Miria Malandri

Non è nuova Miria Malandri, pittrice, intenta a “dipingere i film”. Si, lei i film prima li guarda, e di quelli di cui si innamora poi… li dipinge su tela. Non tutto il film, naturalmente, ma attimi, sospiri, sorrisi, sguardi, e tutta quell’altra immensa sfilza di sentimenti, atteggiamenti, paure, gioie, dolori, che ci balenano davanti agli occhi, da un grande schermo in un nano secondo, lei te lo ferma sulla tela e te lo fa capire meglio, studiare, analizzare, introiettare.
È già successo con Louis Malle, Brian De Palma, Antonioni, Werner Fassbinder, Orson Welles, e tanti altri, ed ora succede con Ingmar Bergman, con la sua mostraImmagini allo specchio” che la Malandri espone all’Oratorio San Sebastiano di Forlì fino a domenica 22 aprile, e che impreziosisce la più ampia rassegna cinematografica, musicale e teatrale organizzata in varie location cittadine dal vulcanico Andrea Panzavolta per celebrare il centenario del più famoso cineasta ed uomo di spettacolo del ‘900.
Ed è così che quel film, quegli attimi particolari, quelle sfumature, quel sorriso sbalordito o ironico, te li rivedi in una mostra di Miria dopo qualche tempo… e li capisci meglio, o cogli meglio altri elementi che ti erano prima velocemente sfuggiti. Prendete ad esempio il fotogramma del quadro da “Sussuri e grida”, film di Bergman del 1972 che Malandri ha fissato su tela nel 2014, e che è il layout del catalogo della mostra stessa, dove è ritratta Liv Ullmann a tavola con davanti una mela nel piatto e due calici, uno col vino e uno con l’acqua, e con uno sguardo indefinito ed indefinibile.
È una delle quattro donne protagoniste del film che si trovano costrette, al cospetto della morte imminente di una di loro, a mettere a nudo i loro sentimenti, a esporsi provando a uscire – anche se solo momentaneamente – dal guscio della socialità che regola le loro vite. Ecco, quello sguardo indefinito colto e fissato su tela dalla Malandri è propriamente quell’attimo sul passaggio, che si situa esattamente in quello spazio-tempo non meglio definito che mette in collegamento la vita con la morte. E ti fa capire meglio, a distanza di qualche tempo, tutto il senso di quel capolavoro di film.
È questo il senso del lavoro di Miria Malandri, per questo bisognerebbe approfittare di questi ultimi giorni della mostra per godere di questi attimi, di questi, respiri, di questi sospiri, di questi sussuri che magari guardando il film non avevamo colto.