Pieve_San_Pietro_in_Trento

L’Associazione “Antica Pieve” di Pieve Acquedotto, nell’ambito del programma teso a riscoprire e valorizzare il luogo di culto di via Ca’ Mingozzi 9, Forlì, ha organizzato visite guidate ad alcuni luoghi di culto simili (sabato 5 maggio, alle ore 16.00 e alle ore 17.00, le visite condotte dallo storico dell’arte Marco Vallicelli riguarderanno rispettivamente le pievi di Campiano e di San Pietro in Trento di Ravenna) e ha dato alle stampe una guida storico-artistica “Antiche Pievi. A spasso per la Romagna” a cura di Marco Vallicelli, Marco Viroli e Gabriele Zelli, che sarà ci consegnato in omaggio ai partecipanti. Dalla pubblicazione riportiamo il testo dedicato alla Pieve di San Pietro in Trento scritto da Marco Vallicelli.

Prima di giungere all’abitato di Coccolia, una strada con andamento perpendicolare alla via Ravegnana conduce alla vicinissima località di San Pietro in Trento, dove si trova la Pieve da cui l’abitato ha preso nome, del comune di Ravenna, ma, per amministrazione ecclesiastica, nella diocesi di Forlì.
Sorse su un territorio di antichi insediamenti umani, che fu successivamente abitato con certezza da coloni romani e centuriato da questi, come da uso. Tale indicazione risulta evidente dall’attuale toponimo: in Trento, in Trentula o il precedente Trigintula, trentesimo miglio della centuriazione romana, appunto, del decumano che percorre la parte nord del Forlivese. Esiste tutt’ora la “via Trentula”, stradina bianca in mezzo ai campi.
Tale toponimo, citato dal 982, ne richiama un altro, quello di Ducenta, località situata oltre il fiume Ronco nel territorio della Circoscrizione di S. Pietro in Vincoli. I due paesi sono collegati oltre che da un numerale di origine gromatica (relativo ai riferimenti della centuriazione) anche da un rettilineo viario (via Osteria), la cui prosecuzione con lo stesso andamento si legge oltre il corso del Ronco nella via di Ducenta. Deve trattarsi di un cardine superstite dell’antica parcelizzazione romana del territorio.
La tradizione colloca la fondazione della Pieve nel V secolo, ai tempi di Galla Placidia. Più verosimilmente la costruzione della chiesa si può far risalire al VI-VII secolo. Difficile stabilire la cronologia della costruzione dell’edificio, che viene menzionato per la prima volta nel 978 (in documenti conservati presso l’Archivio Arcivescovile di Ravenna): opinione corrente però è che la struttura si debba ritenere fondata agli inizi del IX secolo. Questa istituzione assolveva alle origini, oltre che a funzioni religiose, anche la funzione di amministrazione civile. Questa Pieve e le sue cappelle, ad esempio, verso il Xlll secolo, erano organizzate in “Scole” – durante la signoria Polentana – riscuotendo anche tasse e donativi dai coloni che ne coltivavano i fondi. Altre terre di questa Pieve erano date in godimento a nobili famiglie delle città vicine, con un contratto di lunga durata, l’enfiteusi, così lunga che divenne ereditaria e poi costituì un diritto di proprietà. Nel caso della pieve di S. Pietro in Trento pare che il suo insediamento fosse dovuto all’assolvimento di una terza funzione, provocata da un’emergenza che intorno al X e Xl secolo era sempre più sentita: la fame di terre.
La bonifica ricevette impulso in questi secoli (per i quali si segnala anche un relativo incremento demografico) dalla necessità di aumentare le derrate alimentari provenienti dal territorio per le città. Infatti, caduto l’impero romano, le opere di bonifica che mantenevano drenati i terreni destinati all’agricoltura, le strade tracciate per le centuriazioni, divennero gradualmente poco praticabili per la mancanza dei funzionari e della manodopera addetti a mantenerli.
L’intitolazione della Pieve a Pietro, “principe degli apostoli”, a cui ben presto fu associato San Paolo, “Apostolo delle Genti”, è abbastanza frequente nei luoghi di culto coevi delle nostre campagne. Probabilmente, viste le continue contese di appropriazione territoriale, specie fra le Diocesi, per assicurarsi una certa indipendenza di esistenza, queste entità ecclesiastiche dichiaravano una diretta appartenenza alla Chiesa di Roma.
L’architettura della Pieve è denominata protoromantica o deuterobizantina, cioè ispirata a modelli bizantini diffusi dalla città di Ravenna, rielaborati nelle dimensioni e con particolarità architettoniche più padane. L’edificio, la cui muratura presenta diffusamente materiale di reimpiego, ha la facciata con larga bifora, spartita da una colonnina, sopra l’arcata della porta e una sporgenza mensiliforme, come si può riscontrare anche in altre chiese del ravennate.
