Pieve_di_San_Martino_in_Barisano

Promosse dall’Associazione Antica Pieve continuano le visite guidate ai luoghi di culto millenari presenti nel territorio. Per sabato 19 maggio, alle ore 16,00, è in programma quella che porterà i partecipanti a scoprire la Pieve di Barisano. Come in precedenza sarà lo storico dell’arte Marco Vallicelli a svelare pregi e storie della chiesa di via Voltuzza. Suo il testo che qui pubblichiamo dove descrive l’edificio. Il documento è contenuto nel volume “Antiche Pievi. A spasso per la Romagna”, volume che porta la firma anche di Marco Viroli e Gabriele Zelli e che sarà consegnato in omaggio a tutti i presenti.
La pieve di San Martino in Barisano è un’antica chiesa che sorge all’omonima piccola frazione a circa 8 km dalla città di Forlì. Si hanno notizie dell’esistenza di un castello, o una piccola rocca, che le fonti chiamano castello di Barigiano, dal 992, quando il Castrum Barisani era soggetto al monastero di Sant’Apollinare in Classe. Ancora nel 1138 il castello e le proprietà annesse vengono confermate alla chiesa ravennate, alla quale però sono sottratte a seguito dell’espansione del comune di Forlì. Nel 1235, la guelfa Faenza, in contrasto con Forlì, ghibellina, assale il castello riuscendo ad espugnarlo. A seguito della conquista, i faentini ne opereranno la completa distruzione. Il castello non verrà mai più ricostruito.
Secondo la tradizione, nel castello avrebbe soggiornato Matilde di Canossa, la quale vi avrebbe fatto erigere una pieve. In realtà, la storia riferibile alla Pieve è molto più antica.
Barisano faceva parte di quelle terre che ai tempi dei romani erano destinate ai veterani a riposo della flotta romana di Classe, come ricompensa per il servizio prestato. Qui sorse probabilmente una “villa”.
Ciò forse spiegherebbe la ragione dei mosaici rinvenuti a quasi 2 metri di profondità dal piano di calpestio attuale, certamente non di natura religiosa ed ancor meno ecclesiastica, ma più probabilmente da identificarsi con il pavimento di una casa padronale (“villa”, appunto) romana del V-VI secolo, trasformata in chiesa nel VII-VIII secolo. Si tratta di mosaici pavimentali a figure geometriche, con fiori o riproducenti bordi a treccia e disegni fitomorfi, costituiti con tessere policrome, motivi decorativi indiscutibilmente “laici”. Ciò spiegherebbe la presenza di un decoro musivo così importante per una pieve periferica e di campagna. La struttura ad una sola navata confermerebbe come la chiesa sia stata costruita su un edificio preesistente, ricalcandone il perimetro.
La ragione di tutto questo potrebbe attribuirsi ad una dinamica, accertata diffusamente, secondo la quale, agli inizi del Cristianesimo, una casa diventava una “domus ecclesiae”, cioè un luogo di riunione di una comunità primitiva di fedeli, non potendo, per via delle persecuzioni, disporre di un luogo di culto pubblico. Ovviamente queste “assemblee” cercavano l’ambiente più capiente a disposizione. Ecco che un possidente, convertito al Cristianesimo, poteva ben essere l’ospite adatto. Con la liberalizzazione del culto (dopo l’Editto di Milano di Costantino del 313) e con l’acquisita facoltà di erigere “chiese”, molte volte il sito prescelto era proprio quello dove si era riunita la prima comunità.
Le più antiche attestazioni della pieve provengo da due documenti anteriori all’anno Mille (uno del 20 settembre 947 e l’altro dell’anno 992), sebbene sia stata fondata in epoca ben anteriore a questa data e probabilmente durante il VI-VII, periodo durante il quale la bassa forlivese fu fatta oggetto di organizzazione ecclesiastica.
La chiesa attuale, di piccole dimensioni e dalle linee semplici, in origine era in realtà ben più imponente, sorta sui resti di una precedente basilica paleocristiana. dai rilievi archeologici si dimostra una lunghezza di 16,60 metri, una larghezza di 9,50 metri ma in particolare l’altezza era di 2,8 metri superiore a quella attuale. La pieve di Barisano presenta navata unica, e ciò la rende estremamente rara, anche in considerazione del fatto che le altre pievi ravennati del territorio e vicine sono tutte a tre navate.
