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Che caldo d’estate a Bologna!  Già verso le nove del mattino l’afa incombe sulla città e imperla di sudore i passanti sotto i portici, il sole scaccia l’ombra dai cortili, dai vicoli umidi e batte sul selciato di Strada Maggiore, il profumo delle crescentine, delle brioche si confonde con l’odore delle strade, bagnate dalle innaffiatrici comunali dopo la notte senza refrigerio col tormento delle zanzare. Quella mattina d’inizio agosto Giuseppe rimpiangeva il fresco, la quiete di Monghidoro, il suo paese sull’appennino, e non si rassegnava al caldo di Bologna, ancora più insopportabile sotto l’abito blu doppiopetto e con il colletto della camicia abbottonato, stretto dal nodo della cravatta. Mamma Isa e babbo Nilo, un solo cuore per quell’unico figlio, non avevano sentito ragioni:

– Devi vestirti a modo, fare buona impressione. Sei dottore a pieni voti, pure la pubblicazione della tesi, e questa grande banca di Milano ha capito che vali, che conosci la materia, vuole vedere chi sei. E’ fatta, Giuseppe, la tua strada è tutta in discesa! –

La madre aveva assistito alla vestizione del suo centodieci e lode, un occhio al bollitore e alla caffettiera, già sul fuoco per il caffellatte del suo ragazzone; il padre lo aveva condotto in auto a Bologna, più di un’ora in anticipo sull’espresso per Milano delle 10,15. 

– In gamba, Beppe! To’ su anche questi, non si sa mai – la mano del babbo aveva infilato alcune banconote nel taschino del doppiopetto blu. Giuseppe fece il biglietto, prese le sigarette e le gomme per l’alito fresco, comprò il  Resto del Carlino e, calmo, attese sul primo binario, solo ogni tanto passava un dito nel colletto chiuso della camicia, così fastidioso sulla pelle umida.

Il treno sarebbe arrivato a Milano verso le 12,30 e l’appuntamento era alle 15,00 presso la direzione del Credito Lombardo; prima c’era pure il tempo per uno spuntino, quattro passi tra il duomo e la galleria e, perché no, un’occhiata alle “ragassole”, impiegate, commesse, segretarie nella pausa dal lavoro. Giuseppe già conosceva Milano, spesso vi accompagnava il padre per la vendita dei suoi lampadari artistici, tutti bellissimi, uno diverso dall’altro, fabbricati nel capannone addossato alla loro casa: la radio sempre accesa, l’odore di soffritto e ragù che scendeva dalla scala interna. E se babbo Nilo girava per affari, lui, il dottorino, gironzolava per le vie del centro.

Le ragazze milanesi, così libere e di carattere, gli piacevano davvero, le trovava moderne, anche stravaganti, più femminili: erano spigliate e ricambiavano gli sguardi fissandoti con malizia, dritto negli occhi, quasi nella sfida a chi prima desistesse e Giuseppe non sempre vinceva. Che differenza con le “ragassole” di Monghidoro, ma pure quelle di Bologna che, in fondo, è solo una cittadina con la mentalità campagnola! Gli altoparlanti scossero la sua attesa, l’espresso per Milano aveva un ritardo imprecisato e Giuseppe sbuffò nella scorsa ai titoli del Carlino; l’afa gli accresceva l’impazienza di partire, ma gli appiccicava addosso pure il disappunto che sulla sua strada, tutta in discesa per mamma Isa e babbo Nilo, ora corresse un treno in ritardo. 

