La fuffa balneare “Cervia-Riccionese”

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Non è un segreto che da anni l’Ordinanza Balneare Regionale consenta ai Comuni rivieraschi la possibilità di incrementare la qualità dell’offerta turistica con una propria ordinanza integrativa in base al flusso turistico previsto, magari garantito dalla presenza di eventi su quel territorio. Possibilità fatta propria dalle amministrazioni comunali di Cervia e di Riccione che hanno anticipato al 30 marzo l’apertura della “stagione balneare estiva” che invece il provvedimento regionale fissa dal 13 aprile al 28 ottobre. Di primo acchito la scelta politica intrapresa sembrerebbe aumentare la competitività turistica delle due località turistico balneari romagnole mentre in realtà offrirà un cambiamento pressoché marginale, frutto più che altro di una strategia amministrativa propagandistica. Singolare infatti che l’amministrazione comunale cervese abbia proposto ed attuato istantaneamente la suddetta integrazione solo il 29 marzo, cioè il giorno prima, dimostrando una programmazione turistico amministrativa di facciata. Tecnicamente e per entrambe le località balneari romagnole stiamo parlando quindi di emerita “fuffa”, ma vediamo precisamente perché:
In primis perché l’apertura degli stabilimenti balneari rimane comunque facoltativa, volendo fino alla fine di maggio, apertura che quindi resta legata ancora ai flussi turistici della zona interessata ed alle condizioni climatiche, non certo dalle finte strategie turistiche che la politica sceglie di adottare per aumentare la competitività in bassa stagione. L’ordinanza balneare infatti impone l’apertura obbligatoria degli stabilimenti con tutti i servizi solo dall’ultimo sabato e domenica di maggio (quest’anno il 26-27) fino al secondo di settembre (08-09). Quindi allungare di due settimane il periodo della stagione balneare estiva, essendo come già detto facoltativo, non inciderà sull’offerta turistica di una località, se non marginalmente. Cosa ben diversa se i sindaci avessero deciso di apportare cambiamenti che estendano il periodo in cui i servizi sono facoltativi, modifica che poi i concessionari delle spiagge sarebbero obbligati a rispettare. Una rilevante modifica integrativa all’ordinanza regionale sarebbe quindi quella di anticipare di due settimane, non la stagione balneare estiva ma bensì l’apertura della balneazione che in questo caso l’ordinanza fissa obbligatoria come già detto, solo da fine maggio. Anticipare l’apertura della balneazione già da metà maggio imporrebbe la presenza di tutti i servizi, incluso quello di salvataggio, garantendo realmente l’allungamento della stagione balneare, almeno dal punto di vista dell’offerta turistica di servizi in bassa stagione. Non dimentichiamoci che il servizio di vigilanza non si limita solo agli interventi in mare ma anche in spiaggia garantendo ogni 150 mt. la presenza di personale qualificato al primo soccorso. Scelta strategica certamente discutibile ma legittima da parte di un sindaco che voglia realmente allungare la stagionalità turistica del suo territorio mettendo sul piatto servizi in una visione strategico turistica alternativa. Questa modifica però implica l’obbligo di spendere risorse private e questo susciterebbe senz’altro malumore tra i bagnini destinatari di tale provvedimento, più facile offrire opportunità virtuali e “fuffa propagandistica”. Il pericolo maggiore per tale scelta politica non verrebbe però dal dissenso dei concessionari costretti a “pagare” un’apertura anticipata della balneazione, ma dal fatto che un secondo dopo l’introduzione del servizio di salvamento, nei territori in cui sono presenti criticità ambientali determinate da foci di fiumi, canali, torrenti ecc. la balneazione potrebbe essere chiusa. In caso di sforamento delle analisi Arpae dei limiti di legge, seguirebbe obbligatoriamente la chiusura temporanea della balneazione con tanto di cartelli sulla battigia. Fatto che in primavera accade spesso perché periodo in cui sono facili gli acquazzoni che, attraverso gli sfioratori, riversano nei fiumi o direttamente in mare i liquami fognari. E chi per legge avrebbe il dovere di firmare ed emettere le ordinanze di chiusura temporanea della balneazione? Il sindaco! Invece a balneazione chiusa le analisi eventualmente sforanti effettuate regolarmente prima dell’apertura ufficiale (l’anno scorso le prime analisi stagionali furono fatte 15 maggio), non produrrebbero alcun provvedimento sindacale di chiusura temporanea della balneazione perché la balneazione è già chiusa. Alle eventuali chiusure della balneazione a seguito dei controlli microbiologici di routine, andrebbero aggiunte le chiusure che scattano automaticamente con le misure preventive adottate da alcuni comuni, misure è bene precisarlo, che interessano il 10% dell’intero litorale regionale. Per intenderci chiusure della balneazione istituzionali vidimate dal sindaco in automatico e causate dall’apertura degli sfioratori fognari presenti nel territorio. I comuni che nella stagione balneare 2017 le hanno adottate sono stati: Cesenatico, Bellaria Igea Marina, Rimini, Riccione e Cattolica per un totale di 106 giornate in cui si è chiusa la balneazione a seguito di piogge abbondanti. Allungare il periodo in cui è aperta la balneazione e garantire tutti i servizi degli stabilimenti è a tutti gli effetti un opportunità strategico turistica interessante perché investe in servizi offerti in un periodo “fuori stagione”, ma il fatto che non lo possa essere per tutte le località turistiche balneari romagnole è paradossale. Fortunatamente rimane un opportunità reale per la maggioranza dei comuni rivieraschi, ma non certo per il comune di Riccione , ne quello di Cesenatico o Cattolica ed ancor meno per quello di Rimini, i quali, se allungassero il periodo in cui la balneazione fosse aperta, pur essendo località balneari, rischierebbero un danno d’immagine maggiore rispetto ai benefici prodotti dall’estensione temporale della balneabilità.