mostra

Sabato 4 marzo, alle ore 17,00, inaugurazione della mostra di pittura di Anny Wernert alla “Galleria La Vecchia Filanda” in via Orto del fuoco 7 a Forlì. Gli orari di apertura saranno dalle 17,00 alle 19,00 nei giorni feriali fino al 31 marzo (immagine di repertorio). Esposizioni personali in galleria.
“Variazioni tra sogno e realtà” (Ravenna, 1983), “Ghiacciai banchise ed altra luce” (Bologna, 1998), “Folgori, bagliori ed insostenibili silenzi …” (Forlì, 1998), “Bianco nero: navigare fra le tenebre con candore” (Faenza, 1999), “Due passi nel bosco con suoni e luci” (Milano, 2000), “Due o tre cose che so di Anny Wernert” (Cesena, 2001), “Nell’occhio del tifone, canta la terra e balla la luna” (Bologna, 2002), “L’essenziale è invisibile agli occhi” (Forlì, 2004), “I colori delle emozioni” (Prato, 2004), “Dipingere l’emozione tra cielo e terra” (Milano, 2005).
E’ piuttosto inconsueto iniziare una presentazione critica con l’elencazione di mostre realizzate dall’artista. In genere, infatti, tale trattazione, pur evidentemente importante, viene riservata alla parte finale del testo. Si è preferita tale scelta, per l’appunto non abituale, al fine di richiamare l’attenzione, oltre che sulla ricchissima e prestigiosa attività di Anny Wernert, sulle tematiche da lei proposte, specificamente sugli ampi cicli creativi. L’attenzione vada soprattutto ai titoli del tutto rivelatori in quanto voluti dall’artista, con una cura e una riflessione che costituiscono sintesi e prolungamento ideale della pittura esposta.
L’anima della sua ispirazione, che si fa creazione, si riassume in: natura, musica e, nelle opere più recenti, in denuncia della condizione storica attuale. Costante è un coinvolgimento emozionale palpabile.
La vocazione di Anny è precoce: negli anni dell’adolescenza “dipingevo creature evanescenti come angeli avvolti da vesti surreali, grandi mazzi di fiori gioiosi, nature morte con ventagli e conchiglie rosee, raggi di luce nei fogliami autunnali, lunghe dorate spiagge deserte e cieli burrascosi e violente onde nere”. Ancora vivo è il ricordo del maestro di quegli anni, André Claudot, del suo studio in una casa medioevale a Digione, dove Anny era nata e allora viveva. Seguono la laurea in legge, l’attività di avvocato a Parigi e a New York, in ambiti culturalmente molto stimolanti, e prosegue l’attività pittorica della nostra artista: con caratteri post impressionisti nascono disegni, pastelli, acquerelli, carboncini che raffigurano paesaggi, ritratti, nature morte. Analoghe sono le opere realizzate dopo il trasferimento in Italia nel 1976: a questi anni risalgono le prime esposizioni.
La svolta avviene negli anni ’90, quando dai grandi Fiori tropicali del 1995 (che occupano tutto lo spazio della tela) in avanti si afferma una progressiva astrazione che diviene potente espressionismo informale. Nascono Le rocce (1997), I ghiacciai blu (1997), I ghiacciai bianchi (1998), Le rocce nere (1999), Le piogge (1999). Lasciamo la parola ad Anny. “La natura è l’ispiratrice sensuale, viscerale. La natura non la dipingo, la uso: in tal modo, il dipinto nascerà liberamente dal deposito di milioni di immagini, sensazioni ed emozioni riposte nel pozzo della memoria, nascerà dall’ardore indomabile di carpire l’infinita plasticità delle immagini della natura stessa, dalla volontà di esprimere la primigenia energia del creato, l’immanente sentimento panteista che ne costituisce l’elemento dominante.” E ancora più direttamente, “Le rocce rappresentano le viscere della terra, sono manifestazioni di paura, angoscia, poiché la profondità del suolo corrisponde alla morte; i ghiacciai sono espressione di spirito e di luce assoluta; le piogge manifestano le mia malinconia, le lacrime, il pensiero triste e insieme romantico: il cielo che piange nel mio cuore”.
Per reagire a questi sentimenti, Anny riascolta i dischi di jazz già amati dal padre e nasce lo splendido ciclo Jazz (1999). “Se la musica è la massima fisicità, scrive Anny, alla musica corrisponde la massima cerebralità in un sublime distacco dalla realtà: il mio intento è quello di concretizzare l’intangibilità del suono musicalmente concertato e l’emozione assoluta che ne scaturisce”. Natura e musica si alternano nei cicli successivi: Tifoni (2000), Musica classica (2000), Città (2000/1), Blue note (2001), Jazz (2001), Mahler (2001), Genesi (2003), Piogge morte (2004), Musica bianca (2004), Nebbie ( 2005/6), Fiori grigi (2008).
