Non ho certo sofferto per l’inglorioso fallimento del governo del cambiamento, le premesse del fiasco c’erano tutte: le bugie curricolari di un candidato premier, ridotto al ruolo di passacarte di Salvini e Di Maio; un contratto di governo, irrealizzabile e conflittuale col pareggio di bilancio dello stato; l’aurea mediocrità di taluni papabili ministri, soprattutto tra i pentastellati; la condotta ondivaga della coalizione gialloverde sulla politica estera, in particolare quella comunitaria europea.
C’è, ora, una gran puzza di bruciato che a stento nasconde l’inganno di quanto è successo e l’insidia di una prossima, scellerata sfida alle istituzioni e alla costituzione, se le prossime elezioni consegnassero la maggioranza assoluta all’alleanza tra il giussanesco Salvini e il masaniello Di Maio.
Possiamo mai credere che una coalizione, decisa a governare il cambiamento con un programma, elaborato dalle migliori menti del paese, fra le quali un reduce della prima edizione del reality show Grande Fratello, e orgogliosa di proporre una lista di valenti ministri, alla fine s’impunti e mandi tutto all’aria sul nome di un solo ministro, quello dell’economia, oggetto di veto da parte del presidente Mattarella?
Suvvia, la raccontino ad altri, soprattutto non scarichino sul presidente della repubblica la colpa del loro fallimento. Ancora di più smettano di recitare la parte di vittime del vecchio establishment politico finanziario del paese: rischiano di diventare guitti, interpreti di un vecchio refrain, quello del complotto “demo-pluto-giudaico-massonico”!
E’ tutta una storiella che ipocritamente vuole spacciare per fallimento ciò che, sotto sotto, è stato un successo tattico di Salvini: sedere al tavolo preparatorio del governo col disegno sottinteso di bruciare alla fine il M5S con il suo vertice.
La Lega non manca certo di esperienza di governo, il suo deputato Giorgetti è stato a lungo nella commissione bilancio della Camera, quindi come credere che potesse bersi la favola di un contratto di governo senza coperture, pericolosamente sul filo di un “default”?
Salvini astutamente ha trattato per rompere ogni patto, Savona, chissà se partecipe o inconsapevole, è un sospetto che mi arrovella, è stato il pretesto minimo, ma ingigantito sino all’inverosimile, per far saltare il possibile governo legastellato, lasciare il cerino acceso in mano a Di Maio e mandare a casa uno sconsolato prof. Conte senza neppure il rimborso dei taxi pagati di tasca propria.
Ora la coppia è scoppiata: la volpe Salvini ha fottuto il micio Di Maio!
Dal 5 marzo Salvini ha capito l’opportunità di tornare presto alle urne per rafforzare, da nord a sud, il suo ruolo di leader del centrodestra, spodestando definitivamente l’ottuagenario Berlusconi e ponendo l’irriducibile Meloni dinanzi a un bivio: sola o con Alberto da Giussano?
Al tavolo di governo di una futura, se ancora possibile, alleanza con il M5S Salvini vuole sedersi come rappresentante di un centrodestra, forte di un consenso elettorale superiore a quello pentastellato, il suo fine è chiaro: esercitare un ruolo egemone che possa contenere la conflittualità tra il populismo più pragmatico, concreto, misurato della Lega e il populismo più avventuristico, demagogico dei pentastellati.
Queste ultime considerazioni paiono quasi confermate dal diverso atteggiamento di Di Maio e Salvini nei confronti del presidente Mattarella: il primo ha subito dichiarato di voler promuovere l’impeachment del capo dello stato ed ha convocato la piazza, anche in antagonismo con la ricorrenza della Festa della Repubblica; il secondo ha fatto solo una gran buriana di parole, ma ha raccomandato calma, moderazione.
Intanto, Renzi è molto attivo nel tessere una vasta rete di relazioni trasversali che percorra tutta l’ampia area moderata.
Partecipa pochissimo alle riunioni di partito, ha allentato i rapporti con gli esponenti, risoluti a restare nel PD.
Il tempo, da qui alle elezioni, non manca: potrebbe scendere in campo con un nuovo partito.

Franco D’Emilio

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66enne di origini liguri ma forlivese d'adozione, funzionario scientifico del ministero per i Beni culturali per più di trent'anni. Ha scritto insieme a Paolo Poponessi il libro "La terra del duce. L'era fascista nella Romagna forlivese 1922-1940" e con Giancarlo Gatta il volume "Predappio al tempo del duce. Il fascismo nella collezione fotografica Franco Nanni".