caporalato

Sinora il caporalato identificava una pratica illegale ed una piaga sociale, economica, soprattutto diffuse nel mondo agricolo meridionale, ma adesso dobbiamo amaramente prendere atto della sua esistenza anche nel nord Italia, compresa la Romagna, in particolare il territorio forlivese-cesenate.
La cosa più grave è come questa pratica criminale sia stata introdotta nel tessuto economico-sociale romagnolo sotto la copertura di false cooperative che anziché un fine mutualistico perseguono biecamente solo lo sfruttamento del lavoro e dell’uomo, fuori da ogni regola.

Il meccanismo operativo di questo nuovo caporalato nella Romagna forlivese agisce sugli “appalti esterni” di grandi aziende agricole a cooperative di servizi, appositamente costituite, perlopiù ispirate da ambienti contigui alla criminalità organizzata e, poi, affidate in gestione a manovalanza italiana e straniera per tutta la filiera logistica di questo ignobile mercato delle braccia: ricerca di opportunità per il reclutamento illegale di manodopera; individuazione di persone in stato di bisogno sociale, più facilmente assoggettabili a intimidazioni, minacce, quindi sfruttabili sul piano lavorativo; alloggio, vitto e trasporto degli schiavi reclutati e ricattati; infine, il controllo vigile, spesso segregante di questi sfruttati perché nulla possa filtrare all’esterno.
Naturalmente i salari corrisposti sono da fame, le norme di sicurezza sono ignorate e manca qualunque tutela della salute: sino a 14 ore di lavoro giornaliero con una retribuzione oraria tra i 3 e i 6 euro.

È una terribile, drammatica condizione di sfruttamento cui soggiaciono prevalentemente i migranti stranieri clandestini o richiedenti asilo, ma non mancano italiani, oggi in stato di necessità per la perdita del lavoro o per la gravità di una mutata situazione familiare.
Nel corso di un anno sono stati individuati nel forlivese più di 100 schiavi soggetti al nuovo caporalato, solo nella prima metà del trascorso ottobre la scoperta da parte delle forze dell’ordine di oltre 20 marocchini sfruttati in modo disumano all’interno di allevamenti avicoli.
Eppure la Romagna forlivese è sempre stata territorio fortemente sindacalizzato e sede di tanto associazionismo cooperativo, quindi o l’accaduto è indice di una caduta di questa presenza, ma i dati lo smentiscono, oppure la mela marcia del caporalato è stata assecondata, come pare probabile, da un’odierna debolezza intrinseca allo stato, al sindacato e al cooperativismo: mancanza di controllo preventivo sulle attività produttive del territorio; eccessiva semplificazione normativa per la costituzione di società cooperative, anche agevolata da benefici fiscali.

È stato lasciato esteso spazio di penetrazione, ampio margine operativo alla criminalità organizzata e al suo braccio di caporali schiavisti, tanto da passare addirittura inosservata la stessa rete logistica prima descritta.
Sicuramente sorgono dubbi sulla trasparenza di alcune imprese forlivesi che appaltano proprie attività a soggetti fuori dalla legalità.
L’accaduto, infine, suscita un amaro sorriso al pensiero di certa propaganda politica che reclama “L’Italia agli italiani”.