Flash mob contro la violenza sulle donne

Questa mattina la Cgil, quale organizzatrice dell’evento, è scesa in piazza per un flash mob dal titolo “Avete tolto senso alle parole”, per combattere la violenza sulle donne e dare una risposta forte e rapida dell’organizzazione sindacale. Stupri e femminicidi, quasi quotidiani, si accompagnano ad una discussione pubblica (media, politica) che, non solo non è all’altezza di quanto sta accadendo, ma è caratterizzata da una vera e propria regressione sui temi dei diritti e della libertà delle donne. Come elemento identificativo abbiamo utilizzato il colore rosso nell’abbigliamento e lanciato le nostre parole di libertà. Riprendiamoci la libertà, contro la violenza sulle donne, la depenalizzazione dello stalking, la narrativa con cui stupri e omicidi diventano un processo alle vittime” hanno spiegato i motivi della manifestazione gli organizzatori.

Questo il grido di protesta lanciato dalle donne. «Volete togliere senso ai numeri che parlano di un dramma. Non sapete quanto pesa denunciare e quale scelta sia. Ogni denuncia porta con sè la nuova violenza di cronache morbose, pornografiche, che trasformano le vittime in colpevoli.
Non sapete dare un senso al silenzio che le donne scelgono, o a cui sono costrette e lo occultate nelle statistiche che segnano una lieve diminuzione delle denunce, seppellendo nei numeri il peso permanente della violenza, degli stupri, dei femminicidi.
Avete tolto senso alle parole quando trasformate la violenza contro le donne in un conflitto etnico, razziale, religioso.
Avete tolto senso alle parole quando difendete il vostro essere uomini, senza pensare all’ulteriore violenza che infliggete: donne nuovamente vittime, oggetto dei vostri conflitti di supremazia.
Quando riecheggia il fatidico “dove eravate?”, vorremmo noi chiedervi “dove siete?”. Siamo uscite dal silenzio, abbiamo detto “se non ora quando” ed ancora “nonunadimeno’t, abbiamo denunciato i diritti negati con la piattaforma Cedaw. Abbiamo colorato piazze, città, la rete, le nostre vite perché vogliamo vivere ed essere libere.
Reagiamo con la forza della nostra libertà all’insopportabile oppressione del giudizio su come ci vestiamo o ci divertiamo.
Ci vogliamo riprendere il giorno e la notte, perché non c’è un “mostro” o “un malato” in agguato, ma solo chi vuole il possesso del nostro corpo, della nostra mente, della nostra libertà. Non ci sono mostri o malati, ma solo il rifiuto di interrogarsi, il chiamarsi fuori che alla fine motiva e perpetua la violenza.
Le parole sono armi, sono pesanti lasciano tracce profonde ed indelebili, determinano l’humus in cui si coltiva la “legittimità” della violenza, la giustificazione dell’inversione da vittima a colpevole».