Salsamenteria Tomba

Forlì, 5 Maggio 1906 – Gennaio 2017. Chiude la Salsamenteria Tomba dopo 110 anni di onorata attività vissuti all’insegna della Tradizione per quattro generazioni. Addio lavagnetta di ardesia infissa sulla parete con su scritto “oggi ciccioli caldi”, sfizioso alimento della convivialità romagnola; addio affettati tagliati col coltello, senza alcuna traccia di automazione. È una piccola grande pagina della nostra storia che viene meno e, ahinoi, possiamo dirlo, non solo ci risvegliamo ancor più economicamente impoveriti ma soprattutto umanamente orfani.

Nel già malato Centro Storico, cuore pulsante nell’immaginario della vita pubblica, viene inferto alla comunità cittadina il più grave colpo emotivo degli ultimi decenni e ciò da adito ad una personale riflessione sociologica.
Riprendo per un attimo, il peculiare excursus storico della bottega. Tra il 1906 e il 1917 ubicata nella frazione di Carpinello, lungo l’antica vita “via del Sale” (la Cervese, N.d.R), nella salsamenteria era possibile reperire ogni tipo di genere alimentare e non: dai salumi, passando ai formaggi, al vino sfuso e marmellate, ai tabacchi. Abbandonata la periferia, il rapporto col Centro Storico ebbe inizio nel 1917 quando si insediò in via delle Torri dove rimase sino al 1944, anno in cui un bombardamento alleato devastò l’edificio. In questo lasso temporale che i “Tomba” (soprannome della Famiglia Liverani affibbiatole per via di alcuni ritrovamenti funerari rinvenuti nei pressi dell’abitazione d’origine, N.d.R) improntarono la propria attività nella lavorazione esclusiva della carne di maiale.

Nell’Era della ricostruzione post-bellica, più precisamente nel 1946, si rinverdì e si consolidò il sodalizio con il cuore di Forlì presso l’attuale posizione tra via Bella 1 e Corso Diaz 74 in uno stabile risalente al XVII secolo mantenendo intatti, sino ai giorni nostri, gli arredi del primo Novecento. Conservazione e mitizzazione degli antichi retaggi aviti, degli usi e consuetudini dell’artigianato nostrano, sono state le direttrici che hanno condotto l’attività nell’intero XX secolo e l’ingresso nel XXI in qualità di “Bottega Storica”. La dicitura normativa dell’articolo 4 co. 1 della legge regionale n°5 del 10 Marzo 2008 circoscrive i criteri per la qualificazione di “Bottega Storica” e di “Mercato Storico”: “lo status […] è collegato al mantenimento delle caratteristiche morfologiche dei locali, delle vetrine e delle insegne, degli elementi di arredo, esterno ed interno presenti al momento dell’iscrizione all’Albo”. In virtù di questi elementi distintivi, una delibera comunale datata 25 Febbraio 2009 ha annoverato la Salsamenteria Tomba tra le 7 “Botteghe Storiche” della città. Una tutela che, purtroppo col senno di poi, non è andata a buon fine. Troppi pochi clienti, tassazione elevatissima, Centro Storico più scarno e poco vissuto. Solo colpa della crisi o vi è qualcosa di più?

Dal mio punto di vista, vi è qualcosa di più. Sarebbe semplicistico nascondersi dietro alla classica ed ormai imperitura scusa del “c’è la crisi economica”. È tangibile la presenza di una crisi più profonda: valoriale, identitaria, una crisi della persona nella società contemporanea. Bauman, sociologo di recente scomparso, soleva affermare che la “‘società dei consumatori’ è un tipo di società che interpella i suoi membri principalmente in veste di consumatori”; non vi è quindi cittadino alcuno se non un agglomerato di persone, di vittime, forzatamente sottomesse alla logica dell’acquisto, alla necessità di possedere un determinato numero di beni nel più breve tempo possibile. Per di più, possedere un bene contribuisce a formare l’identità dell’uomo; un uomo in grado di relazionarsi con il prossimo solo ed esclusivamente in rapporto alla quantità e alla qualità di una merce acquistata.

Prendendo in prestito la terminologia dell’antropologo Marc Augé sul rapporto tra società e territorio, quest’ultimo inteso sotto il profilo urbanistico, lo “spazio della comunicazione” si contrappone allo “spazio del consumo”: Salsamenteria Tomba versus Supermercato/Centro Commerciale. Da un lato, socialità, rapporti umani, incontro identitario con le proprie radici; dall’altro, anonimia, rapidità, esigenza tecnica. Difatti, è nella “società della fretta” che emergono i “non-luoghi” frutti della modernità, così gelidi, asettici ma adatti alla “cultura dell’adesso”, del subito, dell’acquisto immediato e si erigono a templi del consumo, dell’aggregazione dei consumatori.

La moderna società individualista, come la nostra, perde totalmente il contatto con il prossimo e con lo spazio che la circonda; sopperisce pertanto al vuoto interiore causato dalla mancanza di relazioni con il consumo delle merci e del territorio. È la moderna società individualista (e consumista!) che costringe il Giovanni Canestroni – proprietario della Salsamenteria – di turno a chiudere e, di riflesso, impoverire la comunità cittadina di umanità sradicandone i gesti e le tradizioni. Lo si riconosca e lo si dica: la modernità non è sinonimo di felicità.

Post scriptum: affinché non si spengano le luci dei riflettori su un tale argomento di rilevanza pubblica e al fine di tutelarne sia il patrimonio storico che valoriale, è nata una petizione online dalla levatura simbolica. Chiunque volesse far sentire la propria voce, clicchi qui. Grazie!

Cristian D’Aiello