La “Fevra” di Vince Vallicelli ci ha contaminati

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Un Vince che suona le chitarre acustiche, le percussioni, i tamburi, la kalimba, e che tira fuori una voce cavernosa che sembra sgorgare dall’anima e che canta tutti i brani in “lingua” romagnola, non l’avevamo mai sentito. Un Vince che ritorna alle sue radici, alla sua terra, dopo aver suonato e barcollato lungo le vie di Bourbon Stree-New Orleans, e ora lo vediamo camminare sul rivale del fiume Montone, che a noi sembra il Mississippi, con accanto non la mitica Highway 61 ma l’altrettanto mitica via Emilia.
Ecco il senso del nuovo disco di Vince Vallicelli, “La Fevra”,  presentato nei giorni scorsi in un suggestivo concerto sulle colline forlivesi. Dieci brani, dieci perle, ma forse dieci bicchieri di whisky nel bicchiere del tempo, centellinati con gli amici musicisti a fine concerto, sudati, stanchi, estasiati per la risposta positiva ricevuta dai numerosi spettatori presenti.
Dieci canzoni che hanno toccato quasi tutti i temi principali che Vince ha attraversato  nel corso della sua vita: il blues,  l’amore, l’amicizia, le avversità, la volontà, la passione, la contemporaneità, la consapevolezza, il malessere, la gioia di vivere, le sue radici.
Dieci canzoni che hanno visto la partecipazione dei fratelli Costa, dei Quintorigo, Gionata al violoncello e Andrea al violino,  che hanno fatto da base armonica alla voce, spesso sostituendosi alla batteria, alle percussioni , supportando  egregiamente il nuovo groove di Vince, più riflessivo, più raffinato, quasi ancestrale, con quelle loro “due piccole casse brunite da domare col crine di cavallo teso negli archetti che materializzavano i brividi più segreti e le necessità di ogni giorno”, come mi suggerisce il mio amico Walter, dell’Ale House blues club.
Al disco hanno partecipato anche Claudio Molinari ai testi, Roberto Villa al contrabbasso, Alberto Bazzoli al pianoforte, Elisa Ridolfi alla voce, Cristian Fanti e Claudio Molinari ai cori.
 Ma un grande merito va a Don Antonio, ovvero Antonio Gramentieri, che ha composto e suonato le musiche insieme a Vince e ha prodotto il disco con la sua associazione culturale Big Ben e le edizioni musicali di Strade Blu Factory. Un contributo che era anche una scommessa, perchè serviva anche il senso del rischio in questo nuovo lavoro di Vince.
“Il suono di un passo che sa di poter cadere in fallo. E allora bisognava abbandonare la rotta dei tamburi e delle percussioni  e mettere Vince in mare aperto- dice lo stesso Gramentieri- e  poi lasciare il timone, e vedere dove portava il vento. Bisognava fissare quel momento preciso sul registratore, sapendo che si poteva andare dappertutto ma non si poteva tornare indietro”.
Ma la bussola di Vince, la sua musicalità, il suo sound, non cede certo alla nostalgia, ai ricordi, è protesa sempre verso nuovi orizzonti. E il suo orizzonte ora  è la via Emilia, la sua lingua, i suoi odori, i suoi sapori, che a volte assomigliano a quelli piccanti di New Orleans, dove a volte fai fatica a riconoscere i confini, a individuare i limiti, specialmente nelle giornate di nebbia. Ecco perché da queste  parti spesso si deborda, ci si lascia andare, si varcano steccati, confini, che in altre parti del paese sembrano impossibili da superare. Come ha fatto Vince con questo suo nuovo lavoro.
Ecco perché penso che Vince abbia centrato il suo obiettivo, dopo la grande sbornia blues, con la riscoperta delle sue radici, della sua terra, questa terra dove tutto nasce da un humus comune, da un comune sentire, dalla certezza collettiva che i sapori, gli odori, la musica, siano in fondo uno straordinario mezzo di comprensione del mondo, un vero amplificatore di sentimenti, un prezioso strumento per la navigazione nel mare della vita.

Michele  Minisci