Hector Cuper

E dai, si sapeva come sarebbe andata a finire. Dite la verità, ci avete sperato fino all’ultimo che andasse a finire così. Fino al minuto ’87, quando Aboubakar si inventa un sombrero al difensore e tiro al volo che ha sognato la sera prima in ritiro regalando il trionfo in Coppa d’Africa ai leoni del Camerun.

  • Hai saputo chi allenerà l’Egitto? Hector Cuper, quello del 5 maggio.
  • Cuper?? No dai, Cuper no.

È così che mi sono immaginato un dialogo tra due supporters della nazionale egiziana quando nel marzo del 2015 è tornato sulla scena del calcio mondiale uno dei personaggi più discussi e sbeffeggiati dell’ultimo quindicennio calcistico italiano. Dopo anni di dimenticatoio, Héctor Cuper siede su una panchina di rilevanza internazionale, l’obiettivo era quello di portare alla vittoria l’Egitto nella kermesse planetaria del 2017 appena conclusasi. Qualcuno dentro l’Efa (la federazione egiziana) al calcio d’inizio della finale contro il Camerun pare si sia toccato, non lo biasimo.

A voler dirla tutta El hombre vertical è arrivato spesso in fondo alle competizioni. Così soprannomimato dalle parti di Santa Fe’ per il suo carattere granitico, che puntualmente inizia a sgretolarsi dinnanzi a qualsivoglia profumo di vittoria che aleggia nell’aria, innescando una serie di tragicomici episodi che ne hanno fatto un oggetto di culto per gli amanti dei personaggi martoriati dalla sfiga. La realtà è che non si tratta soltanto di cattiva sorte, c’è qualcosa di totalmente inspiegabile che accade nel suo spogliatoio nel giorno decisivo, è come se lui trasmettesse alla squadra questo senso di ansia e smarrimento che si annida nella testa e nelle gambe dei suoi giocatori. Le squadre di Cuper non si sono mai contraddistinte per un gioco altisonante e qualche spunto tattico degno di nota, tre trofei vinti in 24 anni di panchine e tutti agli albori, quando probabilmente la sua psiche non era ancora stata intaccata dalla sindrome di perdente cronico. Grandi club che non godono dei favori del pronostico che sul più bello spengono la luce che li ha fatti brillare durante la grande cavalcata. Sono sei le finali perse durante la sua personale seduta psicanalitica altrimenti detta carriera.

Maiorca (x2), Valencia (x2), Aris Salonicco, e infine Egitto. Alle quali vanno aggiunti i suoi due veri capolavori di sadismo:

  • il clausura del 1994 alla guida dell’Huracàn, perdendo il campionato all’ultima giornata contro l’Indipendiente. Bastava un pari per il titolo, è andata maluccio, 4-0 per i diablos.
  • Il 5 maggio 2002, la sua magnum opus, la data dello scudetto sfumato all’ultima giornata con l’Inter che è entrata di diritto nella storia come uno dei drammi sportivi e paradossali del nostro calcio. Data in cui morì quasi tre secoli prima uno dei più grandi strateghi di tutti i tempi, data in cui probabilmente morì, calcisticamente parlando, Héctor Cuper. Non un esempio di gestione della battaglia.

Presagi di uno iettatore

Dopo il folgorante e iniziale choc con l’Huracàn la sua carriera da tecnico sembra aver preso la giusta piega. Vince una Copa CONMEBOL in patria con il Lanùs e approda nel grande calcio nel ’97, precisamente alle Baleari e guiderà un sorprendente Maiorca alla conquista della Supercoppa di Spagna togliendosi lo sfizio di battere il Barcellona di Luis Enrique e Pep Guardiola. Non si fa certo mancare una manciata di sane e – sì certo – costruttive sconfitte come la Copa del Rey sempre contro i blaugrana e l’ultima edizione della mitica Coppa delle Coppe, perdendo in finale contro la Lazio. Presagi?

La prima grande panchina della carriera è quella del Valencia, alla prima stagione arriva in finale di Champions League in un derby iberico contro il Real Madrid, poco da fare perchè Raul e Morientes quella sera sono in sfavillante smoking blanco; finisce 3-0 per le Merengues.

Quel Valencia è una squadra molto interessante, tra i pali Canizares e tante vecchie conoscenze del calcio italiano: i suoi fedelissimi Kily Gonzàlez e Farinòs che porterà anche all’Inter e il capitano Gaizka Mendieta. In Italia verranno ricordati per lo più come degli inesorabili bidoni ma erano tempi in cui gli spagnoli faticavano e non poco ai ritmi della straripante Serie A. Nel Valencia di Cuper erano validi giocatori che portarono los ‘Murcielagos’ (i pipistrelli) alla seconda finale di Champions League consecutiva. Stavolta c’è il Bayern Monaco: Mendieta e Effenberg fissano il punteggio sull’1-1, non bastano i supplementari, si va ai rigori.