Non sono ben note le motivazioni che hanno portato l’edificazione, in questa zona, di una chiesa plebana. A breve distanza dalla pieve di Barisano, infatti, sorge la ben più importante pieve di San Pietro in Trento. Entrambe le chiese sono sempre appartenute, come ancora oggi lo sono, alla diocesi di Forlì. Apparentemente, quindi, non risultava necessaria l’istituzione di due entità ecclesiastiche autonome a poca distanza l’una dall’altra. La teoria più probabile che spiega la necessità, nel passato, dell’edificazione della pieve di san Martino è relativa all’antico corso del fiume Rabbi (nei secoli i letti dei fiumi forlivesi furono più volte deviati), che, a regime torrentizio e spesso in piena, rendeva assai problematici i rapporti della popolazione locale con la pieve di San Pietro in Trento, rendendone necessaria l’edificazione di una nuova.
Dopo il Concilio di Trento, la struttura della chiesa fu modificata, abbattendo l’abside, e riducendo lo spazio originariamente destinato ai fedeli, per ricavare la canonica con alloggio per il parroco: il Concilio, infatti, aveva stabilito che la residenza dei sacerdoti fosse presso la chiesa da essi officiata. Il curato della pieve di San Martino di allora, dovendo costruire la canonica, pensò di adibire ad abitazione la parte orientale dell’edificio, ricavandone quattro stanze, diminuendo drasticamente le dimensioni effettive della chiesa, che ospiterà un solo altare, e persino gli antichi affreschi saranno intonacati. Così, negli anni Trenta del Novecento, l’allora parroco si accorse delle tracce di archi, e rimuovendo l’intonaco, scoprì una bifora al di sopra delle finestre della sacrestia e affreschi del X secolo, raffiguranti un coro di Santi e Sante in stile bizantino, nella propria camera da letto.
La Pieve è stata oggetto, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, di profondi lavori di restauro che hanno modificato la facciata della chiesa, riportandola alle linee che doveva possedere originariamente. Lo scavo archeologico ha portato alla luce alcuni reperti e la cripta del IX-X secolo (sotto l’altare maggiore).
La datazione degli affreschi risulta ardua, a causa della condizione dei reperti pittorici. Probabilmente sono databili all’anno Mille, quando la chiesa fu radicalmente modificata: con la costruzione della cripta si provvide anche alla decorazione con gli affreschi, che probabilmente ricoprivano tutto l’interno della chiesa. Oggi rimangono solo poche distinte tracce di pitture murarie, che, variamente, si possono datare fra XI e XIII secolo: il che equivale a dichiararne l’assoluta importanza, data la scarsità di reperti, un po’ in tutta Italia, di significativi esempi di pittura romanica; oltremodo eccezionali in area di dominio dello stile bizantino. Nel lacerto più ampio, si scorgono quattro figure umane, delle quali una è un Santo e le altre probabilmente figure di Sante. Un altro affresco, all’incirca coevo, ma più frammentario, rappresenta Cristo ed un Santo. Oltre a tali affreschi, durante i lavori di restauro sono emersi tracce di pitture sulla parete destra, raffigurante un Bambino Gesù, riconducibile all’arte locale del Quattrocento. Sulla parete di sinistra compare, sebbene molto lacunoso, la figura di San Martino a cavallo.
Tutti gli affreschi giacciono in rovinose condizioni; sulla superficie degli affreschi si notano infatti i segni provocati dal martello nell’intento di far aderire meglio l’intonaco apposto nel Cinquecento. Di un certo pregio è la tela del pittore forlivese Giuseppe Marchetti che rappresenta San Martino nell’atto di donare il mantello al povero (1790).
La Pieve non possiede più torre campanaria, ma solo una sorta di piccolo campanile a vela. Nel passato però è testimoniata la presenza di un campanile da parte di un cronista faentino. Nel 1234, nel pieno delle lotte tra ghibellini e guelfi, il campanile andò distrutto. Solo poco prima del ‘500 il campanile sarà ricostruito, in data e forme non conosciute, per essere poi tramandato nelle forme attuali.