– Che testa, però,  questo direttore del Credito Lombardo! I primi d’agosto, quando tutto chiude per ferie, solo un sadico può convocare a Milano, in piena controra, un giovanottino di belle speranze! Che sia una prova di selezione psicologica del bancario ideale? – così nei suoi pensieri Giuseppe commentava quella partenza imprevista, nemmeno due mesi dopo la laurea con una tesi sui servizi bancari telematici. Un compagno di corso, bloccato sullo scoglio dell’ultimo esame, quando, ormai, la voglia di studiare è passata da un pezzo, non aveva avuto dubbi:

– E’ un’occasione d’oro da non perdere. Quanti centodieci e lode sono a spasso o con un lavoro precario? Addirittura il Credito Lombardo, te lo meriti, anche se hai avuto una gran bella botta di culo! Dai retta, certi treni passano una volta sola e questo non devi proprio perderlo. – 

Eppure Giuseppe avrebbe preferito essere con gli amici a Monghidoro, bighellonare il pomeriggio al biliardo e la sera al dancing “Sirenella” a puntare le giovani villeggianti, magari una palpatina nella stretta di un lento mattonella. L’idea di passare presto dallo studio al lavoro non l’attirava proprio, per di più adesso lo incupiva il pensiero che nella vita un treno passasse una volta sola  e pure in ritardo. Un nuovo annuncio fu implacabile: cinquanta minuti di ritardo, quasi un’ora di attesa nell’afa soffocante, accecato dal bianco del disinfettante sulle massicciate soleggiate dei binari. Giuseppe si sentì perso e sibilò la stizza di un mond leder, proprio così, mondo ladro del suo tempo, della levataccia alle sei e mezza, del viaggio in auto giù da Monghidoro, della sua voglia di partire e conoscere l’esito di quel viaggio. Ora il chiasso e l’andirivieni della stazione lo innervosivano e lui si sarebbe strappato di dosso il tormento del colletto chiuso e della cravatta. Inaspettata lo raggiunse la voce forte e piena di una canzone:

                             “Buonanotte, buonanotte, fiorellino,

                               buonanotte tra il telefono e il cielo,

                               ti ringrazio per avermi stupito

                               per avermi giurato che è vero …”.

Il portabagagli canterino, cappellaccio sulla pelata e bicipiti gonfi nelle maniche corte della polo blu, spingeva un carico di valigie e dietro lo seguivano due crucchi, lei, prosperosa sui tacchi a spillo, lui, panciuto in pantaloncini, calzini bianchi e sandali, le lenti parasole scure sollevate sugli occhiali da vista. 

– Andranno al mare in Romagna, beati loro! –

il ricordo dell’estate dell’anno prima a Cattolica allentò la rabbia di Giuseppe che perse di vista il facchino e i due turisti, ma restò in ascolto della canzone che ancora risuonava sotto la pensilina del primo binario con l’orologio appena sulle 10,00:

                              “Buonanotte, buonanotte, mogliettina

                                buonanotte tra le stelle e la stanza …”.

– Bella voce, vero? – subito alle spalle del giovane. 

– Sì, cantava proprio bene, con sentimento. –

Giuseppe ora indugiava su di lei, chiedendosi da dove fosse sbucata: era alta, incantevole nel vestito leggero a fiori che le scopriva le gambe lunghe, dritte, aderiva al seno libero, ricadeva sui fianchi morbidi e sul rilevo minuto delle mutandine. Il ragazzo si perse in quegli occhi smeraldini e nel disegno delle labbra, atteggiate nel broncio.

– Bella da mordere! – il pensiero del dottorino subito si accompagnò ad una segreta speranza

– Pure tu a Milano? –

– Sì, torno a casa, ammesso che riusciamo a partire. Scusa hai da accendere? –

Accesero e fumarono assieme, lei che incuriosita lo squadrava da capo a piedi.

– Ma tu, d’estate, vesti così, cravatta e doppiopetto blu? Mi sembri un usciere, anzi no, un impiegato di banca! –

Giuseppe scoppiò a ridere e le raccontò del Credito Lombardo, della sua laurea, dell’entusiasmo di mamma Isa e babbo Nilo, della sua strada tutta in discesa da Monghidoro a Milano.