Dannazione Hector, sei proprio sfortunato, vince il Bayern.

Peccato che la stagione successiva subentri al suo posto Rafa Benitez, il Valencia vince la Liga.

Se Napoleone avesse avuto Gresko

La debacle con l’Huracàn è il preludio di quel Lazio-Inter 4-2 in quel maledetto pomeriggio primaverile. Dopo una serrata lotta a tre con Juventus e Roma, ai nerazzurri basta una vittoria contro i biancocelesti senza obiettivi di classifica. La cornice dell’Olimpico assume dei contorni splatter: il tricolore cucito al petto manca alla Pinetina da tredici primavere, il gemellaggio tra le due tifoserie e l’incubo laziale di un ipotetico bis romanista dopo lo scudetto dell’anno precedente crea sugli spalti un atmosfera surreale di tensione collettiva. L’oblio cuperiano si consuma a fine primo tempo sul risultato di 2-1 per l’Inter, i tifosi pregustano il sapore della gloria guastata improvvisamente da una rocambolesca indigestione in salsa cecoslovacca. E’ il 45′ del primo tempo e un cross dentro l’area interista di Stankovic apparentemente innocuo diventa preda della follia dello slovacco Vratislav Gresko che appoggia di testa, almeno nelle sue sciagurate intenzioni, con un retropassaggio a Toldo. La palla finisce al laziale e centrocampista ceco Karel Poborski.

Doppietta.

Tutti, nessuno escluso dei tifosi dell’Inter presenti quel giorno, avranno imprecato l’inimmaginabile e consigliato a Gresko di darsi all’ippica. E invece no, il buon Vratislav ve l’ha fatta, ora organizza spettacoli teatrali a Banska Bistrika, città che gli ha dato i natali.

Da quel momento della partita si è percepito che lo Scudetto non sarebbe arrivato, il secondo tempo è un inno allo sconforto e alla disperazione, ci si mette anche El Cholo Simeone che firma il 3-2 ma da ex non esulta. Il volto attonito degli undici in campo durante il secondo tempo davanti all’impotenza di Cuper, le cui sigarette fumate lungo il bordo dell’area tecnica (non era ancora stato imposto il divieto di fumare in panchina) non si contano su due sole mani. Simone Inzaghi segna il quarto.

Cari amici interisti lo so, forse dovrei smetterla di infierire, ma non ci riesco.  Il rapporto non idilliaco tra l’uomo verticale e Ronaldo era ben noto, le lacrime del fenomeno richiamato in panchina sono anche l’ultima straziante pagina del fenomeno all’Inter. Quella fu la sua ultima partita prima di approdare al Madrid, una storia d’amore che senz’altro avrebbe meritato un esito migliore. Maledetta primavera. Fischio finale: al Friuli la Juventus di Del Piero e Trezeguet si sbarazza dell’Udinese senza affanni per 2-0, è Campione d’Italia.

Agli annali restano il 26° Scudetto dei bianconeri e una serie di sfottò che riaggiorneranno il repertorio delle curve dei campi di tutta la Serie A. Ronaldo va via ma Cuper resta anche l’anno successivo, avrà il tempo di essere eliminato da una semifinale di Champions League senza mai perdere, due pareggi contro i cugini del Milan che qualche giorno dopo alzeranno la coppa sul manto di Old Trafford.

Ci vorrà il sisma Calciopoli e qualche anno per assistere al ritorno di una trionfante Campagna d’Italia nerazzurra, dopo anni di crisi esistenziali e attacchi di panico spazzate via definitivamente, o quasi, dal triplete di Josè Mourinho in quella memorabile serata del Bernabeu. Tuttavia non mi sento di addossare al tecnico argentino tutte le colpe di quell’agonizzante pomeriggio, se Gresko fosse stato un fedele ufficiale di Napoleone, chissà cosa studieremmo oggi sui libri di storia.

Il solito, grazie

La carriera di Cuper sembra essere segnata da un destino amaro, amaro come il digestivo che un cliente abituale di un baretto di periferia prende dopo il pranzo della domenica senza dover dire null’altro che “Il solito, grazie“. Grandi imprese condite da storie romantiche che sembra abbiano dei finali già scritti. Non ultima la favola di El Hadary, il portiere dell’Egitto che alla veneranda età di 44 anni, subentra al posto dell’infortunato El Shenawy durante il primo match dei gironi di Coppa d’Africa contro il Mali, e da lì in poi difenderà la porta dei faraoni parando due rigori nella semifinale contro il Burkina Faso. Fino a quel gol di Aboubakar, che in molti stavano aspettando per raccontare dell’ennesima disfatta cuperiana.

E di nuovo seduto al bancone, senza issare il capo e senza nemmeno incrociare gli occhi del barista, sa che non farà domande, non ce n’è alcun bisogno. Vorrei sedermi accanto a te Hector, a dirti di provarci ancora, io me lo sento. Il prossimo lo offro io però.