Archivio_di_Stato_di_Forlì-Cesena

Nei giorni scorsi la notizia della morte sul posto di lavoro di due impiegati dell’Archivio di Stato di Arezzo ha occupato appena un misero trafiletto su qualche quotidiano o lo spazio flash di qualche telegiornale: nulla di più, al tragico avvenimento è stata messa la sordina con l’intento che risultasse un fatto imprevedibile, unico nella sua accidentalità, relativa esclusivamente alle condizioni materiali e alla gestione dell’impiantistica dell’Ufficio aretino.
Certo in una scala dei valori di rischio sul lavoro prevalgono le attività con maggiore esposizione a pericoli fisici, chimici oppure ai pericoli delle catene produttive o, ancora, a quelli di conduzione di mezzi meccanici per la movimentazione, l’esecuzione edilizia.

Il bilancio, sempre tanto drammatico, delle morti sul lavoro ci parla soprattutto di muratori, operai siderurgici e metalmeccanici, agricoltori fatalmente travolti da un pericolo lavorativo, sempre in agguato sia per la mancanza o parziale adozione che per l’insufficiente aggiornamento dei mezzi, delle procedure di sicurezza e prevenzione.
In un Archivio di Stato, luogo di custodia e tutela, studio e valorizzazione dei beni culturali di tipologia archivistica, il rischio lavorativo è certamente minimo, direi quasi raro, eccezionale e, se questo ridotto margine di pericolo si è risolto tragicamente nel caso dei due lavoratori dell’Archivio di Stato di Arezzo, allora ciò significa che l’organizzazione e la gestione dell’archivio aretino avevano un’evidente falla nel proprio sistema di sicurezza.
Vuol dire che il sistema antincendio ha funzionato male perché obsoleto o in scarsa manutenzione tanto da fare uscire fuori dalle giuste condotte il gas argon che, liberato in caso di incendio, consuma l’ossigeno, estinguendo le fiamme, ma in questo caso, fuoriuscito dove e quando non doveva, ha solo estinto due vite accorse all’allarme del pericolo di fiamme.

In realtà, la morte di questi due lavoratori aretini è la conferma, la conseguenza del grave stato di malagestione degli Archivi di Stato nell’ambito della complessiva amministrazione del Ministero per i beni e le attività culturali: poche risorse economiche per la manutenzione ordinaria e straordinaria; sedi spesso indecorose; impiantistica ai minimi livelli di sicurezza; spazi invivibili per gli impiegati e gli utenti/studiosi; servizi comuni sia alle necessità degli uffici che a quelle delle sale studio; addirittura nemmeno i danari per provvedersi della minima cancelleria indispensabile.
E’ una difficile condizione di abbandono e incuria che da decenni colpisce gran parte degli Archivi di Stato, compresi quelli dei capoluoghi di provincia un tempo sedi di stati preunitari.

Ministri di destra o di sinistra, sinora succedutisi, spesso inutilmente, alla guida del Ministero per i beni culturali non hanno mai saputo, ma soprattutto voluto affrontare in modo risolutivo la problematica e vergognosa condizione degli Archivi di Stato che sempre più languono in sofferenza, in difficoltà nell’assolvimento della loro finalità culturale di tutela, valorizzazione della memoria storica della nazione e dei territori.
Non sfugge a questa condizione il nostro locale Archivio di Stato di Forlì, dove ho avuto la sorte di lavorare come funzionario per quasi trentanni: sono andato in pensione da pochi mesi, vedendo insoluti i problemi e le pecche già rilevati decenni prima.

Basti considerare che da circa quarantanni le pareti degli uffici e delle sale di consultazione non conoscono il decoro igienico di una imbiancatura, i servizi igienici sono vergognosi, l’impianto di condizionamento è fuori uso da tempo, il riscaldamento affidato all’incerto funzionamento di una vetusta caldaia, spesso in tilt.
Il Ministero ha semplicemente abbandonato i direttori degli Archivi di Stato, costretti a dirigere gli uffici sotto la spada di Damocle di ansie, responsabilità, preoccupazioni su di loro incombenti per la noncuranza del Ministero per i beni culturali.
E’ il solito refrain di uno stato vergognosamente inefficiente che sfugge sempre alle sue dirette responsabilità, magari stendendo un ipocrita velo pietoso sulla morte di due suoi dipendenti ad Arezzo.
Il problema, continuando così le cose, non è affatto, come ha esternato l’ultima “cima” del ministro Bonisoli, se sia o no utile l’insegnamento della storia dell’arte (!?), ma piuttosto se sia vantaggioso continuare ad avere ministri inutili con la pretesa tronfia di occuparsi di cultura e beni culturali.