Le dimissioni che non verranno

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Le dimissioni che non verranno.
Dopo una sconfitta elettorale come quella subita ieri dal Pd, ci si attenderebbe che almeno il responsabile degli enti locali del partito – Matteo Ricci di Pesaro – avesse il buon gusto di dimettersi: così, tanto per dimostrare di avere uno stile e di non essere incollato alla poltrona. Ma non lo farà, naturalmente. Per questo il Pd ha perso, d’altronde: perchè ha dirigenti – uomini e donne – considerati dagli elettori non come portatori di idee non condivisibili, ma come classe sociale di insopportabili privilegiati.

Proibito parlare di politica
Mio padre, venuto su fra le due guerre, si ricordava bene di quando in Italia era proibito parlare di politica. In casa, da vecchio, si esprimeva con ironia e cautela, quasi avesse ancora dentro quel senso di repulsione per la cosa pubblica che il regime gli aveva inculcato. Nonostante la Resistenza e il Partito d’Azione: una parentesi di fuoco in una vita tranquilla. Negli ultimi anni, ho vissuto qualcosa di analogo: luoghi della politica in cui non si parlava di politica. Si parlava di azioni amministrative, di interessi e di posti, ma non della campitura di idee che avrebbe dovuto vivificarle. Ho conosciuto una giovane generazione di deputati “anestesisti”, il cui compito era sterilizzare ogni dibattito, soffocare ogni indignazione e produrre storytelling da premiare con un like, molte foto e molti inutili dettagli personali: persone in grado di produrre monologhi, ma incapaci di reggere un dialogo. Questo totale disinteresse per la “pericolosa” politica, per le opinioni divergenti, per la sana competizione delle idee, per un conflitto regolato dal rispetto reciproco, ha ucciso la democrazia nel Partito democratico. E l’ha reso un guscio vuoto di opinioni e pieno di vanità. Ahimè.

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Roberto Balzani, nato a Forlì il 21 agosto 1961, è uno storico, saggista e politico italiano. È professore ordinario di storia contemporanea alla Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, Università degli Studi di Bologna. È stato sindaco di Forlì, dal 2009 al 2014 è professore ordinario di Storia contemporanea alla Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell'Università di Bologna (sede di Ravenna), della quale è stato preside fra il 2008 e il 2009. Ricercatore in Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze dal 1992, è divenuto poi professore associato alla Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università di Bologna e quindi professore ordinario. Fra i suoi interessi più recenti, la storia del regionalismo e del patrimonio culturale, cui ha dedicato diversi saggi, collaborando alle iniziative promosse alla Scuola Normale Superiore di Pisa da Salvatore Settis. Fra il 1992 e il 1996 ha fatto parte del consiglio d’amministrazione della Fondazione “Spadolini – Nuova Antologia” di Firenze. E’ stato a lungo componente del consiglio direttivo della Società di Studi Romagnoli, dell’Istituzione Biblioteca Malatestiana di Cesena e dell’Ibc Emilia-Romagna. Fra le principali pubblicazioni da menzionare la ricostruzione del regionalismo culturale romagnolo fra ‘800 e ‘900 (La Romagna, Bologna, 2001, ristampata con un nuovo capitolo nel 2012); inoltre, la sintesi Storia del mondo contemporaneo, Milano, 2003 (con Alberto De Bernardi), la ricerca di storia dei beni culturali Per le antichità e le belle arti. La legge n. 364 del 20 giugno 1909 e l’Italia giolittiana (Bologna, 2003) e la cura dei Discorsi parlamentari di Carducci (Bologna, 2004). Con Angelo Varni è curatore de La Romagna nel Risorgimento (Roma-Bari, 2012). Alla sua esperienza di amministratore è dedicato il pamphlet: "Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco" (Bologna, 2012). E’ autore di diversi manuali di storia per le Scuole medie e i Licei.