Renata Tosi

Un fatto di cronaca giudiziaria che riguarda amministratori e dirigenti pubblici deve essere trasparente ai cittadini, soprattutto se riguarda la mancata tutela della salute pubblica. Mi riferisco a quello riguardante l’amministrazione comunale riccionese, Arpae ed Asl per le mancate chiusure della balneazione avvenute nel 2015 e che a più di un anno dalla chiusura delle indagini preliminari sembra essere finito nel dimenticatoio. Se pensiamo però che riguarda probabili inadempienze a tutela della salute pubblica per le quali sono stati indagati sindaco ed importanti dirigenti pubblici, risulta necessario sapere se, chi e perché è stato rinviato a giudizio. Rinviare a giudizio qualcuno è compito dei magistrati, non certo del giornalismo, ma trattandosi in questo caso di eventuali reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche a tutela della salute delle persone, gli indagati hanno il dovere di raccontare il risultato di un indagine che, magari loro malgrado, li ha coinvolti pubblicamente. Ma se gli interessati non lo fanno resta un fatto privato, ma per il ruolo che ricoprono non lo è assolutamente.

Dalle opposizioni dei consiglieri comunali, ruolo di controllo fondamentale, nemmeno un sibilo, eppure basterebbe un interrogazione da porre al sindaco Renata Tosi fatta di una sola parola: Quindi? E questo non perché un rinvio a giudizio sia sinonimo di colpevolezza, solo uno scemo lo penserebbe, ma perché chiarire un fatto di cronaca giudiziaria che riguarda l’amministrazione comunale resterebbe agli atti e potrebbe avere conseguenze politiche. Conseguenze che viaggiano su un altro binario rispetto a quelle giudiziarie. Pensate ad esempio alle conseguenze penali di fronte ad un imputato che mente al giudice: zero. Pensate ora a quelle politiche.

Prima di fare un riassunto della situazione sviluppatasi fino ad oggi, è fondamentale fare una precisazione: la procedura di chiusura della balneazione lega Arpae, Asl e l’amministrazione comunale in maniera indissolubile ed è stata concepita dal legislatore affinché non fallisca. Infatti non può non essere chiusa la balneazione in seguito ad analisi sforante i limiti senza la responsabilità di qualcuno delle persone coinvolte nell’iter, perché come appena detto, legate tra loro da obbligatorie risposte di ritorno. Ecco allora i fatti documentali non coperti da segreto investigativo: le mail di Arpae dopo le analisi fuori norma sono state inviate all’ASL, che le ha ricevute. A quel punto l’ASL inviò subito la richiesta di chiusura della balneazione con posta elettronica certificata, (e per conoscenza anche all’Arpae) agli indirizzi istituzionali del Comune di Riccione. Precisamente al sindaco Renata Tosi, al dirigente comunale Daniele Salvatori, in precedenza ausiliario di Polizia Giudiziaria al Corpo Forestale dello Stato, all’epoca dei fatti in comune al settore Ambiente e oggi dirigente all’Arpae, e al tecnico comunale Marco Vescovelli.

Tutte persone stimabili e di specchiata moralità, alcune con un curriculum davvero invidiabile. Che però quelle mail le abbiano ricevute o no, magari a causa di un problema tecnico, è da parte di un PM facilmente controllabile. La polizia postale può verificare l’avvenuta ricezione della posta certificata, la quale comunque in caso di problemi, è fatta apposta per tornare al mittente, che quindi viene a conoscenza del mancato recapito, e in questo caso, di un provvedimento che non può non essere recepito. Il fatto che dopo 20 giorni dalla chiusura delle indagini di oltre un anno fa, un termine che l’indagato ha a disposizione per esercitare una serie di facoltà difensive, non sia ancora noto un comunicato di proscioglimento da parte del GUP, lascia intendere che qualcosa non è andato come sarebbe dovuto andare, almeno per qualcuno. Infatti le richieste ASL sono partite ma le risposte dal Comune e le conseguenti ordinanze di chiusura non sono mai arrivate. Ovvio che eventuali responsabilità penali si potranno verificare solo attraverso il dibattimento in aula ma ad oggi la comunità riccionese non conosce ancora gli esiti di quell’indagine. Resta il fatto che il cerchio di tutela della salute pubblica non si chiuse mentre la legge prevede che invece debba. Il 13 settembre 2017, la Procura della Repubblica di Rimini, terminando le indagini preliminari, avvisò gli allora indagati: il sindaco Renata Tosi, l’assessore all’ambiente Susanna Vicarelli, il dirigente Vittorio Foschi che all’epoca delle indagini era Dirigente a Riccione settore Urbanistica Edilizia ed Ambiente, ma che però a quella dei fatti, per dovere di cronaca, era ancora al Comune di Cesenatico. Ebbe infatti l’incarico nella Perla Verde solo nell’aprile 2016”. Avviso di chiusura indagini pure al comandante della Polizia municipale Paolo Marullo e ai dirigenti di Arpa e Asl. I casi sottoposti ad indagine furono 7 ma in realtà dovrebbero essere 3 più un quarto se consideriamo che l’Asl rinviò un’altra richiesta di chiusura in seguito ad un ulteriore sforamento il giorno successivo, procedura di “richiamo” non prevista dall’iter legislativo. E questo è un altro fatto documentale che andrebbe chiarito. Gli altri 4 casi in cui non è stata chiusa la balneazione riguardano invece le date del 25 maggio e in questo caso potrebbero essere già stati esclusi come reato dalla Procura di Rimini, una volta verificato che il servizio di salvataggio non fosse in quella data ancora in funzione. Quando il servizio di salvamento non è attivo (l’ordinanza balneare concede in quella data questa possibilità) la balneazione è chiusa quindi il sindaco non deve logicamente chiuderla. Mentre per gli altri 4 casi di cui sopra, essendo inerenti i mesi di giugno ed agosto, l’inadempienza di un provvedimento da parte dell’autorità a tutela della salute pubblica è conclamato. Quali siano le eventuali responsabilità e a carico di chi lo potrà stabilire solo il dibattimento processuale.

La tesi del sindaco Renata Tosi è stata quella di aver apposto la firma digitale a tutte le richieste inviate dall’ASL, e nessuno può non credergli. Il primo cittadino però dovrebbe essere molto preoccupata dal perché non le siano arrivate dato che se ci fosse stato un eventuale inconveniente informatico facilmente dimostrabile dalla PEC, la Procura, prendendo atto della buona fede di tutti gli interessati alla procedura di tutela della salute dei bagnanti, li avrebbe scagionati tutti già alla chiusura delle indagini, allegando la richiesta di archiviazione. Logico pensare poi che un eventuale proscioglimento da parte degli interessati sarebbe stato immediatamente sbandierato ai 4 venti, e aggiungo io giustamente. Ma il cerchio sembra ancora non essersi chiuso e il silenzio regna sovrano. Quindi?

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Nato a Rimini nel 1970, giornalista investigativo si occupa soprattutto di Ambiente, Sicurezza Lavoro, Balneazione, Archeologia industriale. Ha lavorato 4 anni a La Voce di Romagna ed alcuni mesi al Corriere Romagna. Da 5 anni è freelance. Archivia tutti i video servizi sulla pagina pubblica Youtube “LaVoceRomagnola”.