L’uomo da sempre è intervenuto profondamente sull’ambiente, cercando di adattarlo alle proprie esigenze, ma tutto ciò ha inevitabili conseguenze. Dai dati ambientali pubblicati quest’anno da Arpae relativi allo stato ecologico delle acque dei corpi idrici emiliano romagnoli nel 2016, emerge un quadro chiaro di come fertilizzanti e detergenti influenzino negativamente l’ambiente acquatico. Nelle zone appenniniche e pedecollinari le condizioni ambientali sono poco o moderatamente alterate rispetto a quelle di riferimento naturale, mentre nel reticolo idrografico di pianura prevalgono invece corpi idrici fortemente modificati dagli inquinanti, chiamati spesso “nutrienti”. L’azoto nitrico rilevato tende ad aumentare nei bacini regionali da monte verso valle, per effetto della crescente antropizzazione e dell’utilizzo agricolo del territorio. Risulta quindi che nel 2016, in tutte le stazioni di bacino pedemontano, fatta eccezione per il Crostolo, e nella chiusura di valle dei bacini Lora, Tidone, Trebbia, Nure, Taro, Secchia, Lamone, Candiano, Savio e Conca è stata rispettata la soglia di “buono”. Mentre si registrano ancora situazioni di decisa criticità in chiusura dei bacini Sissa Abate, canale Fossatone, Rubicone, Uso, Melo e Ventena (con valori medi annui superiori a 5 mg/l).

Ma da dove arrivano gli inquinanti rilevati da Arpae nelle acque? In passato attraverso il metodo Haber-Bosch, la trasformazione di quantità ingenti di ammoniaca in fertilizzanti ha consentito di coltivare terreni infertili e di ottenere raccolti significativi, senza aspettare i processi di normale rigenerazione dei nutrienti naturali del suolo. Però questa dispersione nell’ambiente di azoto reattivo scatena problematiche ecologiche negative. Nelle acque dei laghi, dei fiumi e poi dei mari, può innescare spropositate crescite di piante ed alghe microscopiche che, una volta giunte alla fase di decomposizione, consumano un enorme quantità di ossigeno creando, delle vere e proprie “zone morte”. Inoltre il continuo eccesso di produzione antropica di azoto contribuisce al fenomeno del riscaldamento globale. Dal 1960 la produzione di azoto sintetico è aumentata dell’80% e oggi le attività umane producono circa 200 miliardi di tonnellate di azoto reattivo ogni anno, un valore che vale circa il doppio dell’azoto dovuto a tutti gli altri processi naturali. Un altro elemento chimico rilevato nelle acque superficiali minante l’equilibrio ambientale acquatico è il contenuto di fosforo totale la cui concentrazione nei bacini regionali tende ad aumentare da monte verso valle per effetto dei crescenti apporti inquinanti. Presente anch’esso nei fertilizzanti ma anche nei detergenti, causa l’inquinamento del suolo e fenomeni di eutrofizzazione nelle acque. La soglia di “buono” è quasi sempre rispettata sia nelle stazioni di bacino pedemontano, sia nelle stazioni di pianura, come accade per Po, Lora, Tidone, Trebbia, Nure, Taro, Enza, Secchia, Canal Bianco, Candiano, Fiumi Uniti, Savio, Uso, Marano, Melo e Conca, che presentano anche in chiusura idrografica un livello di fosforo “buono” o talvolta perfino “elevato”.

Le situazioni di grave criticità, legate al superamento della quinta soglia di 0,40 mg/l, sono limitate a Sissa Abate, Crostolo, Marecchia e Ventena. Da non dimenticare che nelle analisi Arpae delle acque superficiali, a differenza della Lombardia, non viene cercata la presenza dell’erbicida più venduto al mondo, cioè il Glifosado e nemmeno del suo acido di degradazione, l’Ampa, nonostante da anni la letteratura scientifica abbia ampiamente dimostrato come tale sostanza sia distruttiva per gli ambienti acquatici. Non certo una ricerca inutile visto che il Report Ispra 2014 conferma poi che nel Belpaese, il consumo per ettaro di pesticidi è il più alto dell’Europa comunitaria.

I dati Arpae inerenti le analisi delle acque sotterranee confermano tra le sostanze contaminanti di sicura origine antropica la presenza, nei corpi idrici pedeappenninici, di nitrati in concentrazioni elevate. Anche per questa tipologia di acque il fenomeno è prevalentemente correlabile all’uso di fertilizzanti azotati, allo spandimento di reflui zootecnici, oltre che a potenziali perdite fognarie e a scarichi urbani e industriali puntuali. Nel 2016 concentrazioni di nitrati oltre i limiti normativi si riscontrano in diverse conoidi emiliane (Trebbia, Nure, Arda, Taro, Parma-Baganza, Secchia e Tiepido), mentre nelle conoidi bolognesi e romagnole si riscontrano superamenti di nitrati generalmente nelle porzioni libere (Reno, Senio-Lamone, Ronco-Montone, Savio e Marecchia). Per le conoidi del Samoggia, Idice e Marecchia si riscontrano superamenti di nitrati anche nelle porzioni confinate.

Inevitabile che le sostanze chimiche rilevate nei corpi idrici, finiscano in mare con conseguenze dirette sull’ecosistema marino. Nell’ultimo rapporto annuale Arpae sulla qualità ambientale delle acque marine romagnole è confermato il contributo determinante di azoto e fosforo. Da tale rapporto emerge che la zona costiera individuata tra il delta del Po e Ravenna riceve un contributo equivalente a 7500 ton/anno di azoto e 294 ton/anno di fosforo. Questi rappresentano, rispettivamente, il 66.5% e il 62.2% del carico totale annuale di questi due elementi sversati dall’insieme dei bacini fluviali della Regione (da Idrovora Bonello al Tavollo). Questi carichi non considerano il contributo che deriva dalla restante parte del bacino padano che supera di gran lunga l’apporto sversato dai soli fiumi dell’Emilia-Romagna. Le analisi confermano le criticità ambientali rilevate nei corsi d’acqua e sebbene in lieve miglioramento le condizioni trofiche degli ultimi venti anni e siano diminuite in mare le componenti fosfatiche, nell’area settentrionale crescono le componenti azotate, che calano invece nel resto dell’area costiera. Non a caso la fascia costiera centro-settentrionale è quella maggiormente interessata da condizioni di carenza (ipossia) o assenza (anossia) di ossigeno disciolto nelle acque di fondo. Per il triennio 2014-2016 i corpi idrici CD1 (Goro-Ravenna) e CD2 (Ravenna-Cattolica) hanno conseguito entrambi lo stato ecologico “sufficiente” e lo stato chimico “buono”. Essendo lo stato ambientale delle acque superficiali l’espressione complessiva dello stato di un corpo idrico determinato dal valore più basso del suo stato ecologico e chimico, per il periodo considerato lo stato ambientale è “sufficiente” per entrambi i corpi idrici (CD1 e CD2). Cliccare nelle immagini in basso per una migliore risoluzione delle tabelle.

Giorgio Venturi