Il valore della musica per Anny è evidenziato da altre sue notazioni: “Al concerto svanisce la coscienza del tempo e dello spazio; la musica si espande, cresce, corre, assorbe ed impregna l’intero spazio materiale del luogo ed altresì il mio spazio mentale e la mia esistenza corporea (fondendosi in una sensazione irripetibile di unicità corpo-anima. La musica: una forza invisibile quanto irresistibile, impalpabile come il vento e invadente come l’acqua. Il silenzio immobile che segue la performance segna un attimo illusorio di dissolvimento, come di morte: la musica ha compiuto il suo percorso ed ora lascia soltanto il ricordo del suo passaggio tanto prorompente quanto invisibile.” Il colore nella pittura ispirata alla musica ha un ruolo fondamentale: “Quei colori intensi, tutti i neri, i bruni, i rossi, i gialli, scelti per dipingere la serie Jazz del 1999. Colori diversi dei diversi strumenti, delle note diverse, delle diverse musiche. Vedo, poi, la musica di Debussy molto chiara: grigio-azzurro colore alba, mentre Brahms esprime un universo dilatato carminio scuro e nero e viola. Ho dipinto il suono profondo e denso del violoncello del Concerto n. 1 per violoncello di Camille Saint-Saëns con un nero lavico frastagliato da crepature carminio e viola tali a ferite, vivendo quella musica con particolare pathos. La musica di Igor Stravinskj è una bella sfida per il mio diletto: musica esplosa da un’anima russa, così ricca ed infinita, musica dai colori fantasmagorici di un tramonto tropicale dopo un tornado.”
E’ chiaro che una tale ricchezza di sentimenti ed emozioni pure e assolute, legate sia alla natura, sia alla musica, trovi, come si è detto all’inizio, la sua espressione nell’informale, spesso con accentuazioni espressioniste. Preziose sono state le riflessioni su Kandinsky, sul valore che questi assegna alla spiritualità nell’arte: “L’artista non deve rappresentare ciò che vede, ma il suo mondo interiore”. In Anny l’urgere dei moti dell’animo, le pulsioni interiori, la continua ricerca lirica e spirituale si traducono visivamente nella forma astratta, nel cui ambito il colore diviene mezzo espressivo al pari del trattamento della materia cromatica, ora quasi monocroma, ora “giocata” su due o più tinte, materia la cui plastica consistenza viene “plasmata” dal pennello o dalla spatola, facendosi ora solco, ora rilievo, ora intreccio: la suggestione visiva è rimando allusivo, oltre che ritmo, frequenza, dinamismo. Con evidenza, palpabile e coinvolgente, traspare la volontà simbolica, l’intento cioè di manifestare la propria vibrante sensibilità, rappresentando nel contempo l’essenza del tema prescelto.
La sua, come sottolinea la stessa Anny, è pittura d’impeto, che nel contempo si rivela perfettamente calibrata. Potrebbe apparire una contraddizione in termini, ma uno dei miracoli dell’arte è anche questo: fondere opposti per generare l’esito finale.
Del tutto incisivo è il giudizio del critico Attilio Zammarchi: “Pittura stupefacente per coinvolgimento emotivo e capacità di interpretazione di diversi temi trattati con struggente ed ingenua sincerità. Brava!”.
Il 2008 segna una cesura molto forte nella vita artistica di Anny: dolorosi motivi familiari la terranno lontana dalla pittura, a cui tornerà nel 2011 col figurativo.
A dire il vero da questo non si era mai del tutto allontanata, come dimostrano i bellissimi ritratti di musicisti sia classici, sia jazz eseguiti nel periodo 2000/2006 (ancora una volta la musica!), che rivelano la perizia ispirativa e tecnica dell’artista nel cogliere la fisionomia e insieme l’interiorità del personaggio raffigurato.
Nasce dal 2010 tutta una serie di opere leggibili nelle forme e nel contempo fortemente simboliche, che mostrano la partecipazione totale alla nostra contemporaneità, con le sue vicende e tragedie. E’, poi, affascinante la serie delle cattedrali: esse, pur nella riconoscibilità formale, costituiscono, con la suggestiva evanescenza evidenziata dal trattamento cromatico, un trait d’union ideale con l’astrattismo passato. Rappresentano, oltre ad un ricordo dell’infanzia, lo stupore di fronte alla bellezza e, insieme, un richiamo alla preghiera: l’architettura, infatti, fa sì che ci si senta avvolti e protetti dalla religiosità.
Nuovi percorsi, dunque, si sono aperti per Anny: questo sarà l’argomento della prossima trattazione!
Assai illuminante risulta il titolo della presente personale, che abbraccia gli anni dal 1995 al 2008: “ … viaggio verso la libertà chiara – scura tra natura e musica…”.

Flavia Bugani