La Romagna di ieri

La cessazione dell’attività della compagnia teatrale dialettale forlivese del Cinecircolo del Gallo ha suscitato un ampio dibattito sul futuro del dialetto e su cosa resta delle tradizioni popolari della nostra terra. È proprio in momenti come questi che occorre andare a riscoprire la ricchezza del vernacolo locale e degli usi e costumi del passato. Per chi vuole conoscere detti e proverbi romagnoli segnalo, tra gli altri, i quattro volumi di Mario Maiolani, tutti editi dalla Società Editrice Il Ponte Vecchio di Cesena con prefazione di chi scrive questa nota. I libri di Maiolani sono: “La Romagna nei modi di dire dimenticati” e “Detti e proverbi Romagnoli” pubblicati nel 2012, “Perché in Romagna si dice cosi” del 2013 e “Detti e dicerie nella lingua romagnola” uscito lo scorso anno. Tutti volumi che fanno comprendere le tante sfaccettature del nostro dialetto ma in particolare della secolare vita del nostro territorio e dei suoi abitanti.

Capita molto di frequente che ci sia qualcuno che mi chieda il significato di un detto, o di un modo di dire. Non sempre ho la possibilità di dare una risposta consultando i volumi di Maiolani o di altri studiosi, allora mi rivolgo direttamente a loro per sottoporre il caso, come mi è capitato più volte di recente. Spesso mi sono reso conto che alcuni detti avevano e hanno una valenza che non oltrepassa le mura della singola città. Ad esempio un signore, durante la visita ad uno dei palazzi forlivesi che ha ospitato la straordinaria statua Ebe di Antonio Canova realizzata dall’artista per conto della contessa Veronica Zauli Naldi Guarini di Forlì, mi ha fatto presente che quando l’erede della famiglia Guarini si sposò verso la fine dell’Ottocento una ricca discendente della famiglia Matteucci il detto popolare in voga diceva, ovviamente in dialetto romagnolo, che era “più facile che finisse la ghiaia nel fiume piuttosto che i soldi dei Matteucci”. Quando annoto questi episodi mi chiedo sempre come sia possibile ridurre questi detti così efficaci ad uso messaggio tramite telefono cellulare. Materialmente impossibile, a mio avviso, mentre con la lingua italiana diventa possibile. Tanto che è diventato un vero e proprio fenomeno sociale.

Alcuni studiosi sostengono che l’uso del linguaggio sciatto, impreciso, banale che ha preso piede con l’introduzione dei telefoni cellulari, con l’invio dei messaggini prima e poi con l’imperversare di Facebook e di Twitter è lo specchio fedele di una crisi di civiltà. Perché, secondo le loro argomentazioni, le patologie del linguaggio sono spia delle malattie morali che svuotano dall’interno le società. Le opere degli antichi non devono essere solo oggetto di ammirazione, ma studiate accuratamente in ogni dettaglio. Non sono un modello statico da imitare. Osservare il grado di civiltà raggiunto dagli antichi romani e dalla città di Roma significa capire come risolvevano i problemi della città sotto tutti gli aspetti, cercare di trarre insegnamento per risolvere i nostri, essere capaci di elaborare forme nuove che a loro volta possono essere da fondamento per “raddrizzare” il futuro, perché la liberazione spirituale si può attuare soprattutto attraverso lo studio e la conoscenza. Personalmente ritengo che questi non siano discorsi riservati agli specialisti o gli storici. Ecco perché il rapporto con la tradizione, non solo quella dei classici e degli umanisti italiani, ma anche quella dei dialetti che si sono tramandati oralmente, la necessità di basare ogni progetto di rifondazione su una rivisitazione del canone, sono uno dei passaggi che ogni generazione è chiamata ad affrontare, se vuole restare padrona del proprio destino. Nel volume “La letteratura degli italiani” l’autore Franco Brevini sostiene che il dialetto, per chi parla in lingua, è indispensabile per raccontare il mondo d’oggi. Un’affermazione molto netta sulla quale concordo, anche perché nel 1861 con l’Unità d’Italia il governo fece una scelta culturale precisa e determinante: quella di certificare il toscano come lingua nazionale, negando l’esistenza di un multilinguismo di fatto. Questo mise in secondo piano i testi dialettali napoletani, veneti, lombardi e così via facendo nascere “un italiano-esperanto creato dalle lingue locali che entravano nel toscano forzandone il lessico e le strutture”. Ed è così che i dialetti odierni, anche quello romagnolo, sono a tutti gli effetti neodialetti molto diversi da quelli che si parlavano fino a metà del ‘900, nascono non dalla memoria dei luoghi nativi ma dal fatto che soprattutto, per esempio, a chi scrive poesie in dialetto non basta più il lessico di un tempo e quella sintassi per dare vita ad una poesia che interroga e mette in scena la realtà per quello che è.

