Sembrava essere un ricordo del (recente) passato, del ritardo infrastrutturale superato dal progresso tecnologico e dalle promesse degli investimenti nazionali: e invece, negli ultimi dati pubblicati a inizio luglio da Infratel e Ministero dello Sviluppo economico si scopre che il “digital divide” è ancora un problema attuale e presente in Italia, al punto che sarà ancora sensibile nei prossimi anni.

Lontani dagli standard. Per la precisione, il report nazionale rivela che ancora al 2020 una quota dell’8 per cento delle unità immobiliari dello Stivale saranno prive di connessioni internet di qualità (ovvero quelle in fibra ottica); e solo una piccola fetta del 24 per cento avrà la fibra migliore, con velocità a 1 Gigabit e oltre, che secondo gli standard internazionali è considerabile a prova di futuro.

Obiettivi già falliti? Insomma, già oggi sembra evidente che l’Italia rischia di restare esclusa dai big del pianeta, lontana dagli standard di competitività anche dal punto di vista economico; e, soprattutto, sembra vicino il fallimento degli obiettivi della Agenda digitale 2020, che stimava proprio entro il 2020 la copertura totale dello Stivale con banda ultra larga fissa.

Una fotografia grigia. In particolare, la mappa del possibile digital divide descritta dal report di Infrateldenota un quadro davvero sconfortante: il primo segnale di allarme è la sostanziale assenza di crescita registrata finora nelle intenzioni di investimento a 100 Mbps, che al 2018 potrebbe raggiungere il 23,07 per cento e tre anni dopo, nel 2020, arrivate appena al 23,7 per cento, con uno scarto davvero minimo. Addirittura, un edificio su quattro in Piemonte e quasi il 27 per cento di quelli del Veneto potrebbero non essere coperti da alcuna fibra ottica al 2020.

Connessioni lente. L’Infratel poi ha anche fotografato lo stato attuale della copertura italiana: oggi solo il 2,8 per cento delle famiglie ha sottoscritto abbonamenti per la fibra ad alta velocità, e il trend potrebbe come detto di essere confermato anche nel lungo periodo. Altro elemento critico è la scarsa propensione di questa infrastrutturazione nelle aree industriali italiane: in molte rischiano di restare prive di fibra ottica e soprattutto prive di quella migliore, perché la maggior parte delle aziende nazionali, ovvero il 65 per cento delle imprese, ricadono nelle cosiddette aree grigie.

La polemica della Telecom. Il paradosso è che, in questa fase, sono in fermento i piani di investimento degli operatori, che però sono andati in contrasto con il Governo, come palesato nel corso della polemica tra Telecom e Oper Fiber, ovvero la joint venture tra Cdp ed Enel che ha avuto incarico di portare avanti i progetti nazionali. Uno dei temi del dibattito è la possibilità di offrire servizi tramite connessioni wireless veloci, soluzione su cui spingono le aziende private delle telecomunicazioni.

Una valida alternativa. Proprio la connessione wireless via radio è il “segreto” del successo di Eolo, società lombarda che sta diffondendosi a livello nazionale grazie a servizi di Internet veloce a banda larga e con promozioni convenienti, per ora disponibili in più di dieci Regioni del Nord e del Centro Italia: per conoscere l’effettiva possibilità di sottoscrivere questi pacchetti si può utilizzare il sistema di “verifica copertura Adsl” presente sul sito, con una mappa interattiva facilmente consultabile.

Uno strumento per superare il digital divide. Secondo la Telecom, le connessioni in wireless sono praticamente identiche come prestazioni a quelle Vdsl2 (fibra ottica fino all’armadio e l’ultimo tratto in rame) per così dire “richieste” dal Governo, con velocità di almeno 30 Megabit al secondo: allargando le maglie a questa tecnologia, si potrebbe raggiungere un ulteriore 8 per cento di unità immobiliari coperte dai vari operatori. Un altro passo verso il superamento del digital divide.