Il Montone Angelo Ranzi

Una bella opera di Angelo Ranzi, un monotipo dedicato a uno scorcio del fiume Montone, scelta dall’Associazione di Cultura Romagnola “E’ Racoz” per realizzare la cartella degli auguri 2017/18, che verrà consegnata ai soci in occasione della cena degli auguri che si svolgerà lunedì 18 dicembre, consente di parlare del corso d’acqua che lambisce la città di Forlì, proprio nel tratto cittadino e delle aree circostanti divenute meta di centinaia e centinaia di camminatori di ogni età. Infatti, il tratto in questione è caratterizzato da alcuni luoghi ed elementi di grande valore per la città di Forlì. Tra i più importanti vanno citati il Parco Urbano “Agosto Franco”, l’ex Sanatorio ora Ospedale Morgagni-Pierantoni, le chiese di Santa Maria Assunta in Schiavonia e di Santa Maria del Voto in Romiti, il ponte e la Porta di Schiavonia.

Il Rabbi immette le sue acque nel Montone poco dopo il vecchio ponte che collega la località di Ca’ Ossi (il vero nome del quartiere sarebbe il dialettale Caiossi e cioè “casa delle ossa”, dalla presenza in passato di un’attività di macelleria ndr) con la frazione di Vecchiazzano, unico manufatto di questo tipo del territorio forlivese, costruito nel 1861 su progetto dell’ingegner Giulio Zambianchi, rimasto in piedi nonostante nell’autunno 1944 sia stato minato dai tedeschi in ritirata mentre tutti gli altri sono stati distrutti. Poi il fiume costeggia il nuovo parco cittadino. Nel 1929 le zone occupate dal Parco Urbano, divenuto nel frattempo meta dei Forlivesi nel tempo libero, venivano descritte così dallo scrittore e giornalista Antonio Beltramelli nella sua raccolta di racconti ambientati a Forlì dal titolo “Vecchia Provincia”: “Lungo la viottola della Fornace Malta, fermarsi al bello e grande macero che pareva un lago e poi correr giù verso i greti del fiume Rabbi: là dove c’era tanto orizzonte e tanto respiro. Si vedevano le carreggiate dei barocci che scendevano a caricare ghiaia; si vedevano azzurri specchi d’acqua per la vasta discesa e poi, avvicinandosi, certi pesciolini, che sembravano trastulli, guizzar via come un fulmine”.

Oggi, questa immensa area verde quasi unica nel suo genere in Italia, sorge ove un tempo si trovava la fornace Maceri Benvenuti. La sua superficie si presenta come un enorme tappeto erboso (180.000 metri quadrati seminati a prato, più di 10.000 metri quadrati di prato spontaneo), ove trovano spazio 2.000 alberi, 10.000 arbusti e, a fianco del caseggiato adibito a pub, un maestoso esemplare di giuggiolo centenario. Da segnalare lo straordinario anello naturalistico ciclo-pedonale, lungo ben 12 chilometri, immerso nel verde dell’argine fluviale che, partendo da Porta Schiavonia e costeggiando il parco giunge a Castrocaro Terme attraverso la selva di Ladino, la briglia del canale dei mulini, Villa Rovere e Terra del Sole.

Sul fronte opposto del parco, leggermente spostato verso le colline, si trova l’Ospedale. Gran parte degli edifici oggi occupati dal nosocomio furono costruiti per un altro scopo, seppure sempre sanitario. Come riportato nel volume “Forlì. Guida alla città”, dato alle stampe da Marco Viroli e dal sottoscritto per Diogene Books, nel 1931 l’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale (INFPS) decise di avviare i lavori di realizzazione del grande Complesso Sanatoriale “IX Maggio”, su progetto dell’architetto milanese Luigi Bisi, presto sostituto da Cesare Valle, giovane ingegnere e architetto romano che appena trentenne, nel 1932, iniziò a lavorare a Forlì. Il Centro Sanatoriale per la Cura della Tubercolosi (la tubercolosi era ancora in quegli anni una malattia molto diffusa da debellare ndr), oggi occupato dai reparti ospedalieri, venne inaugurato nel 1939. Si estendeva su una superficie di 36 ettari e i tre padiglioni che lo componevano, “lanciati verso il cielo come per attingere luce e speranza”, erano collegati da un corridoio seminterrato, lungo circa mezzo chilometro. La peculiarità dell’intero complesso sta nel disegno planimetrico, un omaggio al M.A.S. (Motoscafo Anti Sommergibili), in cui i vari edifici rappresentano nella forma e nella disposizione una squadriglia aeronavale.

