Il progetto di riqualificazione dell’area nord di Cesenatico denominata “Ponente” è senza dubbio un’opportunità di sviluppo urbanistico tra le più interessanti della riviera romagnola. Un’occasione quasi unica per ripensare, riprogettare e realizzare un grande quartiere turistico ricettivo diverso dall’ordinaria offerta che la nostra costa offre da decenni. Gli enormi spazi di questo quartiere disseminato di storici soggiorni marini, ma soprattutto il patrimonio naturale presente, sono un’occasione unica per diversificare il prodotto turistico di Cesenatico, rendendo la località balneare romagnola più concorrenziale. Nonostante ciò il progetto prevede, certamente la riqualificazione degli enormi ed in molti casi degradati soggiorni marini presenti, ma con un aumento delle cubature presenti del 25%. Si passerebbe quindi da 120.000 metri cubi a 150.000 e questo riguarderebbe solo ad una parte di quell’area e cioè 12 delle 27 colonie presenti. Area che oggi accoglie un terzo delle presenze stagionali totali di Cesenatico (a dimostrazione che verde e grandi spazi anche se in un area degradata, attirano). Nonostante siano cambiati negli ultimi anni i colori delle amministrazioni comunali, la rinuncia concreta al consumo ulteriore di suolo, resta un utopia. Ed i dati sono lì a dimostrarlo.

Le promesse politiche da destra a sinistra vengono puntualmente disattese privilegiando l’idea urbanizzativa più consona ad una periferia metropolitana rispetto invece a quella di una ridente località vacanziera. I problemi che l’impermeabilizzazione del suolo causano, tra i principali subsidenza quindi erosione costiera e dissesto idrogeologico, continuano poi ad affliggere il territorio cesenaticense. Un urbanizzazione che la politica locale non è in grado di progettare senza concedere enormi spazi speculativi ai costruttori continuando così ad aumentare la cementificazione presente sulla costa romagnola. Il tutto col sostegno ideologico degli operatori turistici che credono che più alta sarà la Torre di Babele, più la località sarà turisticamente concorrenziale. E la politica locale persevera nella “soluzione bitume”: le riqualificazioni appena avvenute sul lungomare di Villamarina di Cesenatico infatti mostrano lo sfruttamento quasi totale dei lotti di terreno su cui sono sorti alveari abitativi e nuovi hotel.

Un vocabolario politico in cui alla voce “estetica” segue la foto di un “maiale col frac”. Uno sguardo ai dati usciti nel Report 2018 sul consumo del suolo da parte dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), toglie ogni dubbio sulla reale necessità di non perseverare in una politica edificatoria brutta e soprattutto costosa per le casse dello Stato-comune, il quale impiega enormi risorse per contrastare erosione costiera e i danni per il dissesto idrogeologico:
Italia:
“Nel 2017, in 15 regioni viene superato il 5% di consumo di suolo, con il valore percentuale più elevato in Lombardia (che con il 12,99% arriva a sfiorare il 13%),in Veneto (12,35%) e in Campania (10,36%). Seguono Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia e Liguria, con valori compresi tra l’8 e il 10%. Gli incrementi maggiori, nell’ultimo anno, sono avvenuti nelle regioni Veneto (con 1.134 ettari), Lombardia (603 ettari in più), Emilia Romagna (+456) e Piemonte (+416)”.
Fascia costiera:
“I valori percentuali del suolo consumato crescono avvicinandosi alla costa. Nella fascia litoranea il dato del consumo di suolo viene valutato considerando differenti distanze dalla linea di costa: 0-300 metri, 300-1.000 metri, 1-10 chilometri e oltre 10 chilometri. A livello nazionale quasi un quarto della fascia compresa entro i 300 metri dal mare è ormai consumato. A conferma dei dati del 2016, tra le regioni con i valori registrati più alti entro i 300 metri dalla linea di costa ci sono Liguria e Marche con quasi il 50% di suolo consumato, Abruzzo, Campania, Emilia Romagna e Lazio con valori compresi tra il 30 e il 40%. Tra i 300 e i 1.000 metri si segnalano invece Abruzzo, Emilia-Romagna, Campania, Liguria e Marche con valori pari o superiori al 30% di consumato”.

Se poi per un attimo dimentichiamo le conseguenze sul territorio ed i costi sostenuti dai cittadini con le tasse per i danni subiti, costi non certo irrilevanti, risulta altrettanto illuminante una riflessione dal punto di vista turistico concorrenziale:
davvero offrire un area turistica identica a quella proposta sull’intera costa cementificata sarà una scelta strategico economica perspicace?
Non sarebbe più appetibile un area completamente diversa con una ricezione turistica che invece immerge i suoi edifici in ampi spazi utilizzati per servizi poi offerti ai turisti?
Pensate a una grande bolla verde con decine e decine di campi da calcetto, tennis, pallavolo, aree per concerti, teatro all’aperto, percorsi per jogging, bici, con adiacenti le comunque immense strutture riqualificate ma “a cemento zero”?
Un area di Cesenatico riservata al turismo verde (ogni anno sempre più in espansione) in contrapposizione al modello imperante sulla costa romagnola sempre meno concorrenziale se non attraverso il continuo abbattimento dei prezzi e della professionalità, è l’unica alternativa per diversificare il prodotto turistico romagnolo, identico da 40 anni e sempre più anonimo ed impersonale (cliccare nella tabella qui sotto per avere una migliore visualizzazione).