Vi sono quattro lesene che preannunciano la ripartizione interna delle navate. La fiancata è movimentata da un’archeggiatura pensile, di indubbio interesse, con monofore sotto archetti tripli.
La peculiarità della struttura consiste nell’asimmetria della pianta, a quadrangolo scaleno, in cui l’unico angolo retto consiste in quello tra la facciata e il muro sinistro, mentre gli altri sono irregolari e di conseguenza non vi sono muri paralleli. Come molte altre pievi del ravennate (quasi tutte), essa è orientata a levante.
L’interno, semplice e raccolto, si connota come un sistema basilicale a tre navate, caratteristica comune a quasi tutte le pievi dei dintorni (fa eccezione la Pieve di Barisano). Dunque, a pianta longitudinale, con le navate suddivise da dieci pilastri birostrati in muratura. Quest’ultima constatazione deve suscitare davvero interesse: la rostratura, fatta con mattoni a spigolo, ci propone qui un quasi inedito antenato dell’elemento architettonico denominato “costolone”, che tanta parte avrebbe avuto nella successiva architettura romanica e, ancora di più, gotica.
La chiesa presenta, inoltre, soffitto ligneo a capriate e abside circolare all’interno e poligonale all’esterno. Le uniche aperture che consentono alla luce di filtrare nella chiesa sono le finestrelle dell’abside e le piccole feritoie aperte lungo i muri perimetrali.
Il presbiterio, con altare marmoreo a cippo, risulta sopraelevato, rispetto al resto della navata, per la presenza di una cripta sottostante. Lo stile di quest’ultima è detto ad oratorio, probabilmente realizzata sul finire del X secolo, con volta a crociera e con archi impostati su pilastrini marmorei di recupero sormontati da capitellini finemente decorati (assegnabili al sec.VIII): gioiello di architettura medioevale ravennate.
Nel XVII secolo l’edificio fu oggetto di lavori che ne trasformarono radicalmente l’aspetto, con il rialzamento della facciata e dei muri esterni delle navate laterali, che vennero portati quasi all’altezza di quelli della navata centrale. Nel 1927, venne ripristinata la facciata, che riflette le linee del sezionamento delle navate. Con l’obiettivo di riportare la chiesa il più possibile all’antico aspetto, nel settembre 1946, il pavimento fu abbassato di 60 cm., grazie alla realizzazione di un sistema di canali di scolo attigui, per evitare eventuali allagamenti dell’interno.
L’attuale campanile è frutto di completa ricostruzione, dopo che la precedente torre campanaria venne abbattuta dai tedeschi nel 1944. La vecchia struttura era stata edificata nel XV secolo e si presentava a pianta quadrata, con pilastri agli angoli e con una cella campanaria a quattro finestroni con archi per terminazione. Durante l’ultimo conflitto mondiale il campanile venne distrutto insieme agli affreschi della cella inferiore, risalenti al XV secolo, erroneamente attribuiti a Melozzo da Forlì, ma probabilmente ascrivibili a Marco Palmezzano ed alla sua scuola (motivi storico-documentari rendono plausibile la sua presenza qui).
L’edificio è stato interessato da vari restauri (in particolare nel 1912/’13 e nel 1923/’27), che gli hanno restituito la sua forma originaria (tra il XVIII e XIX secolo, infatti, in seguito a delle modifiche, aveva assunto forme baroccheggianti). Per effetto di tali interventi il pavimento è stato riportato al suo antico livello.
Fra il patrimonio artistico della Pieve, va segnalato il già accennato manufatto marmoreo (nel presbiterio, sotto il moderno altare a mensa), fronte di altarolo detto “a cippo” (o “a cassa”), d’accurata fattura, risalente, con buona probabilità, al VI secolo.
Numerosi resti di affreschi si trovavano nella chiesa fino alla distruzione di gran parte di essi, avvenuta nel 1944.
Erano apprezzabili “Due figure di Apostoli”, collocate entro nicchie architettoniche, con colonne ad arco gotico trilobato, forse del tardo XIII secolo. Restano solo frammenti della <Madonna,Bambino e San Pietro>, di tardo “giottista” romagnolo, posti sopra la prima arcata sinistra, accanto al presbiterio.
Nella parete di controfacciata della navata meridionale, è ancora in loco un ampio affresco, in precario stato di conservazione: entro una struttura di ancona tripartita sono posti , da qualcuno orientabile verso il primo Luca Longhi (sec. XVI).
Un ridotto frammento di decorazione a fresco, con testa di Santo, con nimbo, databile sec. XV, si vede sul fianco della navatella settentrionale, verso l’altare.

Gabriele Zelli

CONDIVIDI
Articolo precedenteCesenatico: quando i risultati si vedono
Articolo successivoL’ITAS "F. Baracca” vince la fase provinciale di “Crei-Amo l’Impresa!”
Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.