Consumo del suolo in Italia

Era il 1985 quando nella Germania di Helmut Kohl venne riconosciuta “la necessità di invertire la tendenza di sottrazione di suolo al territorio aperto e rurale”. Nel 1996 fu Angela Merkel, allora ministro dell’Ambiente, a fissare per la prima volta un obiettivo politico: scendere dai 129 ettari consumati ogni giorno ai 30 entro il 2020. Strategia politica continuata nel 2002 dal governo di Gerhard Schroeder, che nell’ambito di una strategia per uno sviluppo sostenibile, riproponeva l’obiettivo dei 30 ettari entro il 2020. Un anno prima il Consiglio per lo sviluppo sostenibile aggiungeva pure un secondo obiettivo: arrivare a consumo zero nel 2050, affidando ai Lander il compito di emanare le linee guida annuali per i singoli Comuni; il tutto coadiuvato da strumenti di carattere fiscale ed economico. Quali furono i cambiamenti che tale posizione politico amministrativa riuscì ad ottenere nel tempo in materia di consumo del suolo in Germania? Se dal 2003 al 2006 si consumavano 113 ettari di suolo al giorno, nel triennio 2007-2010 si scese a 87 e nel 2010 si è arrivò ad un minimo di 77 ettari, anche se parte del calo fu imputato da più parti alla crisi economica. Nel 2012 poi il Parlamento tedesco avviò una discussione sulla modifica del Codice dell’edilizia introducendo un principio rivoluzionario: l’obbligo per i Comuni di far sì che lo sviluppo edilizio avvenga prioritariamente nelle aree interne al tessuto urbano.
In Italia, con un ritardo legislativo macroscopico, una vera programmazione di sviluppo urbanistico a lungo termine non è mai stata fatta se non in questi giorni. È stata infatti appena promulgata una nuova legge urbanistica che impone in Emilia Romagna rigidi paletti al consumo del suolo e che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2018. Scopo del provvedimento è appunto quello di fermare l’espansione delle città in nome della rigenerazione urbana e della riqualificazione degli edifici, ma la legge che riduce radicalmente l’urbanizzazione del territorio, a differenza dei tedeschi, offre scappatoie “cementificatorie” che vanificano quella auspicabile posizione politico legislativa a tutela del consumo del suolo. Sulla carta si ridurrebbe dall’11% al 3% l’urbanizzatine dei Comuni ma al contempo si concede la possibilità di violare tale percentuale attraverso deroghe: “Le opere pubbliche, gli insediamenti strategici di rilievo regionale e gli ampliamenti delle attività produttive esistenti non concorreranno al raggiungimento del limite del 3% (in quanto interventi diretti a sostenere l’attrattività regionale e la sostenibilità e vivibilità dei territori) e saranno possibili sempre che non vi siano “ragionevoli alternative” in termini di riuso e di rigenerazione dell’esistente”.
Ecco che l’auspicabile freno all’espansione urbanistica viene accompagnato allo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale, al sostegno alle imprese in caso di investimenti strategici che puntino alla crescita economica e all’aumento dell’occupazione. Tutti requisiti di buon senso che però mantengono larghe le maglie che dovrebbero garantire realmente il consumo di suolo sul territorio al 3% assicurando concretamente un inversione di tendenza. Detta normativa urbanistica è stata approvata dalla Giunta regionale con i soli voti favorevoli del Pd. Si è astenuta Forza Italia ed hanno votato contro i 5 Stelle, la Lega ma anche i consiglieri di Sinistra Italiana e Mdp, esponenti di maggioranza.