D’altra parte gran parte dei termini usati in campagna, dal nome degli attrezzi utilizzati nel lavoro dei campi a quelli di uso quotidiano nelle stalle o nell’aia di casa, non vengono più usati perché fisicamente tutto quello che caratterizzava la vita contadina è completamente e radicalmente mutato. Ancora più evidente quello che è successo negli opifici industriali, negli studi dei professionisti, nei laboratori artigianali dove le nuove tecnologie hanno soppiantato la quasi totalità degli strumenti di lavoro a vantaggio dei computer e delle attrezzature digitali. Per cui oggi scegliere di scrivere in dialetto non può essere solo per un effetto nostalgia, ma perché dentro quella lingua ci sono risorse per raccontare, per esempio, lo spaesamento dell’uomo oggi, come ha saputo fare Raffaello Baldini quando iniziò diversi decenni fa, fino ad arrivare a quanto ha saputo dare ai giorni nostri Giovanni Nadiani, che troppo presto ci ha lasciato ma che ci ha fatto capire come il dialetto è una “nuova” lingua, che fa parte dell’intero sistema comunicativo letterario senza soluzione di continuità. In linea con quanto finora scritto, segnalo che nel corso di un recente convegno, lo studioso, nonché scrittore in dialetto e già sindaco di San Mauro Pascoli, Gianfranco Miro Gori ha sostenuto che: “Il dialetto va rinnovato, rivoluzionato, violentato, reso in qualche modo nuovo: è il momento di trovare nuove forme, nuove idee, nuove contaminazioni, nuove materie. Bisogna avere il coraggio, ha aggiunto, da un lato di affrontare il dialetto sapendo che non è più la lingua dell’uso e dall’altro cercare di reinterpretarlo e collocarlo nel suo orizzonte attuale. Bisogna lavorare per far si che non sia solo un oggetto di recupero, che va benissimo, ma sia soprattutto un modo di affrontare la realtà, di raccontare le cose senza paura di rinnovarsi: questo è l’unico modo che noi abbiamo per conservarlo e per fare in modo non che sia una lingua viva, perché non lo sarà più, ma una lingua straniera che possa stare al passo delle sfide letterarie e dell’arte del ventunesimo secolo”.
Mentre da una parte ci si chiede se hanno un senso le piccole patrie, i dialetti, quando tutti stiamo viaggiando in Europa con una nuova moneta in tasca, senza passaporto e parlando anche e soprattutto le altre lingue (se le abbiamo studiate), dall’altra occorre convincersi che è arrivato il momento di usare in modo intelligente il patrimonio locale e di renderlo efficace attraverso le sue virtù, cercando di ricordare che tutta l’Europa è fatta di piccole patrie e l’Italia ancora in maniera più folta e ricca, come dice la tradizione della lingua e dell’arte.

La Rubrica Fatti e Misfatti di Forlì e della Romagna è a cura di Marco Viroli e Gabriele Zelli

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.