giornalismo assistito

Due giorni fa nella puntata di Report, storica trasmissione televisiva che propone inchieste giornalistiche condotta da Sigfrido Ranucci, si è affrontato il finanziamento pubblico diretto ed indiretto ai giornali e le condizioni contrattuali di lavoro e relativi compensi per i collaboratori di alcuni quotidiani italiani. Il servizio giornalistico intitolato “Un equo finanziamento” (http://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Un-equo-finanziamento-738da647-7689-420e-8183-0864bf7b4c4d.html) racconta che “i giornali che oggi ricevono un contributo diretto sono 54, costano allo stato 60 milioni di euro, ma l’80 per cento dei finanziamenti viene diviso tra 20 quotidiani”.

Aggiungendo alla suddetta cifra anche i contributi indiretti, le risorse di cui usufruiscono arrivano a 180 milioni di euro, in giornali dove però al contempo “lavorano centinaia di giornalisti collaboratori a 2, 4 ,6, 9 euro ad articolo”. Nelle immagini del servizio spicca che al sesto posto a livello nazionale per contributi diretti ottenuti, c’è un quotidiano locale romagnolo. Contributi legittimi in quanto la legge prevede ancora il sostegno “alle imprese cooperative di giornalisti editrici di quotidiani e di periodici” e che ha garantito quindi al Corriere Romagna per l’anno 2016, un contributo di 2.116.000 euro mentre la rata di anticipo già versata per l’anno 2017 ammonta a 890mila euro su un totale che si attesterà entro marzo prossimo a 2.222.000 euro. Negli ultimi 10 anni il Corriere Romagna è stato sostenuto con finanziamenti diretti (gli indiretti non sono in questo calcolo contemplati) con oltre 19 milioni di euro di soldi pubblici.

Un altro giornale locale o più precisamente un settimanale della diocesi di Cesena-Sarsina, il Corriere Cesenate, negli ultimi 10 anni ha incassato oltre 500mila euro di finanziamenti diretti. Quello del sostegno pubblico all’editoria, seppur cambiato negli ultimi anni con una drastica riduzione delle risorse pubbliche offerte, resta motivo di discussione soprattutto quando la maggioranza dei giornalisti, a fronte di sostegni milionari, percepisce poi pagamenti ridicoli per gli articoli scritti, come documentato dall’inchiesta di Report. A ciò si aggiunge una ulteriore anomalia quando il finanziamento pubblico viene erogato a giornali che non vendono copie a sufficienza per sostenersi, in un paese dove resta vigente l’economia di mercato e le sue regole per la maggioranza dei comuni mortali. Una pizzeria che non vende pizze chiude. Una falegnameria che non vende i propri mobili idem. I difensori del finanziamento diretto all’editoria portano però a loro sostegno l’indipendenza che un quotidiano acquisisce con le risorse pubbliche, spesso indispensabili per la vita del giornale, ma in realtà non è vero.

In un paese senza editori puri certi argomenti continuano a venir affrontati male o per niente da giornalisti pagati male ma il giornale continua a costare ai lettori 1.50 euro lo stesso. C’è chi ha dimostrato poi che essere sostenuto dai propri lettori è l’unica garanzia di poter scrivere quello che si vuole senza subire pressioni da editori impuri ( che si occupano principalmente di altro, tipo edilizia, banche, appalti pubblici) nonché dalla pubblicità. Pensate in passato ad alcuni quotidiani nazionali ed alla perdita di credibilità che hanno avuto nel tempo dimezzando le loro copie, l’indipendenza o si ha o non si ha. Certo che un impresa, un comparto lavorativo, qualsiasi esso sia, in caso di difficoltà può e deve essere aiutato dallo Stato ma se il problema resta il prodotto, se cioè il cliente non compra il giornale, al pari di tutte le altre imprese italiane, il giornale deve cambiare qualcosa o chiudere come il resto dei comuni mortali che sono sul mercato. L’assistenzialismo a quotidiani sulla carta diventati Onlus no profit ma con editori e fondazioni dai grandi patrimoni, con direttori con stipendi super profit ma non inficiati da una vendita gonfiata di copie, non salvaguardia la libertà ed il pluralismo della stampa, la rende solo invertebrata.