immigrati profughi extracomunitari

Si dice immigrazione, ma sarebbe più corretto dire grande esodo: tutto il resto – cioè quello che sta accadendo – è solo conseguenza: in Europa è un’emergenza che fa vacillare i sistemi politici interni, in Italia è il problema dei problemi. Ma, di fronte a tutto questo, siamo sicuri che gli attuali strumenti amministrativi e legislativi del nostro Paese siano ancora adeguati? Se ne parlerà mercoledì 17 ottobre al Rotary Club Forlì Tre Valli in una conferenza provocatoriamente intitolata “Immigrazione, tutto quello che i giornali non dicono”.

Ad introdurre il tema con dibattito sarà Ugo Terraciano, conosciuto dirigente della Polizia di Stato nonché ex comandante del Corpo di Polizia Municipale di Forlì e di quello Parma, ora consulente dedicato alla formazione nel campo della intelligence e della security. L’attenzione, oggi – ed è normale – è tutta focalizzata sugli sbarchi ma, tanto le norme, quanto gli apparati amministrativi scricchiolano sempre di più sotto il peso di un fenomeno che negli ultimi vent’anni è mutato rapidamente assumendo dimensioni epocali. Siamo sicuri che la nostra risposta non si basi oramai su sistemi obsoleti, continuamente manutenuti ma non più al passo con la natura del fenomeno? Ed ecco che emergono le contraddizioni un tempo impensabili: la competenza a legiferare è dell’Italia, ma nelle strette maglie del trattato e delle direttive europee, poi ci sono le convenzioni internazionali, il diritto del mare, gli accordi bilaterali tra singoli Stati (Italia-Tunisia; Italia-Egitto, e così via); le frontiere sono comuni (Schengen) ma lasciate alla vigilanza dei singoli Stati e l’Italia, come sappiamo, ne fa le spese; non parliamo della burocrazia infinita; dei diritti da tutelare senza possibilità di individuare facilmente a chi davvero spettino; delle procedure giurisdizionali interminabili.

Risultato: più di 100mila all’anno arrivano con i barconi, ma un lavoratore straniero che, seguendo le procedure legali, chiede il visto per venire in Italia fatica ad ottenerlo. Gli Uffici Immigrazione nelle questure vedono i poliziotti prevalentemente impegnati nella burocrazia dei permessi, piuttosto che sguinzagliati sul territorio a stanare i clandestini e chi li sfrutta; poi in ogni comune c’è uno sportello per gli immigrati, peccato che l’Ente non abbia alcuna competenza sui permessi; Lo straniero regolare deve andare in Prefettura, in Questura, all’Anagrafe e magari all’Ufficio del lavoro; l’accertamento sulle domande d’asilo durano due anni, molto più del tempo necessario per darsi alla macchia; per rimpatriare un clandestino occorre la scorta della polizia, una udienza davanti al giudice di pace, un aereo che non faccia scali intermedi e se l’aereo ha un guasto tecnico “tana libera tutti”, ognuno per la sua strada con un biglietto di invito ad andarsene. Però, se il clandestino non ha i documenti non è possibile nessun rimpatrio, perché il Paese d’origine rinnegherà senza meno il sedicente cittadino; esistono pene severe per chi sfrutta, ma sono le mani di pseudo-regolari o clandestini a raccogliere a schiena curva metà dei pomodori in certe regioni del sud. Una girandola di regole ma soprattutto di procedure sedimentatesi nel tempo, rendendo inefficiente ogni politica di settore. Intanto, l’inefficienza inevitabilmente regna, premiando chi viola le leggi ed impedendo un’integrazione che possa finalmente definirsi normale.