Poteri veramente forti

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La blindatura legislativa delle convenzioni autostradali, passata pure nel Codice degli appalti, costituirà un ostacolo formidabile sulla via intrapresa dal governo. Essa testimonia il regime di favore eccezionale che, fra il 2007 e il 2017 (ma le radici vanno cercate allo scadere del secolo scorso), è stato accordato ai concessionari. Perché?
La lettura indulgente dice: perché in questo modo, compiendo lavori in proprio per importi consistenti, i concessionari effettuavano investimenti per conto dello Stato, di fatto non soggetti ai vincoli stringenti del bilancio pubblico in quanto finanziati negli anni dai pedaggi. Contribuivano così all’occupazione in un settore strategico e alla crescita del Pil.
La lettura maliziosa dice: perché, potendo effettuare lavori con società in house per percentuali consistenti (addirittura l’80%, poi abbassata), essi potevano liberamente gestire i subappalti, favorendo imprese (cooperative e non) “amiche” o “vicine” ai partiti di governo. Fiumi di appalti assicurati senza l’obbligo di documentare procedure di gara. I soldi erogati direttamente dai concessionari ai movimenti politici, al paragone, sono bazzecole: un rivolo quasi insignificante, rispetto a questo flusso imponente, una parte del quale tornava certo a vantaggio dei partiti e dei loro clientes.
In entrambi i casi, è evidente un “buco” clamoroso: l’apparato pubblico di controllo, di verifica, di tecnici specializzati. I ministeri perdevano competenze e professionalità, i concessionari, viceversa, erano sempre più preparati e più forti. So per esperienza diretta come vanno le cose. I Comuni, nei confronti delle multiutility, hanno finito per trovarsi nelle stesse condizioni. Asimmetrie informative, le chiamano.
Detto ciò, al di là della discussione contingente sui risarcimenti, sulle revoche o sulle decadenze, e dell’impossibile ritorno ad una condizione tutta pubblica (per la quale, oltre che i soldi, mancherebbero oggi anche le menti), l’urgenza, per lo Stato, è quella di ricostruire un corpo tecnico nei ministeri e di rivedere, a partire da essi, le concessioni. Senza tecnici pubblici preparati e leali non c’è nulla da fare: vinceranno sempre gli altri. I politici da soli non bastano.
Quanto alle responsabilità politiche, quelle del Pd e della Destra berlusconiana (nonché della Lega pre-Salvini), sono enormi. E su questo terreno deve misurarsi la discontinuità della classe dirigente, anche d’opposizione. Altro che tweet e recriminazioni da parte degli indifendibili (sotto questo aspetto) protagonisti dei passati ministeri! Sarebbe meglio il silenzio e il ritiro a vita privata.

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Roberto Balzani, nato a Forlì il 21 agosto 1961, è uno storico, saggista e politico italiano. È professore ordinario di storia contemporanea alla Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, Università degli Studi di Bologna. È stato sindaco di Forlì, dal 2009 al 2014 è professore ordinario di Storia contemporanea alla Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell'Università di Bologna (sede di Ravenna), della quale è stato preside fra il 2008 e il 2009. Ricercatore in Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze dal 1992, è divenuto poi professore associato alla Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università di Bologna e quindi professore ordinario. Fra i suoi interessi più recenti, la storia del regionalismo e del patrimonio culturale, cui ha dedicato diversi saggi, collaborando alle iniziative promosse alla Scuola Normale Superiore di Pisa da Salvatore Settis. Fra il 1992 e il 1996 ha fatto parte del consiglio d’amministrazione della Fondazione “Spadolini – Nuova Antologia” di Firenze. E’ stato a lungo componente del consiglio direttivo della Società di Studi Romagnoli, dell’Istituzione Biblioteca Malatestiana di Cesena e dell’Ibc Emilia-Romagna. Fra le principali pubblicazioni da menzionare la ricostruzione del regionalismo culturale romagnolo fra ‘800 e ‘900 (La Romagna, Bologna, 2001, ristampata con un nuovo capitolo nel 2012); inoltre, la sintesi Storia del mondo contemporaneo, Milano, 2003 (con Alberto De Bernardi), la ricerca di storia dei beni culturali Per le antichità e le belle arti. La legge n. 364 del 20 giugno 1909 e l’Italia giolittiana (Bologna, 2003) e la cura dei Discorsi parlamentari di Carducci (Bologna, 2004). Con Angelo Varni è curatore de La Romagna nel Risorgimento (Roma-Bari, 2012). Alla sua esperienza di amministratore è dedicato il pamphlet: "Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco" (Bologna, 2012). E’ autore di diversi manuali di storia per le Scuole medie e i Licei.