virgole delle battute, si trovano a dover combattere i nuovi interpreti di questa volta. Per questo al di là della trama satirico-parodistica come appare all’inizio, si tratta di un testo assai difficile tecnicamente da interpretare soprattutto per un cast di allievi d’Accademia Teatrale, perché, per quanto stimolante, si deve fare i conti con realtà-identità che non si possono inventare o mutare, ma solo scoprire, intuire, evocare, per poi farle rivivere prestando loro sentimenti e corpo come farebbe un medium con l’anima di un defunto. Che è poi in definitiva il mio metodo attoriale principale di insegnamento e di sperimentazione da sempre.

In questa versione, convivono elementi e tracce sia emotive umorali che visive di tutte le altre quattro edizioni. Spariti i troppi ori, vistosi rimandi alla seconda edizione, si torna ad una sintesi scenico-scenografica presente alla prima assoluta, pur conservando qualche accessorio delle altre. La traccia base di messa in scena si appoggia a quella della, forse, meglio riuscita sotto il punto di vista di atmosfere, quella terza edizione che spostò il tutto agli anni 30, lineare pulita e autarchica, e che vide soprattutto l’apparire per la prima volta del personaggio di Ottaviano, fino a quel momento solo citato ma che il racconto stesso negli anni stava proclamando a viva voce. Però vi è anche la follia della seconda, dove la locazione temporale sfuggiva a qualsiasi logica saltando dalla storia antica a quella presente fino addirittura a quella futura.

Della quarta edizione rimane presente il concetto di Cinema e Televisione come alternativa mortale alla vita vera del palco. E via a seguire. Fino a mostrare questa volta, dal tutto e del tutto, una sorta di sala espositiva museale, sintetica, con elementi allusivi quali un manichino d’arte simbolo di una civiltà antica, un cactus che vagheggia un geograficamente sbagliato deserto, un bidone dell’immondizia tavolini dal designer pop… e una poltrona da salotto che diviene trono di morte per chiunque non riesca mai a staccarsene troppo rapito da una televisione che sovrasta come pensiero. In questa sala di Arti, ecco motivare finalmente il coro, nato una volta come divertissement ma che si scopre ora essere parte fondamentale della tragedia a venire, visto che dallo stesso come fu per Ottaviano prima nasce ora in un parallelismo dimensionale il personaggio di Marona Isaccovic, chiaro riferimento a quella Marina Abramovic performer indomita anche se usurata oramai dalle sabbie del tempo e dal bisturi del chirurgo estetico che ancora domina la scena di quello che viene definito teatro di ricerca.

Ma la cosa che ha fatto sussultare il nuovo cast alla lettura è l’incredibile lungimiranza che nel testo si trova rispetto ai fatti odierni. Una cronaca attuale ripresa con cinismo e ironia ma scritta in realtà più di vent’anni fa, quando ancora non si era giunti all’attuale panorama sociale e politico internazionale che forse a quei tempi si poteva vagamente intuire ma che mai si sarebbe immaginato avrebbe potuto avverarsi con così tanta feroce precisione. Non aggiungerò altro a questa sorta di prefazione perché il racconto di COSA accadde all?epoca tra Cleopatra Marcantonio e Cleopatra, è storia, quella vera. Ma il come io oggi la racconto è altra cosa, e merita il gusto della sorpresa, dato che come si suol dire, il finale è spoilerato da millenni…e allora tanto vale tacere sul resto. E lasciare a voi il gusto della scoperta. O, se siete aficionados e seguite la nostra Regina delle Scene da 30 anni, di vedere quanto la signora stessa sia cresciuta. E oramai confermata, perché non posso più negarlo ma si sa: oramai, sia io che sono quella vera che lei, quella sulla carta, oggi, abbiamo la stessa età (Massimiliano Bolcioni).