Continuano in questi giorni le rassicurazioni degli addetti ai lavori riguardo le condizioni del mare, condizioni oggettivamente migliorate grazie alla recente mareggiata che ha mischiato, rinfrescato ed ossigenato l’acqua marina. Introdotto però un nuovo termine riguardo alle sostanze azotate confluite in mare attraverso i fiumi che a parere degli addetti ai lavori, agiscono come “fertilizzante” ma fino a ieri come “nutrienti”. Il senso è comunque lo stesso ed è scientificamente vero.

Chiamare però azoto e fosforo inquinanti continua ad essere un tabù per molti, c’è il rischio di chiarire la natura antropica del fenomeno algale che per due mesi ha interessato le coste romagnole. Un fenomeno che volenti o dolenti, ha minato l’economia e l’immagine del nostro turismo balneare ma che continua a venir principalmente spiegato irresponsabilmente come naturale (caldo, piogge e mancata burrasca). Una sorta di nuova branca della biologia marina che predilige l’osservazione al microscopio solo a 90°, posizione questa si, diventata naturale per molti.

La realtà è un’altra, alle indubbie concause naturali, andrebbero aggiunte quelle antropiche e quindi aggredibili da eventuali interventi umani: gli scarichi fognari irregolari, fertilizzazione ultra intensiva dei terreni agricoli ma soprattutto lo sversamento 12 mesi all’anno, ogniqualvolta piove abbondantemente, dei liquami fognari che guarda caso contengono per lo più proprio azoto e fosforo. Ecco allora l’innominato scolmatore fognario. Svelare però una delle cause più rilevanti sbatterebbe in faccia a tutti che una componente rilevante dell’inquinamento del mare è determinata dalla fognatura unica. Infatti le analisi delle acque superficiali e sotterranea effettuate regolarmente da Arpae mostrano valori fuori norma proprio di quelle sostanze scorrenti poi verso il mare.

Parlare quindi di scolmatori fognari significa sbattere in faccia a tutti una causa rilevante perché strutturale, che pone come responsabile unico l’uomo. Non è un caso che l’Italia sia stata recentemente condannata dalla Corte europea di giustizia per l’assenza o l’insufficienza di sistemi di raccolta o di trattamento delle acque reflue urbane conformi alle prescrizioni della direttiva 91/271, che dava tempo fino all’anno 2000 per mettersi in regola. Una multa di 25 milioni di euro per l’incapacità di mettere a norma i depuratori e gli scarichi di acque considerate idonee ad arrecare pregiudizio all’ambiente. Il problema è quindi nazionale non certo esclusivamente romagnolo, ma gli sversamenti che avvengono nel resto delle coste italiane trovano il “vantaggio” di immettere inquinanti in acque particolarmente profonde e quindi più diluibili.

La Romagna invece ha un fondale marino che non va oltre i 40 metri e l’immissione di miliardi di litri d’acqua scolmata nel fiume Po che raccoglie i liquami di molte città emiliane risulta molto influente. Quello degli scolmatori fognari, necessari in una rete fognaria unica, è responsabilità politico amministrativa di tutti, toglierli con lo sdoppiamento della rete solo nelle località balneari sarebbe vano perché gli inquinanti continuerebbero ad arrivare in mare attraverso fiumi e torrenti dalle città a monte della costa.

Se qualche consigliere comunale, sindaco, operatore turistico, “scribacchino” o semplicemente cittadino volesse conoscere quanti e dove sono gli scolmatori fognari nel suo territorio al fine di vedere quanto in realtà sia grande e rilevante la pressione inquinante sul nostro mare, potrebbe facilmente richiedere al suo Comune la mappa degli sfioratori fognari che ne indica il numero e l’ubicazione. Prendere atto di un problema che sta minando da decenni la nostra economia è il primo passo per risolvere un problema. La fertilizzazione agricola della pianura padana che scola nel Po aggiunge senza ombra di dubbio un ulteriore e rilevante pressione inquinante sul mare Adriatico. Ma per molti l’adeguamento fognario ed il contenimento della fertilizzazione agricola non sono la soluzione, è necessaria invece la scientifica burrasca, come se bastasse far shakerare un bicchiere pieno d’acqua e feci per far scomparire la “naturale” merda.

Il problema degli scarichi legali in mare attraverso i fiumi (il Po su tutti) resta da 30 anni in Romagna ancora un tabù. La sola provincia di Rimini da maggio ad oggi ha oltrepassato le 100 chiusure temporanee della balneazione in seguito all’apertura degli scolmatori fognari nei propri fiumi autoctono. Se però, come sta avvenendo a Rimini, la ristrutturazione della rete fognaria non verrà fatto anche nei Comuni dell’entroterra, sarà tutto vano. E quali interessi avrebbero a farlo? L’indotto del turismo balneare non limita i suoi benefici solo ai comuni rivieraschi perché con migliaia di hotel, negozi, ristoranti i lavori di ristrutturazione, manutenzione rinnovamento interessano poi idraulici, falegnami, muratori, frigoristi, agricoltori, antennisti, piastrellisti, cuochi, camerieri, allevatori è quindi interesse più generale la tutela del mare e del turismo balneare. Singolare poi il deterioramento culturale che da decenni trova normale tra gli operatori turistici e non dire di tanto in tanto: oggi l’acqua è bella”! Oggi! Frase di circostanza che per una località balneare risulterebbe incomprensibile in quasi tutto il mondo. Pensate se lo dicessimo in Sardegna o nel Salento, a Malta o a Mykonos, a Cipro o a Favignana, a Pantelleria o a Maiorca. Chi ascoltasse la nostra affermazione non ne capirebbe il senso.