Finalmente su Predappio un libro “Compiuto”

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Libri su Predappio non mancano né mancheranno in futuro e saranno sempre sollecitati da quella inevitabile, persistente attenzione verso il “paese natale del duce, ove tutto ebbe origine”, che nei confronti del controverso Ventennio ancora anima intenti celebrativi, magari pure nostalgici, o promuove nuove analisi, considerazioni critiche oppure, non senza il pericolo di una deriva revisionista, invoca un’imparzialità di giudizio, molto discutibile perché già a priori finalizzata ad una distinzione molto equilibrata tra meriti e demeriti del passato.
Ai nostri giorni l’interesse per Predappio conferma l’evidente fascino storico, politico, anche antropologico che il “borgo natio” del Duce esercita sulla nostra attualità, tanto divisa e divisiva, soprattutto contraddittoria per la frequente mancanza di autorità ed autorevolezza.

Da sempre scrivere un libro su Predappio è difficile, autori più cauti scelgono un registro “medio”, trasversale, altri più audaci non disdegnano toni critici, anche polemici: in entrambi i casi, però, non si realizza affatto la rispondenza, più ampia possibile, dello studio, della ricerca, insomma del racconto su Predappio alla realtà oggettiva, alla verità degli avvenimenti e dei personaggi.

Diversi libri su temi predappiesi, dicono, ripetono le stesse cose, finiscono per assomigliarsi perché privi di una loro peculiarità, direi quasi costituiscono una letteratura usuale e trita: persino sul tema della genesi urbanistica e dell’architettura della nuova Predappio si ricorre al medesimo cliché espositivo, composto dal prologo di una convenzionale introduzione storica d’inquadramento e dalla successiva, solita schedatura tecnico-descrittiva degli edifici con l’indicazione biografica del loro progettista; tutto questo, spesso, con un linguaggio non privo dello sfoggio di parole ed espressioni tecniche, come se i lettori fossero tutti architetti o ingegneri.
Mai che si vada oltre l’ufficialità del progetto finale, mai nessuno che approfondisca un percorso progettuale, mai qualcuno che si chieda le ragioni di una scelta urbanistica o architettonica, ma, ancora di più, mai alcuno che si interessi al rapporto fra progettazione e iter amministrativo.
È inevitabile che con il solo racconto dell’ufficialità si finisca quasi in una inconsapevole celebrazione del Ventennio a Predappio.

Indagare, invece, i tanti “perché”, i numerosi “come mai” e scoprire i frequenti “chi l’avrebbe mai detto”, nascosti dietro le quinte della grande scena della Predappio neofondata, significa davvero capire perché e come il nuovo paese sia stato costruito in un certo modo e, ancora di più, chi sia stato o siano stati, soprattutto quanti, i protagonisti della realizzazione del nuovo paese, magari non sempre in prima fila, ma ugualmente importanti.
Da questi limiti rifugge sicuramente il libroPredappio. Il progetto compiuto, 1813-1943” di Giancarlo Gatta, autore che nella scrittura fonde parimenti le proprie conoscenze professionali di architetto, il suo impegno per la ricerca storica attraverso le fonti archivistiche e bibliografiche, infine la sua costante attenzione al contesto politico, economico, sociale degli avvenimenti e dei personaggi.
Gatta non solo percorre la storia predappiese nell’Italia preunitaria, postunitaria e fascista, ma, volendone essere partecipe, sceglie di penetrarvi il più possibile, attraverso la conoscenza di una mole considerevole di documenti e, se disponibili, di immagini, spesso inedite.
Ogni affermazione, conclusione del nostro autore non solo è fondata e trova riscontro sulla conoscenza di quel fondamentale strumento empirico, rappresentato dai fondi archivistici, ma addirittura resta sempre inquadrata, legata al filo logico che emerge sia da ogni archivio consultato sia dal nesso tra i diversi archivi esaminati, quindi grande attenzione ai rischi della decontestualizzazione dei documenti.

Questo “Predappio. Il progetto compiuto, 1813-1943” non è opera dei “si dice” o dei “sembra”, proprio perché concepito con l’intento di approfondire il più possibile su Predappio solo un quadro storico che sia ampiamente documentato e illustrato: attraverso una vasta ricerca storiografica il nostro Giancarlo Gatta affresca con tanta cura, pure del più minuto dettaglio, una solida ricostruzione del passato predappiese.

Parlo di affresco, intendendo, innanzitutto una rappresentazione storica di ampio sviluppo, respiro, e nel volume di Gatta non manca davvero nulla: ci sono la storia e la società dei tempi predappiesi trascorsi; compaiono i meccanismi farraginosi della burocrazia e della pubblica amministrazione; si colgono le contraddizioni del Fascismo locale e nazionale; affiorano le stesse ambizioni, spesso non prive di piaggeria o rivalità, degli architetti o ingegneri, più o meno celebri, chiamati alla fondazione della nuova Predappio. La stessa figura di Mussolini, duce e demiurgo, si ridimensiona nel libro di Gatta per l’evidenza di documenti che raccontano di rifiuti o “diplomatici” accomodamenti della volontà del potente predappiese e, in proposito, già basterà leggere le righe sulla definizione finale della facciata del Credito Romagnolo.

Parlo ancora di affresco sotto il profilo letterario perché “Predappio. Il progetto compiuto, 1813-1943” è anche raffigurazione letteraria, considerata la modalità scelta dall’autore per esporre gli avvenimenti e i personaggi: il racconto.
Un racconto che all’inizio è come il volo largo, planare di un’aquila sulle origini e la storia più remota di Predappio, poi diventa il resoconto di un sapiente viaggiatore che da Forlì percorra la vallata del Rabbi sino ai tetti vecchi e nuovi di Predappio.
Un viaggiatore nella storia al quale debbono ogni tanto concedersi alcune digressioni che, pur divagando, arricchiscono la narrazione degli avvenimenti, quindi non cadono mai nell’illogicità di un salto “di palo in frasca”.
A volte, pare persino che il racconto sia lo sviluppo di tanti appunti, annotati su un inseparabile “Moleskine”, diario di viaggio, adottandosi, così, inconsapevolmente da parte dell’architetto Gatta l’abitudine dello stesso suo illustre collega rinascimentale Francesco di Giorgio Martini, tanto celebre pure per un suo prezioso taccuino, oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Ho collaborato con impegno alla realizzazione di questo libro: dalla prima bozza ho intravisto subito la novità, l’impegno del lavoro di Giancarlo, per questo ho deciso che valesse davvero la pena dargli una mano.
Sì, la nuova Predappio si rivelò alla fine un progetto compiuto, pienamente realizzato, ma credo che oggi sul “paese natale ove tutto ebbe origine” con la penna di Giancarlo Gatta sia stato finalmente scritto quel che mancava: un libro compiuto.
Il volume di Gatta ammonisce ancora tutti quei politici, amministratori pubblici, locali e nazionali, soprattutto sindaci o assessori alla cultura, che credono che la storia del fascismo debba essere meglio compresa, sbattendola in faccia agli italiani: la storia, comprese le difficili vicende del Ventennio, va solo raccontata, penetrandone ogni aspetto, ogni anfratto più nascosto, ed è questo compito esclusivo degli storici; la politica non deve assolutamente pretendere di “pilotare” il racconto della storia, ma ha solo l’obbligo di creare, approntare le migliori condizioni per la conduzione della ricerca storica.