– A proposito, sono Giuseppe, Beppe per gli amici. –

– Ed io sono Silvia. Sei simpatico, sai, mi hai tirato su il morale. –

Il dottorino aveva inteso una crepa nell’animo della ragazza:  – Qualcosa che non va? Non pensarci, forse è meglio così. –

– Dici bene, ma come si fa a dimenticare che qualcuno ti tradiva da tempo e ti diceva sempre sì come fosse no? Lui voleva metterci una pezza ed io credevo che si potesse ricominciare daccapo, ma è stato tutto inutile. E’ finita davvero! Pensa, oggi compio ventiquattro anni e sono qui ad aspettare un treno che mi riporti a casa con un pugno di mosche. –

Giuseppe la considerò con tenerezza, accarezzandole una mano, come per rincuorarla, ora che muta piangeva giù dagli occhi smeraldini.

– Non fare così, aspetta un momento, torno subito. –

Spinto da un pensiero gentile, Beppe corse via dal primo binario, scansò le code alle biglietterie, attraversò il piazzale verso via Indipendenza ed entrò trafelato dal fioraio sotto i portici; un fiore poteva allontanare la tristezza e festeggiare il compleanno di Silvia. Non aveva mai regalato fiori, ma una rosa rossa con un po’ di verde attorno nella confezione di carta trasparente gli parve giusta per l’occasione.

– Auguri, Silvia, è per te – e l’avrebbe baciata sulle guance accaldate, odorose di caprifoglio.

Giuseppe ebbe appena il tempo di uscire dal negozio, solo pochi passi. Un’immane distruzione rintronò Bologna, ignara e fiacca sotto la cappa dell’afa, tutto esplose e ricadde inerte, le pietre come i corpi offesi, i vetri rotti come gli occhi sgranati sul nulla; poi, restò solo una nuvola di polvere e fumo che fluttuava acre nell’aria, quasi salisse da un baratro orrido della terra squarciata. Giuseppe si rimise in piedi e barcollò, scosso dal botto, dalla spinta a terra sotto una pioggia di calcinacci e schegge; capì subito d’essersi salvato da qualcosa di terribile, solo il caso, anzi il regalo di un fiore gli aveva permesso di restare in equilibrio sul filo della vita.

Si tastò addosso, si scoprì incolume, solo dei graffi e un taglio alla nuca che sanguinava tra i capelli e sul collo; respirò più libero, strappandosi colletto e cravatta; con molta attenzione tese l’orecchio e girò intorno lo sguardo, come per sincerarsi dei suoi sensi, delle sue facoltà. A terra tra i vetri e i cocci del fioraio vide i petali rossi, spiaccicati sotto il velo trasparente della carta regalo.

– …Silvia… – biascicò appena, ma bastò a frustare l’ansia di sapere.

Senza esitare camminò nella nuvola scura e granulosa, che irritava la gola e gli occhi, cauto andò avanti finchè la cortina si dissolse e tutto apparve chiaro, tragico. Giuseppe deglutì l’emozione di trovarsi all’inferno, impotente di fronte alla stazione sventrata, supplice e dolorosa. Disperato, si gettò anche lui a scavare con le mani sino al sangue delle unghie, sussurrando bestemmie e preghiere, assieme a tanti altri, chini a cercare e rimuovere pietre, travi. Poi, lo prese lo sconforto di quel cumulo invalicabile di macerie che lo separava dal primo binario e cominciò a chiamare Silvia con tutto il fiato in corpo, urlando  e girando su se stesso come un ossesso, incalzato dalle sirene, dai motori degli argani.

Per molte, lunghissime ore la sua strada corse davvero, tutta in discesa, sulla china sconosciuta della ferocia e fu un viaggio difficile, assurdo che, di sicuro, avrebbe mutato l’anima e l’uomo. L’orologio della stazione s’era fermato sulle 10,25 ed era ancora il 2 agosto. Alla fine Beppe fu vinto dalla stanchezza, s’abbandonò contro un muro, addormentandosi nell’ora del tramonto; era sporco, irriconoscibile e nel sonno lo videro che tremava, lo sentirono che cantava il suo sogno inquieto:

                             “Buonanotte, buonanotte, fiorellino… .

                               La coperta è gelata e l’estate è finita,               

                               buonanotte questa notte è per te.”