Vuoto di mare

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Il futuro del nostro mare e della pesca sono in pericolo, continuando di questo passo tra pochi anni saremo costretti a scelte drastiche ed inevitabili che cambieranno la vita delle generazioni future. Gli stock ittici del Mediterraneo si stanno progressivamente riducendo, circa il 90% degli stock valutati è sovra sfruttato. Da tempo i dati inerenti alla pesca mostrano numeri da autodistruzione e prospettive future fallimentari. Per fare qualche esempio è sufficiente ricordare che il nasello subisce un prelievo superiore di oltre cinque volte i limiti sostenibili con la conseguenza che negli ultimi anni, le sue catture sono diminuite del 45%. Quelle degli scampi di oltre il 54%. A Cesenatico nel 2007 il mercato ittico accoglieva dalla sua marineria 30mila quintali di pesce annui mentre solo dieci anni dopo, si è scesi a 13mila. Diminuzione drastica di pescato che ha riguardato soprattutto il pesce “pregiato” come sogliole, mazzancolle e appunto scampi. In Italia poi si consuma molto più pesce di quanto si possa pescare nelle acque nazionali, al punto che ogni anno il “Fish Dependence Day”, il giorno in cui si calcola esaurito l’equivalente del consumo annuale di “pesce domestico” arriva sempre prima. L’Italia quindi con un consumo medio di 25 kg pro capite, è costretta ad importare il 75% del pesce che consuma. Non dobbiamo quindi stupirci se ormai da decenni troviamo sui banchi del pesce e nel piatto dei ristoranti il fritto misto fatto con i gamberi congelati dell’Equador ed i totani dell’Atlantico, più disponibili e pure più economici rispetto a quelli adriatici. La classica grigliata di pesce, al posto delle poche e quindi costosissime mazzancolle, viene realizzata con i gamberi argentini (all’ingrosso 5-7 euro al kg), i branzini e le orate sempre rigorosamente d’allevamento (fresche non se ne pescano e quando accade il prezzo è conseguente), oltre agli spiedini di gamberi e calamari di cui sopra. Le cause dell’eccessivo sfruttamento possono essere riassunte in una breve formula elementare: si pesca più di quello che la natura è in grado di riprodurre. A ciò va aggiunto un altro fatto: nonostante l’Adriatico abbondi di quello che viene definito “pesce povero” (palamita, acciughe, sgombro, aguglia, sardina, alice) il consumatore italiano concentra la sua domanda quasi esclusivamente su 4-5 tipologie di pesce che debbono inevitabilmente essere importate. Una cosa è certa, la pesca intensiva attuale non è sostenibile ma oltre alle necessarie e determinanti scelte politico amministrative a tutela di questa importante economia, è necessario che anche il consumatore faccia la sua parte. Cliccare sull’immagine per vedere il video.