Percorrendo il lungo fiume verso il ponte di Schiavonia, da qualche anno intitolato a Decio Anzani su proposta di chi scrive, ci si imbatte nelle due chiese. Quella che ai margini del centro storico è dedicata a Santa Maria Assunta in Schiavonia. Dall’interessante volume dedicato al luogo di culto edito dal Lions Club Forlì Host nel 1994 durante la presidenza di Antonio (Tonino) Plachesi in collaborazione con l’Istituto Statale d’Arte di Forlì, si apprende che la chiesa è stata completamente ricostruita in stile neoclassico negli anni 1837-1844, su disegno dell’ingegnere forlivese Giuseppe Cantoni, al posto di una antichissima precedente al Mille. All’interno, di particolare interesse, conserva nella prima cappella di sinistra una tela di Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino raffigurante “San Francesco che riceve le Stigmate”, mentre dietro all’altare si trova “L’Assunzione della Vergine” del forlivese Giovanni Giulianino. Da segnalare inoltre i dipinti “Sant’Antonio di Padova in adorazione del Bambino” (1767) attribuito ad Antonio Fanzaresi, “Sant’Alfonso de’ Liguori in estasi” (1844) di Giovanni Orsi ed infine le statue policrome dell’Addolorata e di San Giuseppe di Giovanni Battista Graziani.

Gli altari in marmo sono opera del ravennate Agostino Cantari. Dell’origine dell’altra chiesa, posta proprio sulla sponda opposta del fiume, si sa che nel 1566 sullo stesso sedime si ergeva una cappella dedicata alla Vergine che venne distrutta dall’esercito pontificio, in guerra con gli Spagnoli, per timore che il nemico potesse usarla come nascondiglio o deposito. Presso i ruderi, nel 1570, un tal Vangelista di Faenza pose un’immagine della Madonna che immediatamente divenne oggetto di pellegrinaggi e di preghiera. Ciò accadde forse perché gli abitanti della zona credettero in un miracolo, immaginando che la sacra raffigurazione fosse apparsa dal nulla. Sta di fatto che molto probabilmente nacque così il culto della Madonna del Voto. Nel luogo fu allestito un altare per la celebrazione della Messa, la tradizione narra della miracolosa guarigione di una bimba zoppa. In breve venne costruito un piccolo santuario e, il 12 marzo 1577, fu inaugurata una nuova chiesa. Nel 1636 il complesso venne distrutto da una grande piena del fiume. Circa trent’anni dopo venne ricostruito un edificio dall’aspetto molto simile a quello attuale.

Poco distante si erge l’imponente porta di Schiavonia, restaurata nel 2003 da un comitato di cui era presidente chi scrive, unica delle porte della città a essere sopravvissuta agli abbattimenti di inizio Novecento. Davanti alla porta, direzione Faenza, scorre il Montone, che viene attraversato dalla via Emilia grazie al ponte di Schiavonia. Nel 1944 fu distrutto dalle truppe tedesche in ritirata. Realizzato nel 1921 su progetto dell’ingegnere Sesto Baccarini, aveva sostituito quello innalzato nel 1615 in muratura a tre archi. L’attuale struttura è stata ricostruita nel 1946 e ampliata nel 1982 su progetto degli ingegneri Nereo Braschi e Angelo Sampieri.

Nel 1776 fu Innocenzo Reggiani ad adoperarsi affinché fosse bonificata la zona fuori Porta Schiavonia, ancora segnata dall’alveo dell’antico ramo sinistro del fiume Montone. L’area intorno al corso d’acqua era ghiaiosa e incolta e le piogge contribuivano a renderla una palude pestilenziale. In questo progetto Reggiani profuse ed esaurì gran parte del proprio cospicuo patrimonio.
Un tempo l’uscita dalla città, i direzione Faenza, correva lungo l’attuale via. Consolare. La via Emilia, che aggirava l’arco tracciato dal vecchio letto del fiume, da Porta Schiavonia fin verso l’attuale quartiere Cava, assunse l’attuale conformazione nel 1812.
Sulla facciata dell’edificio che è sito in angolo tra la via Emilia (viale Bologna) e la via Firenze è presente una lapide che riporta i versi di Dante, purtroppo oggi illeggibili, dedicati al fiume Montone: COME QUEL FIUME CH’A PROPRIO CAMMINO / PRIMA DAL MONTE VISO ‘NVER’ LEVANTE, / DA LA SINISTRA COSTA D’APENNINO / CHE SI CHIAMA ACQUACHETA SUSO, AVANTE / CHE SI DIVALLI GIÙ NEL BASSO LETTO, / E A FORLÌ DI QUEL NOME È VACANTE (Inferno, Canto XVI).

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.